giovedì 25 agosto 2022

Crimes of the Future di David Cronenberg

Sono uscito dalla visione con un senso di incompiutezza, lo ammetto. Se questo fosse stato l’episodio pilota di una serie, sarebbe stato perfetto. Ma come prodotto stand alone è tutt’altro che soddisfacente. Ci sono sottotrame che non vengono spiegate, ad esempio (vedi l’idendità delle due ragazze tecniche delle apparecchiature utilizzate dai protagonisti), e altre cose tirate via alla bell’e meglio (ma non approfondisco i dettagli per evitare spoiler).

Veniamo ora all’inizio. Il primo personaggio che incontriamo è un bimbo di otto anni solitario, che ai bordi di una spiaggia armeggia con un cucchiaio e il fondo del letto del fiume. Sua madre gli dice preoccupata di non mangiare nulla di ciò che raccoglie. Sembra una raccomandazione innocente, e invece scopriamo presto che il piccolo cucciolo d’uomo può mangiare la plastica fondendola con succhi gastrici che escono dalla sua bocca (qualcuno  ha detto “La Mosca!”?).

Il bambino viene ucciso dalla madre, che ne è evidentemente spaventata, e che abbandona il suo corpo non prima di aver contattato il marito perché venga a prenderselo, avvertendo che non si sarebbe fatta però trovare, lei, a fianco di quel corpo ormai senza vita. Dopo questo prologo veniamo introdotti alla corte di Viggo Mortensen, che interpreta un performer il cui corpo produce organi inutili (dei tumori in pratica) e di Léa Seydoux, sua partner in crime che si occupa dei suoi problemi di salute trasformando l’eradicazione di quegli organi dannosi in acclamate performance di body art.

 


E qui, se vogliamo trovare un richiamo artistico, dobbiamo abbandonare il cinema per riascoltare il disco prodotto da David Bowie e Brian Eno nel 1997, ovvero il capolavoro misconosciuto Outside di cui, per la cronaca, un brano, ovvero I’m Deranged, è finito nella colonna sonora di Lost Highway di David Lynch. Ma Viggo non è solo un artista: ha infatti un doppio ruolo nel film, come il suo personaggio de La Promessa dell’Assassino. E sul doppio filo dell’evoluzione della sua arte da un lato, e della sua seconda attività dall’altro, si dipana la trama del film, nei cui dettagli evitiamo di entrare per non rovinarvi il piacere della visione.

Aggiungiamo solo che, fino a qui, il film di Cronenberg appare un sogno neanche poi tanto malato di qualche artista, magari di una ORLAN, più che un futuro distopico (anche perché nel futuro di cui parla il film l’uomo non prova più dolore, cosa assai improbabile per noi che siamo usciti, forse, dall’epidemia del Coronavirus). L’atmosfera onirica, dicevamo, è forte, e da questo punto di vista è avvolgente e centrata. Non c’è un elemento fuori posto.

Sappiamo che molti diranno che Cronenberg ha dipinto un mondo in cui l’uomo ha rinunciato alla sua animalità e ai propri limiti per una dimensione oltreumana, e forse Cronenberg è stato astuto da questo punto di vista, ma noi qui non siamo soliti moraleggiare e allora troviamo più interessante l’aggancio al transumanesimo per la seconda traccia narrativa, quella di cui non vi abbiamo narrato e che scoprirete da soli al cinema, se deciderete di concedere una chance a questo film.

 


Ma è soprattutto un grande canto di addio all’empatia e all’accoglienza nei confronti del diverso questo film. Una madre che uccide un figlio e che ha provato orrore ripensando al fatto di averlo portato in grembo, come la stessa donna confessa in un dialogo intimo con Mortensen, perché diverso internamente da lei, oppure un ufficio burocratico che si occupa da un lato di catalogare i nuovi organi e dall’altro monitora le mutazioni per evitare che dei ‘non più umani’ prendano il largo e vivano la propria vita a fianco a noi, non sono certamente una critica nei confronti delle sperimentazioni artistiche più ardite, non trovate?

E allora se l’altro film di Cronenberg da citare è senz’altro eXistenZ, con i talebani del ‘realismo’ che si opponevano a chi somministrava realtà virtuale a colpi di bioporte, comunque questo nuovo episodio è più centrato del precedente, a meno che tra vent’anni Zuckerberg o chi per esso non ci stupisca con effetti speciali degni di Matrix. Chi per altro ha ventilato un ritorno di Cronenberg agli inizi del proprio cinema si ricrederà senz’altro.

Impossibile infatti pensare a quest’opera, che purtroppo, lo ribadiamo, lascia precludere a un seguito oppure si chiude nel segno dell’incompiutezza, senza tutto ciò che ci è stato presentato prima dal regista. Del resto se è vero come è stato detto che questo lavoro doveva essere realizzato a seguito di Crash, con quella pellicola ha poco a che spartire, a parte la tematica della chirurgia come nuovo sesso: il film infatti è molto parlato, le spiegazioni ci sono e sono anche rassicuranti, lontane da un lavoro che invece sbatteva in faccia agli americani il loro bisogno di narcisismo e amore per tutto ciò che tecnologicamente rappresentava un prolungamento del proprio ego.



domenica 21 agosto 2022

Nido di Vipere di Kim Young-hoon

Tarantino ha fatto scuola. L’ha fatta non solo in patria. Quel cinema post moderno e violento, dove le narrazioni vengono spezzate o magari rese circolari per puro amore di simmetria narrativa è arrivato fino in Corea del Sud. Kim Young-hoon ha vinto persino premi in vari circuiti internazionali oltre che essere campione d’incassi in patria con questo film, tratto da un romanzo del giapponese Keisuke Sone.

