Durante il secondo lockdown mi sono letto, tra le altre cose, anche il Manifesto Cyborg di Donna Haraway, e l’ho trovato interessante per via del suo auspicare una narrazione femminile che sostituisca, lei non lo dice ma lo esplicito io, il ‘viaggio dell’eroe’ che sta alla base di tutta la narrativa occidentale. In questo viaggio mitico, che si pretende universale, nel senso che rappresenta normativamente quello che a ognuno di noi spetta come dovere, si raggiunge a un certo punto un apice.
Di conoscenza, di senso, sentimentale, ma un apice. Ebbene, sottolinea la Haraway nel suo manifesto femminista, questa narrazione è tipicamente maschile, perché è basata sul suo orgasmo, che appunto ha un apice dopo una lunga – ehm si spera, almeno – gestazione, e poi tutto finisce. All’opposto la filosofa statunitense auspica la costruzione di una narrativa autenticamente femminile, dove cioè non vi sia una immensa e immane catarsi ma una serie di polittici ognuno dei quali abbia il proprio senso, sebbene collegato col quadro narrativo più grande.
E quale film se non questo Titane può fornirci un esempio concreto della narrativa preconizzata dalla cyberfemminista americana? Ecco, basterebbe questo per renderci simpatica la Ducourneau e questa sua ultima fatica cinematografica, vincitrice della Palma D’Oro all’ultimo festival di Cannes e il cui termine di paragone per noi resta, tra le precedenti opere cui è stata conferita l’onorificenza, Cuore Selvaggio di David Lynch, road movie atipico che mescola Sulla Strada con Il Mago di Oz e in cui una coppia di amanti esprimeva tutto il proprio amore con l’unica cosa che possedeva: i propri corpi, allo scopo di resistere all’orrore di “un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio”.
Ma poi Titane è come una creatura mitologica, un megablob cinematografico, una idra dalle molte teste che mi ha risputato in faccia tutto il cinema di cui mi sono nutrito a partire dal momento in cui la mia passione per la settima arte è esplosa più di vent’anni fa. E allora ecco Crash di Cronenberg con le sue profezie lacere e sporche, ecco Boys Don’t Cry con Hilary Swank e il suo binder fatto in casa, ecco Harvey Keitel che ne Il Cattivo Tenente danza fatto ed estatico – sebbene Vincent Lindon si faccia solo di steroidi qui – come se la pellicola volesse avvolgermi dolcemente e sussurrarmi all’orecchio, post moderno tra i post moderni, che non sono più solo, che quel cinema che ho tanto amato è tornato tra noi.
Storia di non-formazione dunque, per i motivi che elencavamo precedentemente, oltre a Crash questo Titane cita abbondantemente anche lo Tsukamoto di Tokyo Fist coi suoi piercing e ovviamente Tetsuo per il sesso con le macchine. Ma non capisco chi ha detto che si tratta di un Cronenberg o di uno Tsukamoto più ‘leggero’. Diciamo piuttosto che la Ducournau, come anche la già citata Haraway, sta per una prospettiva lacaniana più che freudiana, e che quindi nelle sue opere non si trova l’inconscio classicamente rappresentato dal cinema fino a oggi, cioè l’interiorità di un personaggio, ma che tutta l’opera filmica è inconscio, è immagine, che danza con la propria credibilità o sospensione dell’incredulità che dir si voglia.
E allora ecco Nessuno Mi Può Giudicare della Caselli su una scena di massacro – dopo Kim Ki-Duk tutti gli autori che contano si vogliono confrontare con le nostre canzoni pare, oppure la Macarena citata durante un massaggio cardiaco. Ecco quel padre che di fronte a quel ritrovamento del figlio (?) decide di starci, alla propria illusione, al proprio cuore, indipendentemente dalla verità oggettiva. Ecco infine quel piccolo corpicino che pare disegnato da Enki Bilal per una delle sue fiere degli immortali. Ecco, siamo tornati alla fine degli anni Novanta, e proprio nei giorni in cui al cinema esce un’altra opera che sarebbe da recuperare, ovvero Quo Vadis, Aida? di Jasmila Zbanic, documentario sul massacro di Srebrenica.
Perché in fondo è proprio Bilal lo snodo fondamentale dell’immaginario della fine dei Novanta da cui la Ducourneau riparte, che lei lo sappia o no, ovvero dalla fantascienza e dal body horror nati per farci trascendere l’orrore reale (in senso lacaniano) delle violenze etniche – non è in questo film Agathe Rousselle una serial killer donna? E allora si capisce benissimo qual è il senso di quella nascita di un bimbo di metallo e carne: il bisogno di trascendenza, il bisogno di dare vita a un essere umano che eviti di compiere nuovamente eccidi così efferati nel cuore di un mondo che si è sempre considerato civile.
E infatti è la famiglia, questa istituzione che i conservatori di tutto il mondo vogliono addirittura precedente lo Stato a garanzia della libertà dell’individuo, e che nella citata guerra è stata letteralmente smembrata, sia simbolicamente che realmente, il nucleo del cinema della Ducourneau a partire dal precedente Raw, suo esordio. Se, come scrive Giona A. Nazzaro sul Manifesto di ieri 30 settembre 2021 in quell’opera basta un nulla per mandare all’aria la rispettabilità della famiglia e mostrarne la vera (cannibalica) essenza, in quest’opera vediamo come i legami famigliari siano tutti da costruire ma siano, in fondo, legami funambolici: in fondo è come se Vincent adottasse Alexia, ma di fronte alla ex moglie che viene a trovarlo gli esce uno psicotico “Non me lo porterai via”, come se l’illusione della ricomposizione prevalesse sulla realtà della nuova costruzione, o meglio come se l’una si sovrapponesse all’altra.
E allora, infine, resto stupito dalla coerenza di un Festival del Cinema che non ha rinunciato al suo voler essere attuale non per moda ma per essersi dato una missione, quella del parlare dell’oggi e dei mille ieri che quest’oggi hanno determinato. Resto stupito da questo ritrovarmi, da questo me stesso che non è più quello di vent’anni fa nelle sue terminazioni esterne ma che lo è ancora nel suo nucleo pulsante e desiderante. Ringrazio un’opera di fiction che mi ha restituito il senso profondo del mio essere nel mondo non ostante i mille cambiamenti affrontati in questi ultimi due decenni. Perché il cinema non è mai solo immaginario che si dispiega di fronte allo spettatore sullo schermo: è, soprattutto, disvelamento del desiderio che lo abita.


