Chi si ricorda qual era, fin dagli anni Settanta del secolo
scorso, il nostro immaginario legato agli anni 2000? Vi vengo incontro: è del
1968 (anno cruciale) il film “2001: Odissea nello Spazio”, capolavoro assoluto
del genio Stanley Kubrick. Il nostro secolo è dunque, nell’immaginario
collettivo di chi precedeva quella data, l’anno delle esplorazioni spaziali,
del contatto con forme di vita intelligenti, di una rinnovata esperienza
dell’umano. Cosa è stato il 2001 nella realtà? E’ stato l’anno del G8 di Genova.
La caserma Bolzaneto, la scuola Diaz, Carlo Giuliani. Un intero movimento
antagonista al ‘potere costituito’ spazzato via dalla violenza istituzionale
della polizia.
Leggi anche: Cinque
testimonianze del G8 di Genova
In particolare sono rimasti nell’immaginario meno collettivo
ma più concreto di migliaia di persone, partecipanti e non, i fatti avvenuti
alla scuola Diaz. Qui, la sera del 21 luglio, tra le ore 22 e le ore 24,
poliziotti in assetto antisommossa sono penetrati picchiando selvaggiamente
tutte le persone, pacifiche, che si stavano preparando ad andare a letto prima
dell’ultimo giorno di manifestazione, arrestandone poi 93: di questi, 63 furono
portati in ospedale, e 19 nella caserma della polizia di Bolzaneto.
La nostra memoria collettiva ha più o meno rimosso quanto
avvenuto, non fosse che negli anni scorsi l’Italia è stata condannata dalla
Corte di Strasburgo per tortura. Tortura. In uno Stato che si definisce
democratico. Perché i fatti del G8 sono stati censurati dalla nostra memoria
storica? Più o meno perché sono stati il lasciapassare per il ‘mondo nuovo’,
per la realtà che stiamo vivendo adesso, giorno dopo giorno. Vi piace questa
realtà? Come, che domande vi sto facendo? Siete veramente incapaci di porvi un
quesito simile, se la vostra vita com’è vi soddisfa oppure no? Bene, quella
rimozione e quei fatti sono la spiegazione al vostro spaesamento attuale.
Ora. Nel 2012, a 11 anni da quei fatti, esce nei cinema
italiani il film “Diaz – Don’t Clean Up This Blood”, per la regia di Daniele
Vicari. Si tratta di un film che ricostruisce i fatti drammatici di quei
giorni, ed è una produzione italo-franco-romena. E’ superfluo che vi riassuma
la trama, salvo dirvi che gli avvenimenti di quel tragico 21 luglio sono
ricostruiti volta per volta affidandone la soggettiva a quattro personaggi:
Luca, giornalista della ‘Gazzetta di Bologna’ (un giornale conservatore), Alma,
una giovane anarchica tedesca, Nick, uomo d’affari francese che approda alla
Diaz semplicemente perché non trova una stanza d’albergo, e Anselmo, un anziano
sindacalista. Lo scopo di questa frammentazione della narrazione, ovviamente, è
quello di rendere sì la scena ‘collettiva’ o ‘corale’, ma focalizzandosi su
alcuni soggetti che rendono senz’altro il film più ‘umano’.
Dall’altra parte, le forze di polizia: esse utilizzano un
linguaggio burocratico (‘occorre liberare un manufatto’), da cui traspare però
un’atteggiamento ben diverso: molti poliziotti infatti, vorrebbero ‘pareggiare
i conti’ per le distruzioni dei black bloc avvenute in città, e già questo è
gravissimo: infatti la giustizia e la legge dovrebbero prevenire qualunque
cittadino, fosse anche un tutore dell’ordine, dall’applicare la legge del
taglione. Questo non avviene. Ma poi i poliziotti a Bolzaneto sbracano, e
iniziano a tartassare i 19 arrestati a ritmo di filastrocche come ‘manganello,
manganello, che rischiari ogni cervello’, il tutto mentre i ragazzi vengono
fatti accucciare e costretti a latrare come cani, in una scena che a me ha
ricordato quella analoga dei ragazzi che abbaiano nudi e al collare in “Salò o
le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini.
Certo, il film di PPP ha una forza simbolica mille volte
superiore a quella del film di Vicari, ma questo perché lì ci troviamo di
fronte ad un apologo morale dedicato, come del resto altre pellicole del poeta,
a mostrarci quanto la borghesia possa essere spietata proprio nei confronti dei
propri figli, mentre qui siamo davanti a una ‘semplice’ cronaca della ‘banalità
del male’, che forse tanto semplice non è, ma la cui forza forse ci è inibita
da un modo di vivere che tende a farci mettere la testa sotto la sabbia, e che
lo stesso PPP avrebbe bollato come conformismo. Un conformismo, però, che si è
esteso al di fuori e al di là della classe borghese.
Ma torniamo al film. La costruzione narrativa è solida, come
abbiamo visto, e visivamente il film ci mostra la concretezza della scuola e
della caserma in contrapposizione a vedute panoramiche di Genova che però (lo
dico da amante di quella città) non ci fanno ‘decollare’, e risultano per lo
spettatore come parziali di un corpo forse in decomposizione. Un altro
artificio retorico, cui stavolta do’ un segno negativo, è l’utilizzo di quello
che in linguaggio tecnico viene definito ‘cinematic effect’, una color
correction applicabile già con Photoshop e utilizzata anche dai fotografi
(essendo anche fotografo ne so qualcosa) che in pratica ricopre l’immagine di
una patina di colore trasparente uniforme.
Lo scopo di questo effetto cinematografico è ovviamente
quello di aumentare il senso della coerenza dei diversi elementi dell’immagine,
tramite un artificio estetico, ma il suo limite è quello di appiattire appunto
questi diversi elementi, negando loro una profondità a favore di una patina
‘dreamy’. E’ un effetto che troviamo in tutto il cinema contemporaneo, da
“Dogman” a “Nico 1988”, per non parlare poi del cinema americano. E’ come l’onnipresente
autotune per la musica trap. Un effetto cui, tra vent’anni, guarderemo con
curiosità e scherno così come ora facciamo con le spalline che si inserivano
nelle giacche negli anni Ottanta del secolo scorso.
Come è stato accolto “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” dal
pubblico? Il film ha vinto diversi premi (Premio del pubblico a Berlino nel
2012, Ciack d’oro, David di Donatello nel 2013) e ha totalizzato al botteghino
un milione e ottocentomila euro. E’ stato anche molto ben accolto dalla
critica. Ma l’impressione complessiva è quella di una operazione coraggiosa e
volenterosa che però incide poco, per via delle sue caratteristiche estetiche
‘conformiste’, come abbiamo visto (come diceva il chitarrista giapponese avant
garde Keiji Haino anni fa: “Non puoi essere un musicista rivoluzionario se
suoni sulla scala armonica occidentale”), non ostante si tratti di qualcosa di
più di un mero prodotto d’entertainment o anche culturale, in quanto alimentato
dal sacro fuoco del desiderio di testimonianza.
Vedi anche: Intervista a
Daniele Vicari
Articolo di: Gian Paolo Galasi