Noi non vediamo il motivo di tanto successo, dato che ci siamo trovati di fronte a una pellicola vecchia di più di vent’anni e in più ammorbata da quel fenomeno ‘straniamento’ che si prova quando un prodotto culturale viene trapiantato in lidi diversi da quello da cui è nato. In fondo la Corea del Nord condivide con gli Stati Uniti il tipo di ‘regime’ politico, e questo lo aveva sottolineato anche Kim Ki-duk nel suo Il Prigioniero Coreano. Ma.

I soldi, dunque. I soldi, la violenza e una certa ricerca sul significato delle nostre vicende sentimentali sono al centro di questo polpettone pulp. Un uomo, sposato e con madre demente a carico, trova una borsa contenente denaro, molto denaro, in un armadietto. Essendo inserviente, inizialmente la deposita tra gli oggetti smarriti. Ma poi. In quel lasso di tempo noi scorriamo come in un flashback le vicende che porteranno al deposito di quella borsa. 


 

Vediamo così un paio di scagnozzi della malavita che vogliono spennare un pollo di tutto il suo denaro. Vediamo una prostituta con un compagno violento alla quale un cliente si offre di porre fine alle sue sofferenze. Vediamo la madame di questa prostituta offrirle la soluzione definitiva alle complicazioni poste in essere dalle azioni del volonteroso ma stupido cliente, tormentato dai sensi di colpa sotto forma di allucinazioni. Scopriamo la vera identità del pollo. E così via, fino al finale dove scopriamo tutto.

Ora, come dicevamo la struttura del film è presa di pari peso dai film di Tarantino, e il suo scopo non è solo quello di attizzare la fame di agnizione dello spettatore, ma anche quello di spezzare la narrazione perché una più lineare non sarebbe interessante; non sarebbe, in una parola, credibile. E’ tipico della narrativa postmoderna infatti spezzettare una storia tra vari punti di vista, nessuno dei quali è definitivo o consonante con quello del narratore, che in pratica si ritira, inesistente, lasciando che tutto sia raccontato dal punto di vista dei personaggi.

Mancando il narratore onnisciente, la storia si dipana sotto i nostri occhi in maniera parziale, certo, o meglio mostrandoci varie parzialità (come nel capostipite di questo cinema, ovvero Rashomon di Kurosawa) che però si stagliano più vive e spontanee della realtà oggettiva. E questa è la sfida di questo tipo di narrativa, che si tratti di letteratura o che si tratti di cinema: mostrarci qualcosa di palpitante, un dettaglio, che sia più brillante e vivo della ‘verità’ stessa. 


 

Un dettaglio, come la borsa piena di soldi, così vivo da abbagliare sia i personaggi sia lo spettatore. Un dettaglio che, forse, solo alla fine tornerà al suo posto. Ma questa narrativa ormai è stata superata. Se pensiamo al cinema coreano, il tema dello strozzinaggio è stato già affrontato, e in maniera molto più cogente, dal già citato Kim Ki-duk con Pietà. L’oriente infatti ha, a partire dagli anni Novanta, ma anche prima, prodotto un cinema di stampo ‘pittorico’ dove l’immagine sostituisce l’elemento narrativo soggettivo del cinema post moderno.

Ecco dunque che in Pistol Opera, rimake de La Farfalla sul Mirino ad opera dello stesso Seijun Suzuki, vediamo durante una scena calare come assi nella manica tre pannelli enormi con tre riproduzioni di opere di Goya. Questa scena di un film assai criticato anche dai cinefili, ma a mio avviso geniale, è la perfetta rappresentazione di un cinema, quello orientale, che forse ha già superato, ora che viene celebrato, la sua stagione più creativa (raggiunta con i vari Kitano, Chan-wook, Zangke, Hsiao-hsien solo per citarne alcuni) e che ora si sta appiattendo sulla sperimentazione in vitro mescolandosi con elementi di successo ma già ben rodati del cinema occidentale.

Continueremo a seguire con interesse questo tipo di cinema, certo, ma come anche nel più riuscito La Donna del Fiume di Lou Ye, da noi recensito poche settimane fa, ci stiamo avvicinando a un cinema ultracitazionista dove il confine tra il vivere di vita propria e il vivere di luce riflessa si assottiglia sempre di più. Là c’erano ancora ottimi bagliori di luce, e la storia e la messa in scena si reggevano sulle proprie gambe, qui, sebbene dal punto di vista tecnico tutto sia al suo posto, possiamo percepire una certa stanchezza, e una certa perplessità si è appropriata di noi in quanto spettatori. 


 

sabato 13 agosto 2022

Nope di Jordan Peele

Lo ammetto, questo film è fatto proprio bene. Ho letto che è costato circa 68 milioni di dollari – contro i 4,5 del precedente Get Out! – e sono tutti soldi spesi bene. Purtroppo a fine visione non ho avuto quella sensazione di aver assistito a un capolavoro o a un film molto, molto interessante. Dovessi dargli un voto, sarebbe un sei e mezzo, e questo anche a fronte dell’hype scatenato un po’ ovunque sul web da questa uscita. Intendiamoci, il film ha un messaggio ‘profondo’ e interessante, e come scrivevamo è fatto benissimo, tuttavia non c’è smarginatura – come direbbe Carmelo Bene – ma è tutto dentro il frame della cornice cinematografica.

