Il cinema contemporaneo ha fatto appena in tempo la scorsa settimana a rivomitarmi addosso, me felice, tutto il mio immaginario, quello con cui mi sono approcciato al cinema dal 1998, con Titane di Julia Ducourneau, che un altro pezzo del mio mondo fantastico personale si rifà vivo, come un fantasma, proprio oggi, grazie alla visione di Quo Vadis, Aida? di Jasmila Zbanic. Si tratta del primo film a narrare direttamente gli orrori del massacro di Srebrenica del 1995, anno in cui io stavo frequentando l’università notando che mentre da tutte le biblioteche d’Europa il Mein Kampf veniva bandito – e noi storici ce lo fotocopiavamo per questo motivo, per poterlo studiare di prima mano – non ostante la rimozione ‘potente’ qualcosa di oscuro stava avvenendo sempre da noi, europei ben educati ai diritti e al rispetto dell’uomo almeno in superficie.
Ma andiamo con ordine. Il massacro di Srebrenica è stato genocidio. Oltre ottomila persone sono state uccise nel luglio del 1995 dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina del generale Ratko Mladic. Gli omicidi di massa avvennero nella città di Srebrenica, all’epoca zona franca dell’ONU, sotto gli occhi dei “Caschi Blu”, e nelle zone circostanti. Con l’avanzare dei soldati serbi coadiuvati dal gruppo paramilitare degli “Scorpioni”, infatti, le unità dell’esercito delle Nazioni Unite si ritrovarono, dopo aver lanciato un paio di ultimatum cui però non diedero seguito dal punto di vista militare, a dover negoziare un finto armistizio.
In virtù di questo armistizio, donne e bambini sarebbero stati evacuati mentre agli uomini sarebbe spettato un interrogatorio, allo scopo ufficialmente di rintracciare eventuali soldati musulmani bosniaci. Non fu ciò che avvenne: una volta separati dalle donne, gli uomini furono tutti uccisi e seppelliti in fosse comuni. La vicenda appena descritta è raccontata attraverso le vicende di Aida, una insegnante che fa da traduttrice per le Nazioni Unite sul campo e che nel massacro perde marito e figli.
La pellicola termina con Aida che, rientrata nella città tempo dopo il massacro e il riconoscimento delle ossa dei suoi cari, riprende a insegnare. Nell’ultima inquadratura il suo sguardo, diviso tra il desiderio di proseguire la propria vita tenendone insieme i pezzi, come le poche fotografie rimaste della famiglia, e una commozione angosciata nel guardare quei bimbi che accennano a un volo con le stesse mani con cui successivamente si coprono e scoprono ritmicamente gli occhi, è il vero congedo del film dal pubblico.
C’è chi ha sottolineato che quando Kusturica dava vita al suo film più felliniano, quell’Underground che lo porterà al successo internazionale e con cui rilegge cinquant’anni di storia della ex Jugoslavia, il massacro non era ancora avvenuto. In un paese dove viene realizzata una pellicola cinematografica all’anno, da quel che mi si dice, il film della Zbanic è un vero e proprio evento. Lo sappiamo tutti qual è il valore della narrazione come tentativo di ricucire strappi e traumi del passato.
Ma credo che in questo caso ci sia qualcosa di più. Innanzitutto nel film non viene data ragione dell’impotenza delle Nazioni Unite: essa viene semplicemente buttata in faccia allo spettatore come un dato di fatto, così come se la trovarono buttata in faccia i bosniaci all’epoca. Come un dato di fatto è questa tenaglia di furore violento da un lato e burocrazia come ultimo appiglio dall’altro in cui sono affastellati e poi schiacciati i corpi dei bosniaci. Migliaia di corpi, un’intera distesa sotto gli occhi preoccupati di Aida, a cercare un impossibile rifugio nella base ONU mentre l’esercito di Mladic avanza.
E poi quell’ossessione per la narrazione a telecamere accese delle gesta di Mladic, che in qualche modo anticipa l’abbraccio mortale tra i moderni terroristi Daesh e i social network che questi ultimi sono così abili nel manipolare alla ricerca di nuovi adepti. Mladic qui appare un po’ meno grottesco del generale che si masturba con la radio militare in una mano in un altro film di Kusturica, La Vita è un Miracolo, e più freddo e calcolatore, sia quando si fa riprendere sia quando parla ai Caschi Blu e poi quando lancia Toblerone, filoni di pane e altri generi di prima necessità alle donne stranite nel campo profughi.
Ma è quella donna, Aida, la protagonista del film, ad essere colei che porta su di sé il peso di tutto: dei famigliari che cerca in tutti i modi di salvare, delle negoziazioni grottesche e fallimentari in cui opera come traduttrice, del dopo, ovvero dell’elaborazione del lutto e del tentativo, come insegnante, di far andare avanti la vita dopo la morte. E’ una non morta Aida, come la Lily Taylor di The Addiction di Abel Ferrara còlta, nell’immagine finale di questo film, tra il dolore inflittole dall’assurdità della guerra e la possibilità di propagare il male che ha vissuto come altri faranno, alla fine della strage, di ogni strage, come fanno molti nel nostro mondo ferito contemporaneo, angosciati dall’assenza di senso di una vita, la loro e quella di chi li circonda. Un film, di fronte a questo disordine, è forse troppo poco, ma è già qualcosa per chi ha voglia di farsene carico e di verificare cosa potrà fare per evitare di propagare il male in cerchi sempre più ampi.
Intanto, per chi ha memoria perché c’era, seppur sopravvissuto come me perché lontano e non parte di quella storia, come per chi è troppo giovane per esserci stato ma ha curiosità di saperne di più, Quo Vadis, Aida? può essere un buon punto di partenza per approfondire una storia dolorosa che ha colpito nel cuore dell’Europa tutte le nazioni civili, quale più quale meno: segnando ora qualcuno di un cinico distacco, ora qualcun altro di un pietismo d’accatto, ma magari, si spera, colmando i cuori e gli occhi di chi ha visto certi documenti con una domanda che ancora non ha trovato risposta. La nostra speranza è che quest’opera sia quindi un nuovo trampolino di lancio per una vera ricostruzione, e non un retorico richiamo alla memoria.