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sabato 9 novembre 2019

Diaz Don't Clean Up This Blood di Daniele Vicari

Chi si ricorda qual era, fin dagli anni Settanta del secolo scorso, il nostro immaginario legato agli anni 2000? Vi vengo incontro: è del 1968 (anno cruciale) il film “2001: Odissea nello Spazio”, capolavoro assoluto del genio Stanley Kubrick. Il nostro secolo è dunque, nell’immaginario collettivo di chi precedeva quella data, l’anno delle esplorazioni spaziali, del contatto con forme di vita intelligenti, di una rinnovata esperienza dell’umano. Cosa è stato il 2001 nella realtà? E’ stato l’anno del G8 di Genova. La caserma Bolzaneto, la scuola Diaz, Carlo Giuliani. Un intero movimento antagonista al ‘potere costituito’ spazzato via dalla violenza istituzionale della polizia.


In particolare sono rimasti nell’immaginario meno collettivo ma più concreto di migliaia di persone, partecipanti e non, i fatti avvenuti alla scuola Diaz. Qui, la sera del 21 luglio, tra le ore 22 e le ore 24, poliziotti in assetto antisommossa sono penetrati picchiando selvaggiamente tutte le persone, pacifiche, che si stavano preparando ad andare a letto prima dell’ultimo giorno di manifestazione, arrestandone poi 93: di questi, 63 furono portati in ospedale, e 19 nella caserma della polizia di Bolzaneto.

La nostra memoria collettiva ha più o meno rimosso quanto avvenuto, non fosse che negli anni scorsi l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per tortura. Tortura. In uno Stato che si definisce democratico. Perché i fatti del G8 sono stati censurati dalla nostra memoria storica? Più o meno perché sono stati il lasciapassare per il ‘mondo nuovo’, per la realtà che stiamo vivendo adesso, giorno dopo giorno. Vi piace questa realtà? Come, che domande vi sto facendo? Siete veramente incapaci di porvi un quesito simile, se la vostra vita com’è vi soddisfa oppure no? Bene, quella rimozione e quei fatti sono la spiegazione al vostro spaesamento attuale.



Ora. Nel 2012, a 11 anni da quei fatti, esce nei cinema italiani il film “Diaz – Don’t Clean Up This Blood”, per la regia di Daniele Vicari. Si tratta di un film che ricostruisce i fatti drammatici di quei giorni, ed è una produzione italo-franco-romena. E’ superfluo che vi riassuma la trama, salvo dirvi che gli avvenimenti di quel tragico 21 luglio sono ricostruiti volta per volta affidandone la soggettiva a quattro personaggi: Luca, giornalista della ‘Gazzetta di Bologna’ (un giornale conservatore), Alma, una giovane anarchica tedesca, Nick, uomo d’affari francese che approda alla Diaz semplicemente perché non trova una stanza d’albergo, e Anselmo, un anziano sindacalista. Lo scopo di questa frammentazione della narrazione, ovviamente, è quello di rendere sì la scena ‘collettiva’ o ‘corale’, ma focalizzandosi su alcuni soggetti che rendono senz’altro il film più ‘umano’.

Dall’altra parte, le forze di polizia: esse utilizzano un linguaggio burocratico (‘occorre liberare un manufatto’), da cui traspare però un’atteggiamento ben diverso: molti poliziotti infatti, vorrebbero ‘pareggiare i conti’ per le distruzioni dei black bloc avvenute in città, e già questo è gravissimo: infatti la giustizia e la legge dovrebbero prevenire qualunque cittadino, fosse anche un tutore dell’ordine, dall’applicare la legge del taglione. Questo non avviene. Ma poi i poliziotti a Bolzaneto sbracano, e iniziano a tartassare i 19 arrestati a ritmo di filastrocche come ‘manganello, manganello, che rischiari ogni cervello’, il tutto mentre i ragazzi vengono fatti accucciare e costretti a latrare come cani, in una scena che a me ha ricordato quella analoga dei ragazzi che abbaiano nudi e al collare in “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini.

Certo, il film di PPP ha una forza simbolica mille volte superiore a quella del film di Vicari, ma questo perché lì ci troviamo di fronte ad un apologo morale dedicato, come del resto altre pellicole del poeta, a mostrarci quanto la borghesia possa essere spietata proprio nei confronti dei propri figli, mentre qui siamo davanti a una ‘semplice’ cronaca della ‘banalità del male’, che forse tanto semplice non è, ma la cui forza forse ci è inibita da un modo di vivere che tende a farci mettere la testa sotto la sabbia, e che lo stesso PPP avrebbe bollato come conformismo. Un conformismo, però, che si è esteso al di fuori e al di là della classe borghese.



Ma torniamo al film. La costruzione narrativa è solida, come abbiamo visto, e visivamente il film ci mostra la concretezza della scuola e della caserma in contrapposizione a vedute panoramiche di Genova che però (lo dico da amante di quella città) non ci fanno ‘decollare’, e risultano per lo spettatore come parziali di un corpo forse in decomposizione. Un altro artificio retorico, cui stavolta do’ un segno negativo, è l’utilizzo di quello che in linguaggio tecnico viene definito ‘cinematic effect’, una color correction applicabile già con Photoshop e utilizzata anche dai fotografi (essendo anche fotografo ne so qualcosa) che in pratica ricopre l’immagine di una patina di colore trasparente uniforme.

Lo scopo di questo effetto cinematografico è ovviamente quello di aumentare il senso della coerenza dei diversi elementi dell’immagine, tramite un artificio estetico, ma il suo limite è quello di appiattire appunto questi diversi elementi, negando loro una profondità a favore di una patina ‘dreamy’. E’ un effetto che troviamo in tutto il cinema contemporaneo, da “Dogman” a “Nico 1988”, per non parlare poi del cinema americano. E’ come l’onnipresente autotune per la musica trap. Un effetto cui, tra vent’anni, guarderemo con curiosità e scherno così come ora facciamo con le spalline che si inserivano nelle giacche negli anni Ottanta del secolo scorso.

Come è stato accolto “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” dal pubblico? Il film ha vinto diversi premi (Premio del pubblico a Berlino nel 2012, Ciack d’oro, David di Donatello nel 2013) e ha totalizzato al botteghino un milione e ottocentomila euro. E’ stato anche molto ben accolto dalla critica. Ma l’impressione complessiva è quella di una operazione coraggiosa e volenterosa che però incide poco, per via delle sue caratteristiche estetiche ‘conformiste’, come abbiamo visto (come diceva il chitarrista giapponese avant garde Keiji Haino anni fa: “Non puoi essere un musicista rivoluzionario se suoni sulla scala armonica occidentale”), non ostante si tratti di qualcosa di più di un mero prodotto d’entertainment o anche culturale, in quanto alimentato dal sacro fuoco del desiderio di testimonianza.





Articolo di: Gian Paolo Galasi