Ma andiamo con ordine. Otis Haywood è un addestratore di cavalli per il cinema. Dice di discendere dall’uomo, anch’egli di colore come lui, che cavalcò per la prima volta davanti a delle cineprese, per la precisione alle macchine fotografiche disposte da Edweard Muybridge, lo stesso fotografo che per primo fotografò il movimento dell’essere umano. Ovviamente è una sua invenzione, ma il business è business. Haywood muore in circostanze misteriose sotto gli occhi del figlio OJ (Otis Junior), che prende in mano, con scarso successo tanto che si trova a vendere quasi tutti i cavalli, l’attività paterna, spesso aiutato dalla sorella Em (Emerald).

I due vanno a vendere i cavalli a un uomo, Ricky ‘Jupe’ Park che da giovane ha fatto parte di una sitcom comprendente una scimmia che un giorno dà di matto e uccide tutti sul set tranne appunto il nostro personaggio, che si salva miracolosamente. Ma una minaccia si materializza sopra le nuvole della fattoria di OJ, che fratello e sorella decidono trattarsi di un UFO, e quindi si procurano le più moderne attrezzature per poterlo filmare e poter diventare ricchi, svoltando quindi rispetto alle proprie possibilità economiche grazie alla scoperta. Questa, in buona sostanza, la trama del film, cui non aggiungiamo altro per evitare spoiler.

 


Che dire di Nope? Innanzitutto che si tratta di un film il cui tema non è solo l’ossessione dell’uomo contemporaneo per l’immagine e la sua monetizzazione, come ho letto in quasi tutte le recensioni scritte a un giorno dalla sua presenza in sala. No, il film è più profondo di così. Il tema, col richiamo all’abisso di Nietzsche che ti scruta se tu lo scruti, è un trattato su quanto sia impossibile domare la natura, sia quella animale sia quella umana. La scimmia assassina, i cavalli che fuggono all’improvviso appena sentono rumori strani, l’UFO stesso – non spiego meglio per non rovinarvi la sorpresa – rappresentano ciò.

Il punto è che la tecnologia, la cattura dell’immagine – lo dico perché ho scattato fotografie per dieci anni – non sono altro che un tentativo, lo scrive anche Susan Sontag, di catturare ciò che ci angoscia, dalla paura di non fare una bella esperienza del turista fino al desiderio di fermare il tempo alle angosce primordiali, come quelle di cui si occupa questa pellicola. Ecco che allora potremmo addirittura citare Bataille, che in un suo libro sulla storia dell’erotismo spiega che il cristianesimo e tutta la nostra cultura – pensate a quanto è stato iconico Cristo per secoli – cercano di scongiurare la nostra, ultima, mortalità, quindi la nostra intima tendenza al caos, all’entropia.

Eppure questo meccanismo è un’arma a doppio taglio, perché proprio l’atto del guardare è legato all’atto del desiderare, e quindi al cupio dissolvi che viene acceso dall’osservare un pericolo estremo direttamente. Questo ci permette di fare un paragone tra OJ, che abbassa lo sguardo dicendo ‘No’ per non osservare la ‘cosa dall’altro mondo’ e Henry McHenry, che nell’abisso di sé stesso guarda direttamente, per osservarsi così com’è, e impazzisce, in Annette di Carax, film dello scorso anno.

 


Come non comprendere dunque che la ‘cosa’ dello spazio non è altro che una proiezione della nostra natura predatoria? Come non metterla in relazione con la nostra capacità manipolatoria nei confronti degli animali, per addomesticarli, e con ciò che la società stessa fa con noi ‘educandoci’ (ricordate Mario Mieli che parlava di ‘educastrazione’)? In fondo non c’è molta differenza, tutt’altro. Ma allora se il film di Peele mi permette di ragionare su tutto ciò, perché il mio giudizio nei suoi confronti è così basso?

Per un semplice motivo. Questo film è troppo trattenuto. Come scrivevo all’inizio della recensione, non esce dai margini. Ad esempio, citando un altro musical dato che ho parlato di Annette, Dancer in The Dark di Von Trier ci lascia con il dubbio se le catastrofi che capitano a Selma sono necessarie per fare un film di condanna della pena di morte o se invece sono dettate dal sadismo insito nel regista nei confronti dei suoi personaggi femminili. Il problema non è se Von Trier sia un sadico, ovviamente, ma questa ambiguità, la possibilità di farne esperienza come spettatore – e quindi la possibilità di fare esperienza della propria ambiguità per lo spettatore – è ciò che manca in questo film, che pertanto si riduce ad essere un film didascalico. Meno di quelli di Nolan, molto più di altri di cui abbiamo tessuto le lodi in questo blog.

Ovviamente dato quanto se ne sta parlando, non possiamo non invitarvi a recarvi al cinema e a verificare quanto abbiamo scritto coi vostri occhi. Abbiamo infatti la sensazione che alcuni spettatori, con cui abbiamo parlato in questi due giorni, rischino di perdersi. Questo film pertanto rischia di passare per complesso e per profondo, di conseguenza. Non che non lo sia. Ma ‘profondo’ nel senso di ‘pieno di significati’ (che non sono significanti), e non nel senso di ‘abissale’ come invece parrebbe essere, o potrebbe essere dato il genere … 


 

mercoledì 3 agosto 2022

X A Sexy Horror Story di Ti West

Confesso che l’horror dei giorni nostri mi lascia spesso con l’amaro in bocca. Ho trovato incredibile, per dirne una, il successo tributato a Get Out! Scappa di Jordan Peele, per via di alcune scene impossibili dal punto di vista logico (ne dico una: la scena in cui il protagonista è legato mani e collo a una poltrona ma riesce comunque a infilarsi dei batuffoli di cotone nelle orecchie e quindi a sfuggire al controllo psicologico dei suoi antagonisti) che rendono impossibile la sospensione dell’incredulità. E non sapete quanto ho dovuto litigare con la fandom di questo film per questo motivo. Pare che i veri ipnotizzati fossero loro.

