Eletto come ‘il miglior film del secolo’ (breve, ne abbiamo
vissuto solo un ventennio) dalla BBC, “Mulholland Drive” è il secondo capitolo
della cosiddetta (cosiddetta perché la definizione è dei fan, non del regista)
‘trilogia onirica’ di David Lynch, al seguito di “Strade Perdute” del 1996 e
precedente “INLAND EMPIRE” del 2006. Un film che, pur nella sua complessità,
risulta apparentemente più facile da capire del film che lo precede e del film
che lo segue. Vedremo che le cose non stanno esattamente così.
Sta di fatto che “Mulholland Drive” è il film che più, tra
quelli recenti del regista di Missoula, ha scatenato le pulsioni ermeneutiche
che tutto sommato sono unanimi: infatti da tutte le parti, soprattutto in rete,
potete trovare spiegazioni che vi erudiscono sul fatto che la prima parte del
film è un sogno di Naomi Watts/Betty, e che la seconda parte invece è la vera
vita di Diane. Poi le interpretazioni divergono sui dettagli. Ad esempio, ve
n’è una molto bella di Giovanni Bottiroli dove si sottolinea come, se Betty è
il doppio di Diane, in realtà anche Rita lo è.
Diciamo subito che noi non siamo d’accordo. Ci sono diversi
elementi nel film che ci lasciano pensare che, in realtà, anche la seconda
parte del film sia un sogno, e che il film in sé sia un doppio sogno sognato …
dallo spettatore (mentre il precedente “Strade Perdute” era un doppio sogno
sognato da Bill Pullman/Fred Madison). Se iniziamo a guardare il film infatti,
notiamo che dopo la musica iniziale e quella gara di ballo sulle cui immagini è
sovrapposta quella della Watts, la prima immagine che abbiamo è quella di un
letto, in particolare il dettaglio del cuscino. Eccovi, benvenuti a bordo!
Altra immagine significativa è, nella seconda parte del
film, il ‘ritorno’ del ‘barbone’ col volto di nerofumo che nella prima parte
del film spaventa a morte Dan (fino forse a procurargli un infarto) nel
Winkie’s. Egli regge in mano il famoso cubo blu già visto nella prima parte del
film, e da questo cubo blu emergono le miniature delle due persone che hanno
fatto compagnia a Betty nel suo viaggio in aereo verso Los Angeles. Com’è
possibile che una creatura di sogno esista nella realtà? Com’è possibile che
due persone siano così piccole e che entrino nella casa di Diane da sotto la
porta? E chi è entrato nella casa di Diane per lasciarle sul tavolino la chiave
blu?
Ovviamente anche la seconda parte del film è un sogno.
L’unico personaggio reale della pellicola, infatti, è la cantante Rebekah Del
Rio, che nel film interpreta sé stessa mentre canta in spagnolo una struggente
versione di “Crying” di Roy Orbison (la scena del Club Silencio, stupenda,
potrebbe derivare da una scena che si svolge in un cinema teatro di periferia
ne “Le Notti di Cabiria” di Federico Fellini, che per stessa ammissione di
Lynch è stato uno dei suoi ‘maestri’). Tutti gli altri personaggi del film sono
visioni oniriche, in cui noi siamo catapultati come in uno di quei sogni della
nostra infanzia (ce ne ricordiamo? O siamo troppo lontani dal noi stessi
bambini?) in cui a un sogno ne succedeva un altro, con gli stessi personaggi.
Ma veniamo un po’ alla ‘trama’ del film. Una donna (Laura
Elena Harring) viene portata in limousine a Mulholland Drive (una strada sulle
colline di Hollywood) e le viene intimato di scendere dall’auto. Ma ecco che
un’altra macchina, proveniente dalla direzione opposta, si scontra con la
limousine, uccidendo il guidatore e il suo compare. Solo la donna sopravvive.
