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martedì 12 ottobre 2021

Stop di Kim Ki-duk

E’ passato quasi un anno dalla tragica dipartita, causa Covid 19, di uno dei massimi registi coreani nonché mondiali, ovvero quel Kim Ki-duk che, dopo aver omaggiato con pellicole come Coccodrillo il suo (e nostro) amore di gioventù Leos Carax, a partire da L’Isola ha riunito in un sol colpo surrealtà e iperrealismo, come avveniva anche nelle pellicole del Maestro Bunuel. E dato che all’orizzonte non si vede ancora una distribuzione per le sue ultime, postume pellicole, ci siamo consolati questo pomeriggio con un recupero del quasi inedito, almeno in Italia, Stop, film ispirato al disastro nucleare di Fukushima. 

Kim Ki-duk è vivo e lotta insieme a noi. Non solo perché con questo film, storia di una coppia che viene sfollata dalla propria abitazione distante appena 5 chilometri dall’epicentro del disastro ma che vede lei in dolce attesa di appena 10 mesi, il regista si occupa – questa è la fase della sua carriera in cui, dopo aver detto addio alla violenza iperreale con Moebius di due anni prima, inizia a dedicarsi seppure a modo suo all’attualità con uno sguardo sempre pre politico – di temi che sono quanto mai attuali – un disastro ecologico, il problema dell’eccesso di elettrificazione di un paese ipertecnologico con tutti i disagi che ciò comporta – ma soprattutto perché questa pellicola è un vero bric-à-brac di immagini che ne citano altre, seppur non necessariamente in maniera volontaria.

Ecco allora che la donna incinta che sente di avere dentro di sé, a un certo punto, un ‘mostro’, richiama prepotentemente la godardiana Juliette Binoche (musa anche di Carax) di Je Vous Salue, Marie, mentre la coppia che tentenna tra l’aborto terapeutico e il desiderio di tenere il figlio non può non far venire in mente un’altra coppia del cinema giappo, ovvero marito e moglie di A Snake of June di Shiniya Tsukamoto. Ma i richiami artistici non finiscono qui, dato che se amate la fotografia certe sequenze girate per Tokyo non possono non farvi venire in mente le fotografie di Daido Moriyama e la sua caccia notturna alle anime perse in versione ‘Are, Bure, Boke’. 

E infatti il protagonista maschile del film è un fotografo, come il personaggio interpretato nella già citata pellicola giapponese da Tsukamoto in persona, e qual è in fondo il desiderio del giapponese medio, sia pure un regista, o un operatore culturale – ma questo vale anche per il regista del film che stiamo guardando – che ha una fotocamera se non quello di dominare la realtà? Cosa è la scienza e la tecnica, in fondo? Eppure, proprio quella scienza che in Giappone si è sviluppata ipertroficamente dopo la seconda guerra mondiale quale risposta angosciata agli orrori di Hiroshima e Nagasaki è la prima responsabile della vicenda angosciosa in cui si trovano invischiati i due protagonisti, per paradosso.

Ma non è tutto qui. Altre figure si intersecano con le vicende dei due personaggi. Innanzitutto un misterioso agente governativo che, non si sa come, sa della gravidanza e propone l’aborto alla coppia. Figura di portaborse del Sistema in giacca e cravatta, gentile ma prono a esplosioni di rabbia in nome dell’efficienza di cui si fa portavoce, funzionario burocrate essenza della piccola borghesia, tormenterà soprattutto la donna per tutta la pellicola, fin quando lei non si deciderà per far nascere il bambino (“Se nascerà mostruoso, allora saremo mostri anche noi che lo abbiamo partorito”, e facciamo notare che con dialoghi così Kim Ki-duk potrà sfangarsela dal passare per un pro life qualsiasi).


 

E poi altre due figure invadono i nostri schermi per aumentare la drammaticità della messa in scena: una donna folle che vive a Fukushima nell’area interdetta e che partorirà un bambino morto, dopo di che si suiciderà tagliandosi la gola, e un uomo che vende carne contaminata perché ritiene tutti i giapponesi responsabili del disastro ambientale e cerca un modo per punirli. Sarà con quest’ultima figura che il marito cercherà una collaborazione per staccare la corrente a tutta Tokyo abbattendo la torre che trasmette l’energia elettrica dalle centrali atomiche, caduta che corrisponde con la nascita del figlio della coppia. 

E se il finale non può non ricordare Il Signore delle Mosche libro e film, con quei bambini appena settenni e già torturatori di chi porta con se un handicap o una diversità – il figlio della coppia a qualche anno di distanza dagli eventi narrati nella prima parte della pellicola – delle scritte a fine opera ci avvisano che di qui a breve le centrali nucleari in tutto il mondo, in gran parte a causa delle politiche del colosso cinese ma non solo, raddoppieranno, passando dalle attuali cinquecento a un migliaio.

Pellicola potente, sia perché non scade nel film a tesi in virtù delle sue immagini di carne e sangue, e che nello stesso tempo non si astrae dai problemi concreti che tratta pur riuscendo a mettere a tema vari temi sensibili che riguardano l’umanità contemporanea – il rapporto dell’uomo con la tecnologia, il significato della ricerca non solo scientifica ma anche artistica, il significato dell’amore e della generazione in un mondo valorialmente conservatore ma dalle falde profondamente inquinate – Stop era quindi perfetto per ricordarci quanto Kim Ki-duk sia stato fondamentale nel cinema del nuovo millennio. 

Distribuita dal Milano Film Network tramite alcune proiezioni – avete ancora tempo per recuperarla al cinema Beltrade domani e giovedì – dopo una prima visione nel 2015 al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, Stop gode infine di una fotografia imperfetta, di una imperfezione non ‘autoriale’ ma forse necessaria proprio per trasmettere allo spettatore una urgenza che una messa in scena più fredda e calcolata avrebbe senz’altro azzoppato. Ecco che quindi certe sfondature nel bianco quando si passa dal terreno al cielo o certi mutamenti di luce mentre la videocamera scorre da un volto al piatto in cui la persona sta mangiando, ad esempio, seppur apparentemente fastidiosi e antiestetici ci testimoniano un cinema ancora fresco e vitale. Speriamo di poterne ancora godere con le pellicole annunciate e non ancora distribuite in Italia del regista coreano – pare siano un paio.