Non ho poi ancora recuperato i film, soprattutto The Lighthouse e The Witch, di Robert Eggers. Non per pigrizia, ma è che c’è sempre qualcosa di interessante da recuperare nel passato quando non vado al cinema a vedere uscite recenti, senza contare le altre mie passioni, come la musica o il disegnare. Per cui parto con una visione monca del genere contemporaneo, ma ieri mi sono recato in sala per vedere questo X A Sexy Horror Story di Ti West di cui vi riferisco, complice un agosto privo almeno per ora di altre visioni nuove interessanti e incuriosito dal mix di erotismo e horror, che sulla carta era molto intrigante.

L’erotismo infatti è un genere cinematografico che ti lascia completamente aperto, mentre al contrario l’horror gioca su reazioni di chiusura, sul senso del pericolo e non sulla fiducia. Chissà che contrasto si sarebbe potuto creare, mi sono detto. Ovviamente parliamo per stereotipi, dato che poi esiste tutto un cinema erotico a tema sadomaso dove già le carte si mescolano un poco. Ma non è questo il punto. Diciamo allora che Ti West ha voluto omaggiare i capisaldi del genere slasher, come Non Aprite Quella Porta, senza cadere nella calligrafia, anzi cercando di dire qualcosa sia sullo ieri che sull’oggi. Riuscendoci a pieno. 


 

Ma partiamo dall’inizio. La trama. Un gruppo di attori di film per adulti, con tanto di regista appassionato di Nouvelle Vague che vorrebbe tanto girare un film erotico d’autore, e produttore che poi è il ragazzo della protagonista interpretata da Mia Goth, si ritirano in un ranch in mezzo al nulla vicino a un lago infestato dai coccodrilli allo scopo di girare un film intitolato La Figlia del Contadino, di cui non vi raccontiamo la trama perché ci pare ovvia. Accolti all’inizio con diffidenza, sembra che il nucleo di attori stia ingranando col lavoro. Fino a che il personaggio di Mia Goth non si incontra con una strana anziana signora, moglie del proprietario di casa.

Non vogliamo togliervi il gusto della visione, pertanto non aggiungeremo altro alla narrazione degli eventi, tuttavia vogliamo dirvi che come sarà evidente a fine proiezione il personaggio di Goth e l’anziana signora sono l’una il doppio dell’altra, che entrambe credono di meritare più di quanto il mondo dia loro, che condividono quest’etica con un predicatore televisivo, uno dei tanti che impesta(va?) gli Stati Uniti e di cui ho memoria essendo stato da ragazzino fan dell’heavy metal e avendo visto in prima persona cosa quei predicatori dicevano della ‘musica del peccato’.

E’ dunque quello di Ti West un atto d’accusa contro l’American Dream. Il fatto che la giovane pornostar sia vittima in questo film non ne fa un personaggio edificante. Tutt’altro. Diciamo allora che poi quello di West potrebbe essere letto anche come un messaggio di allarme per tutti coloro che tentano di portare energie positive – fossero anche solo quelle dell’amore e del sesso – nel mondo, perché quel tentativo potrebbe far scatenare energie opposte da parte di persone vecchie e impotenti – anche solo ‘dentro’. In fondo che cosa ci ha detto Wilhelm Reich a proposito del fascismo? 


 

Si badi bene, quello di Ti West non ci pare un invito a rinunciare. E nemmeno la sua è una visione manichea, con i ‘buoni’ pornomani che vogliono portare pace e amore nel mondo – uno degli attori ha fatto la guerra nel Vietnam con i Marines e pare non se ne sia pentito non ostante abbia visto “contadini pronti a sparar(gli) ovunque” – e i ‘cattivi’ anziani che vogliono mantenere la pace (dei sensi) nel mondo. Tutt’altro. Gli attori e la troupe cercano di fare soldi, come tutti. Lo fanno mescolando desiderio e passione, ma anche capacità di fingere (sono attori dopotutto) e volontà di trionfo, si sarebbe detto una volta. 

E per quanto riguarda i due anziani coniugi, sono troppo vecchi, forse, per reggere l’urto della gioventù e ritornare a rivivere momenti felici. Hanno pertanto un aspetto a tratti malinconico, di una tristezza che invita all’empatia. Questo non li giustifica, tuttavia Ti West è consapevole di quanto ombre e luci facciano parte di ognuno di noi, al punto da rendere gli antagonisti simili per certi versi. La critica verso il mondo del porno poi e, per esteso, dei social network di oggi dove conta l’apparire se vogliamo, sono condotti con la consapevolezza di essere prodotto, seppure contro-prodotto, della stessa morale puritana e calvinista, basata sul successo economico come marchio della grazia divina, che vorrebbero combattere almeno a parole.