Ella inizia a vagare fino a che non riesce a introdursi in una casa: la casa di
Ruth, la zia di Betty. Sarà quest’ultima a trovare Rita, come decide di farsi
chiamare la donna misteriosa in preda all’amnesia.
Betty, che sogna la carriera di attrice, e Rita iniziano a
indagare sul misterioso incidente e sull’identità della ragazza (è un noir
questo film, come il precedente “Strade Perdute”) mentre Adam, un regista che
sta preparando un film musicale, viene sollecitato dai mafiosi fratelli
Castigliane a introdurre come protagonista del film Camilla Rhodes. Al suo
rifiuto, Adam si vedrà congelare i soldi in banca e sbaraccare il set, non
prima di aver scoperto che la moglie lo tradisce. Betty e Rita intanto si
mettono sulle tracce della fantomatica Diane Selwyn (l’unico nome a emergere
dalla memoria confusa di Rita), fino a che non si trovano di fronte a un
cadavere.
Ed ecco che Rita e Betty diventano amanti: dopo aver
consumato l’amplesso, verso le due di notte Rita sveglierà Betty per portarla
nel già citato Club Silencio. Ritornate a casa, spariranno per sempre in un
cubo blu. Ed ecco che ‘il cowboy’, personaggio misterioso che porta a Adam il
messaggio del boss protettore di Camilla, intima a Betty/Diane di svegliarsi.
La seconda parte del film, con la Watts a interpretare Diane e la Harring nei
panni di Camilla, due attrici/amanti, è meno lineare della prima dal punto di
vista narrativo, ma è piena di flashback.
Camilla, una attrice famosa, vuole lasciare Diane, che
grazie all’amica fa delle piccole parti nei film della prima, ma nello stesso
tempo si diverte a tormentarla. Quando Camilla durante un party annuncia il suo
imminente matrimonio con un regista interpretato, come l’Adam della prima
parte, da Justin Theroux, Diane, umiliata oltre il sopportabile, assolda un
killer per uccidere l’ex amante. E quando troverà nella propria stanza una
chiave blu, segno che l’omicidio è compiuto, verrà assalita da una fantomatica
coppia di vecchi (gli stessi che avevano fatto compagnia a Betty nel viaggio in
aereo) e decide di suicidarsi urlando.
Come vedete, è molto facile riassumere questo film, non
ostante la doppia identità di tutti i personaggi. Per questo forse “Mulholland
Drive” ha avuto un discreto successo, molti riconoscimenti ed è stato eletto,
come abbiamo visto, addirittura ‘film del secolo’: la suspense dettata dal
dover riconoscere nella seconda parte nomi e dettagli di persone o cose o
luoghi che abbiamo visto nella prima parte è esaltante, come quando finalmente
riesci a comporre un puzzle. Purtroppo, come dicevamo, la vulgata relativa al
film è costituita da questa dicotomia ‘realtà/sogno’, quando in realtà dovremmo
parlare di una dicotomia ‘sogno/sogno’. Pare non esserci realtà in questo film,
non fosse per l’unico caso, quello della Del Rio.
David Lynch ha proseguito la sua strada, dal film
precedente, verso una dimensione onirica sempre più spinta, e con questo film è
riuscito a raggiungere l’immaginario se non del grande pubblico almeno di una
buona fetta di cinefili contemporanei, il che comunque non è poco. Mancava solo
un ulteriore piccolo passo per scardinare le nostre certezze, e questo passo
Lynch lo ha compiuto con il successivo “INLAND EMPIRE”. Ma quella della terza
pellicola ‘onirica’ del regista è un’altra storia, e per quanto ci riguarda la
abbiamo già raccontata su queste colonne. Vi invitiamo quindi a godervi il film
e a lasciarvi affascinare dal gioco di specchi perfettamente simmetrico (per
una volta) tra i due tronchi del film, quasi fossero parti di un unico
corpo.
Articolo di: Gian Paolo Galasi