L’unico tasto dolente del film è che tutto questo mi è arrivato, non ostante la notevole fattura delle immagini, a livello razionale e non emotivo. E’ questa la differenza tra il cinema che amo, quello dei Lynch e dei Carax, o dei Lanthimos, e la massa di pellicole che escono al cinema ai giorni nostri, dove non sempre ma per lo più i concetti vengono trasmessi come se fossero più importanti delle emozioni, che viaggiano, ma siamo dopo il post moderno e quindi ciò è anche comprensibile, su binari sicuri tramite il ricalco più o meno fedele di un genere, che sia l’horror o il cinema d’autore. Ma detto che era difficile fare un film horror oggi che risultasse credibile e non stantio, questo film tra il discreto e il buono vale il prezzo del biglietto e vale la pena comunque di essere visto. 


 

venerdì 15 luglio 2022

La Donna del Fiume di Lou Ye

Apparso in Italia una sola volta durante l’Asiatica Film Mediale nel 2001, al MAXXI di Roma, il film poi ha subito una grave battuta d’arresto per colpa della censura operata in patria. In Cina infatti il film, presentato senza il benestare della censura a Rotterdam, fu censurato e a Lou Ye fu vietato per due anni di esercitare la professione di regista. Perché tutto questo disturbo per una pellicola che assomiglia molto più che a La Donna Che Visse Due Volte, il cui rimando è comunque palese, a un piccolo miracolo, più che capolavoro, come Dolls di Takeshi Kitano, per non parlare di quei film di registi europei che indagano le pieghe – e le piaghe – dei sentimenti, su tutti Philippe Garrel e Leos Carax?

Partiamo dalla trama. Innanzitutto il racconto è effettuato in prima persona da un giovane fotografo, di cui non conosceremo mai né il nome né il volto, dato che le sequenze in cui è presente sono tutte filmate in soggettiva, il quale introduce il film con delle frasi poetiche sul senso dell’amore e su cosa significhi vivere sulle rive del fiume Suzhou a Shanghai. Di seguito, vediamo lo svilupparsi della sua storia d’amore con la giovane sirena (tale è il suo ruolo in un locale notturno) Meimei. E qui la storia prende un altro sviluppo.

Veniamo infatti introdotti a un’altra storia d’amore, quasi ‘mitologica’, tra il corriere e collaboratore della mafia cinese Mardar e la giovane figlia di un suo datore di lavoro, Moudan. I due si innamorano e quando lei disperata per la freddezza di lui le apre il cuore, a Mardar viene chiesto da due loschi figuri, un uomo e una donna, di rapire Moudan per denaro. La giovane ragazza sparirà per vendetta inghiottita dalle acque – qui nascono leggende di lei trasformata in sirena, vista quasi ovunque da pescatori e lavoranti del fiume Souzhou, dato che il corpo di lei non viene ritrovato – mentre Mardar dopo qualche anno di prigione esce e si mette sulle tracce del suo amore perduto. 


 

Ed è qui che entra in gioco la coppia composta da Meimei e dal giovane fotografo: Meimei infatti è uguale, come una goccia d’acqua, a Moudan. Per nulla preoccupata delle attenzioni del giovane ancora innamorato, ogni notte Meimei si fa raccontare la storia d’amore dei due ragazzi. Finché un giorno non si giunge all’agognata agnizione. E’ vero, questo film è uscito per la prima volta dieci anni fa, ma non vogliamo togliere a chi si recherà in sala in questi giorni il piacere di scoprire da solo ciò che succederà. Vogliamo tuttavia sottolineare che evidentemente per la politica cinese l’amore è tutt’oggi un sentimento rivoluzionario e anticapitalista (ops), se solo in questi ultimi scorci di tempo una pellicola come questa è stata riabilitata dopo un decennio abbondante di censura.

Senz’altro La Donna del Fiume è un film magico, innanzitutto perché le sue caratteristiche tecniche, quali l’uso di soggettive, di macchine a mano, o a onde (ci si perdoni il divertito neologismo), come la sovrapposizione di strati in certe inquadrature soggettive tipiche della fotografia non sono lezzi formali ma sono aderenti al racconto e servono a valorizzarlo. Ma poi è una riflessione sul senso dello sguardo e della narrazione tipicamente post moderno, con la differenza, rispetto alla postmodernità occidentale, che qui il piano narrativo si incista nel piano della realtà, avrebbe detto Giovanni Testori, l’intellettuale e scrittore novatese, portando con sé conseguenze importanti invece di limitarsi a rendere il piano reale impossibile da decifrare (e quindi rendendo impossibile l’agency) oppure rendendone palese la detonabilità.

Infatti se il protagonista resta al di qua della macchina da presa, in tutti i sensi, almeno per un lungo momento, non è per un assunto ideologico, ma è qualcosa che avviene per una ben precisa scelta del protagonista stesso, il quale ha comunque la possibilità di scegliere di vivere l’amore come richiamo a qualcosa di più alto e profondo nel tempo stesso della vita quotidiana, una vita quotidiana dove il valore delle persone si misura in soldi. Ecco allora, forse, perché la pellicola di Lou Ye non soltanto è perniciosa per un regime capitalista (ancora ops) come quello cinese, ma è stato di fatto reso innocuo nel nostro, regime capitalista, e per questo può circolare impunemente. Non importa dunque da quale parte della barricata si viva, l’importante è che film come questi possano mostrarsi e parlare a ognuno di noi a patto di rendere la sala cinematografica quale curvatura spazio temporale rispetto al regime che, ogni giorno, ognuno di noi subisce. 


 

domenica 29 maggio 2022

Esterno Notte (Parte Seconda) di Marco Bellocchio

Dunque. Bellocchio si è sorrentinizzato. Per (quasi) sua stessa ammissione. In un incontro col pubblico dopo la proiezione di Esterno Notte Parte 2 ieri pomeriggio infatti, il regista ha parlato de Il Divo e di The New Pope come di prodotti innovativi e interessanti (nulla di male, sia chiaro) arrivando, con Gifuni che gli faceva da sponda, a paragonare quei lavori ai film di Volonté con Elio Petri come Todo Modo. E qui non possiamo che dissentire. Troviamo infatti Sorrentino un autore furbo, un ‘autore’ in senso ideologico (quel titolo gli serve per un surplus di vendita di sé) che è capace di inserire dettagli grotteschi quando parla del potere magari, come nel film su Andreotti, ma un ‘autore’ lontanissimo da un Petri che invece lavorava sullo straniamento brechtiano per tutta una pellicola facendo arrabbiare tutte le parti chiamate in causa, ad esempio ne La Classe Operaia, e non di strapparci un sorrisetto sornione perché ora con la giusta distanza dalla storia sappiamo tutti cosa era il Potere in quel periodo in Italia.

Ne sia riprova lo sdegno che ha accolto l’ultimo Nanni Moretti, che in sala portava tensioni tutte contemporanee. Ecco, Petri, come Moretti ai giorni nostri, agiva ‘in medias res’, mentre Sorrentino ammicca sempre all’intelligenza dello spettatore quando l’arte invece può anche giocare a farci sentire stupidi. E non a rendere grotteschi i personaggi che ci presenta. Abbiamo detto dei terroristi, come Faranda, protagonista del quarto episodio della serie, il primo proiettato ieri pomeriggio. Mi ha colpito molto l’esordio in sala, a fine proiezione, di Bellocchio, che ci ha detto di come i nevrotici fantasticherebbero certe situazioni mentre gli psicotici (sottotesto: i brigatisti) le mettono in atto. Mi è venuto in mente perché Deleuze e Guattari nel loro testo Millepiani dicevano esattamente l’opposto. Gli psicotici non sono infatti quelli pericolosi per la società, semmai è la società ad essere pericolosa per gli psicotici. Distanza, per autori appartenuti a una stessa generazione, non da poco, trovate?

Ma poi quei brigatisti con psicologie da cartone animato, con Faranda stessa che di fronte alle immagini televisive della moglie di uno dei carabinieri che si getta piangendo sulla tomba del marito pare avere un sussulto di pentimento e poi si indurisce nel suo ruolo, mentre noi scopriamo da un successivo dialogo col compagno Morucci che lei si sarebbe lasciata convincere da lui in una impresa che parrebbe ora, nelle intenzioni di lui, non più rivoluzionaria ma rivoltosa (e come facevano i compagni a leggere TAZ di Hakim Bey se quel testo non era ancora stato scritto?). Ecco, come hanno evidenziato in un comunicato i ragazzi di Milano in Movimento, con cui mi trovo d’accordo, in Italia tramite film e serie TV si rendono complessi e quindi appetibili ogni tipo di personaggio, dai mafiosi agli ‘ndranghetisti, ma un momento di confronto serio coi brigatisti ancora pare impossibile. Così, non perché io ammiri i brigatisti, ma solo per amore non tanto del paradosso quanto del mettere in luce le contraddizioni del nostro tempo.

 


E dunque eccoli sullo schermo, Margherita Buy nei panni della moglie di Moro e Fausto Russo Alesi in quelli di Cossiga, il “ciclotimico” che “meriterebbe la seminfermità mentale” secondo le parole di Moro a un prete poco prima dell’esecuzione. Un Moro interpretato da un Gifuni molto più convincente che non nel primo episodio secondo quanto vi abbiamo già riferito – ma Gifuni ha portato Moro a teatro per un lungo periodo, quindi la scelta era quasi d’obbligo o quanto meno molto sensata: il suo studio peraltro assomiglia molto proprio a quello storico di Volonté, senza nulla togliergli in autonomia e risultati – ma non ostante la bravura degli attori tutti non possiamo non notare come, a parte qualche iniezione di visionarietà appunto sorrentiniana, che a questo punto acquisisce senso per il suo essere meno rutilante di quella petriana ma funzionale a svecchiare un certo cinema impegnato, quest’ultimo ancora resti in debito nei confronti del ricatto dell’asciuttezza e del rigore imposto proprio dall’omicidio dell’onorevole democristiano.

Ecco perché allora, forse, tornare oggi su quei giorni e quegli avvenimenti. Forse il desiderio profondo (inconfessato? Inconfessabile? O forse lampante?) di Bellocchio potrebbe essere proprio quello di svecchiare quella parte di settima arte più legata all’impegno civile restituendo allo spettatore e a chi ci lavora direttamente, attori, registi, fotografi, un minimo di desiderio di giocare. Dato che, come si diceva a proiezione ferma, “il buio ci è amico” e allora forse vale la pena lasciarlo interagire con noi. Certo, Petri con quel buio imbastiva partite a scacchi di precisione geometrica, mentre qui siamo ancora fermi a certi dettagli, ma non scordiamoci cosa è passato in mezzo, cosa sono stati per noi gli anni Ottanta ad esempio, senza contare cosa significa avere una casa di produzione che ti acquista i diritti di intere pellicole per poi tenerle ferme, mai più distribuite, dopo un timido passaggio in sala, per non mettere in imbarazzo chi ancora gestisce il Potere in Italia.

E allora ecco che, con tutti i difetti ideologici e artistici di questa operazione, capiamo che forse oggi era impossibile fare di meglio, sebbene quei brigatisti di cartone faranno fare commenti moralistici a tutti i padri di famiglia fermi col birrone gelato e la frittatona di cipolle privati della partita di calcio trasmessa non più in chiaro sulla televisione pubblica. Non so quanto tempo ci vorrà ancora perché al cinema o in televisione si veda un prodotto culturale capace di affrontare con coraggio quel periodo, invece di mostrarci dei brigatisti che si allenano a sparare a una macchina in un retropalazzo qualsiasi. No, mi spiace, ma non è andata così: per uccidere cinque carabinieri di scorta lasciando vivo l’ostaggio principale devi essere stato allenato da qualche esercito o servizio, non ti ci improvvisi facendo due prove colla mitragliatrice rubata chissà dove.

 


Senza contare poi dove era ubicato, e con che vicini di casa, il palazzo in cui è stato nascosto l’onorevole Moro. Tutti dettagli che Bellocchio omette, e che il pubblico da quel che ho potuto constatare gli perdona (complice?). Forse la verità storica, che certo non necessariamente dev’essere l’obiettivo di una serie TV, fa paura o genera ansie profonde in un paese al cinquantottesimo posto nel mondo per la libertà di stampa ma ai primi in Europa per livello di corruzione, tutti indizi di uno Stato che ancora non si è reso autonomo da influenze provenienti dall’esterno e che non lo sarà ancora per chissà quanto tempo. Nel frattempo vi consiglio anche la visione del bel documentario Com’è NATO un Golpe: Il Caso Moro di Tommaso Cavallini, con interviste a Carlo Palermo, Sergio Flamigni, Carlo D’Adamo e altri.

Potrebbe interessarvi infatti confrontare la finzione della serie di Bellocchio con un documentario (che io ho recuperato lo scorso anno in una visione pubblica sempre nello stesso cinema dove ho visto Esterno Notte ieri pomeriggio) per notare le differenze di prospettiva: nel documentario le personalità di Cossiga, Faranda, Andreotti, Paolo VI sono meno in evidenza ma la visuale sul periodo storico si amplia a dismisura e credo che alcuni di voi potrebbero trovarsi anche stupiti e sorpresi. Certo un prodotto artistico col documentario dovrebbe avere un elemento in comune, ovvero il far sentire, almeno oggidì, lo spettatore meno onnisciente e più inadeguato, giusto per comunicargli quella urgenza che poi dovrebbe indirizzarlo nella vita di tutti i giorni, dato che i documenti sono reperibili in qualsiasi biblioteca, assieme a vari testi che li interpretano e che gli danno una prospettiva.

Vi lascio con questo consiglio infine, con questa possibilità di confronto, e magari se ci riuscite (io l’ho fatto con ben poca difficoltà) provate a mettere gli occhi anche su Todo Modo di Petri e su un altro film del 1982 di Giuseppe Ferrara, Il Caso Moro, sempre con Volonté protagonista. Sono pellicole di cui vi ho parlato anche nella recensione alla prima parte di questo film, ma vale la pena recuperarli non solo perché chi scrive per Volonté ha un amore viscerale, ma anche perché vedere cos’era il cinema di impegno civile prima e dopo l’omicidio Moro vi porterà non solo a seguire meglio quanto avete appena letto in questa recensione, ma anche a farvi una vostra idea ben precisa. L’omicidio Moro ha voluto dire tanto in primis perché, nelle nostre strane teste, se sei vittima non puoi essere anche carnefice. L’arte dovrebbe dimostrarci che la realtà è più complessa di così.


 

mercoledì 25 maggio 2022

Un Eroe di Asghar Farhadi

Vedo le prime immagini dell’ultima fatica di Farhadi, recuperato colpevolmente dopo essermelo perso la scorsa stagione in un cinema d’essai a Milano proprio ieri pomeriggio, ed improvvisamente penso al neorealismo. Poi tornato a casa mi metto a spulciare la rete e scopro che proprio quella stagione del cinema italiano il regista iraniano ha voluto omaggiare con questo Un Eroe. Orbene, non è solo il rapporto tra padre e figlio a ricordare capisaldi della storia nostrana della settima arte, ma tutto ciò che vediamo sullo schermo 

Un Eroe ci parla di una persona comune. Una di quelle persone che avrebbero suscitato la simpatia di un Fabrizio De André, tanto per capirci. Un uomo che finisce in carcere per debiti con gli strozzini, denunciato dall’uomo che gli ha fatto da garante e che è anche il padre della sua ex moglie. In permesso premio, architetta con la propria attuale compagna – ancora nascosta alla società perché i due non sono ancora sposati – di vendere delle monete trovate da lei in una borsa a una fermata del tram e iniziare a pagare i debiti effettuati per iniziare una propria, purtroppo fallimentare, attività finanziaria. Ma poi ci ripensa: uno strano senso di giustizia prevale, e l’uomo decide di restituire le monete d’oro alla legittima proprietaria.

Questa è solo l’inizio dell’odissea dei protagonisti di questo film, ma vi serva per capire di che cosa stiamo parlando. Ci troviamo, credo, di fronte a un cinema necessario. Chi mi segue dalle origini sa quanto ami il cinema ‘inconscio’ e visionario di Fellini e Lynch, ma sa anche che amo moltissimo pellicole più vicine alla realtà quotidiana delle persone. Non ci sono grandi monologhi in questo film, ma ci sono personaggi che si dibattono in mezzo a mostruose macchine burocratiche e a mostruose sfortune che ne fanno emergere non il vero carattere – pia illusione di stampo veterocattolico in verità, figlia di quell’etica che impone di soffrire per purificarsi – ma la piena frustrazione e la rabbia, quella che può solo peggiorare le cose.

 


Lontano da ogni atteggiamento moralista, lo sguardo di Farhadi, già vincitore di due Oscar e onorato della presenza in Croisette con questo lavoro, è molto simile a quello dei fratelli Dardenne. La disperazione o la tenerezza, come quando l’uomo promette al figlio che non si sposerà se lui non vuole, sono il più possibile autentici o comunque credibili, come lo sono i personaggi secondari presi dalle loro paure burocratiche o dai loro rancori personali. Farhadi non giudica nessuno, semplicemente ci mette di fronte a dei fatti a volte con attento minimalismo – gli accenni a un suicidio in carcere, il proliferare delle ‘voci’ contrarie al protagonista in rete – a volte con crudo realismo, ma mai con la volontà di drammaticizzare eccessivamente o di fornire spunti per una qualsiasi forma di moralismo.

Apprendiamo quindi con dispiacere della causa civile intentata a Farhadi per plagio. Pare infatti che il fatto di cronaca drammatizzato in questa pellicola fosse anche alla base di un film di una studentessa di Farhadi, quel All Winners All Losers realizzato da Azadeh Masihzadeh rintracciabile senza tanta fatica su youtube. Questo perché ognuno di voi possa accedere anche a questa pellicola, fare un raffronto, farsi un’idea in attesa che il tribunale iraniano si pronunci. Da parte nostra non possiamo non notare come almeno una certa parte del mondo stia producendo pellicole che in qualche modo raccontano la vicenda di persone comuni, potremmo anche essere noi se solo lasciassimo cadere la maschera del perbenismo, e di avvenimenti reali o realistici. Questo mentre da noi proliferano supereroi con il beneficio di una ben descritta, a volte, psicologia.

Un peccato perché la filmografia di Farhadi è piena di gemme. Dal precedente Tutti Lo Sanno, con Penélope Cruz e Javier Bardem, storia di un rapimento e riscatto dall’atmosfera tesa e cupa dalla quale emergono tutte le tensioni sotterranee e i rancori legati al denaro e alle proprietà dei protagonisti, fino ai premi Oscar – ma non solo – di Una Separazione del 2011 e Il Cliente del 2016, ovvero un divorzio e uno stupro passati al setaccio dei raggi X dell’anima, le pellicole del regista iraniano classe 1972 sono sempre stati piccoli gioielli. Spero che nessuno pensi che io stia scrivendo la sua difesa dalle accuse di plagio, perché non è questo il punto. Siamo tutti multidimensionali, e Farhadi potrebbe essere contemporaneamente un ottimo regista e un plagiario. Chiediamo quindi a chi ci legge la stessa mente aperta che ci vuole per godersi i suoi film.

 


Del resto il pluripremiato regista non è nuovo a polemiche, come quando rifiutò di presentarsi a ritirare l’Oscar, appunto, per Il Cliente, motivando la propria assenza come protesta per le leggi restrittive nei confronti degli stranieri in viaggio per gli Stati Uniti da alcuni Paesi, Iran incluso. La sua motivazione in quell’occasione fu che egli non era d’accordo nel dividere il mondo in due categorie, gli ‘amici’ e i ‘nemici’, in nome di una visione delle cose più complessa, come la realtà rappresentata, appunto, nelle sue pellicole. Varrebbe forse la pena premiare questi atteggiamenti, che non sanno di polemica sterile – è vero, c’era Trump al potere all’epoca, ma siamo sicuri che un’altra amministrazione avrebbe preso altre decisioni in fatto di politica estera? – ma di prese di posizione meditate.

Staremo dunque a vedere come finirà la causa di cui vi abbiamo riferito, tuttavia sarebbe un peccato non vedere le due pellicole e confrontarle, visto che ce n’è la possibilità, e godersi così, collateralmente a un processo di conoscenza, due pellicole di un cinema poco conosciuto ma che vanta nomi interessanti e produzioni che non solo ricordano il nostro cinema, da molti riconosciuto come il più bello del mondo – Farhadi cita spesso i nostri Rossellini, Fellini e Pasolini – ma che potrebbero essere messi sullo stesso livello di produzioni di nazioni più blasonate – una su tutte la Corea del Sud, e vi chiedo di non fraintendermi essendo io un fan di Kim Ki-duk, come sa chi mi legge con costanza – per mere questioni di appeal commerciale.

Che dire in chiusura, dunque? Farhadi firma un’opera controversa ma matura, di quelle che alla visione in sala fomentano le signore bene – l’ho notato ieri con piacere che molte sbottavano a monosillabi di fronte agli atteggiamenti ‘scorretti’ del protagonista, con un personaggio prinicipale che assomiglia a molte persone che finiscono ovunque nel mondo in prigione – non per cattiveria o per una propensione a delinquere, ma per un mix di cattiva sorte e cedimento all’ideologia del tentare, appunto, la sorte, il che non si traduce certo da parte nostra in un elogio dell’immobilismo, ma leggete Bukowski se volete capirci, perché il sogno americano non è solo negli Stati Uniti ma è stato esportato ovunque con la ahem, democrazia – e che dovrebbe quindi, incidentalmente, farci riflettere, soprattutto quando dalla pellicola veniamo a sapere che nel sistema legislativo iraniano si può sfuggire alla pena di morte pagando. Uno sproposito, ma pagando. E allora, ci avvisa Farhadi, non chiamatela giustizia, perché è solo un’altra forma di business. Non potremmo essere più d’accordo.