domenica 17 marzo 2024

Inshallah a Boy di Amjad Al Rasheed

Se ne è parlato come dell’ennesimo film contro il patriarcato, ed è così se pensiamo non a un film-manifesto ma a un film che racconta una storia intima e personale mostrandoci i rapporti di forza tra uomini e donne in un Paese come la Giordania, di cui il regista Amjad Al Rasheed è originario, senza sconti, senza veli e con il desiderio di porre domande agli spettatori su un mondo che, se da noi è cambiato – anche se non abbastanza – almeno da qualche decennio, ovunque nel mondo considera la donna come una creatrice di vita e solo in quanto tale degna di tutele.

Ma veniamo alla trama. Nawal (una intensa Mouna Hawa) è una donna sposata il cui marito muore all’improvviso, lasciandola sola con una figlia piccola. Scoprirà col passare del tempo che il marito si era licenziato quattro mesi prima dalla tipografia in cui lavorava, e che forse aveva anche una doppia vita alla curiosità verso la quale decide di non lasciarsi tentare. Purtroppo il cognato viene a esigere un debito, il pagamento di quattro rate del pickup del marito di Nawal saldate le quali tornerebbe in attivo col funerale e la veglia.

In mezzo, incuneati tra le giornate in cui Nawal fa da badante a un’anziana donna e cerca di essere solidale con la nipote di quest’ultima, un collega innamorato che cerca di approfittarsi della solitudine e delle difficoltà della donna per dichiararle finalmente i suoi sentimenti e un fratello che nelle beghe legali tra la donna e il cognato non sa mai che parti prendere, fino a che non si schiera dalla parte della sharia e delle leggi coraniche dimostrando non capacità decisionali ma mancanza di midollo.

 


Per far fronte a tutte queste situazioni, l’unica possibilità per Nawal è mettere in campo la pretesa attesa di un figlio maschio, per dimostrare l’esistenza del quale si lancerà in una serie di iniziative che hanno del rocambolesco. Non entriamo ovviamente nei dettagli per non guastarvi la visione. Come già altre pellicole analizzate in questo blog e provenienti dal mondo musulmano, prendiamo ad esempio un piccolo classico come l’iraniano Un Eroe di Asghar Faradi, Inshallah a Boy riprende le coordinate stilistiche del nostro cinema neorealista e le attualizza sia sul piano stilistico che per quanto riguarda le tematiche.

La macchina da presa indaga situazioni ed emozioni, mentre le musiche, la fotografia e il sound design sottolineano in maniera funzionale al racconto le vicende narrate nella pellicola. Valore aggiunto a questo film è senz’altro il fatto che gli avvenimenti non contengono proclami imposti dall’alto relativi alle tematiche affrontate ma si limitano a mostrarci personaggi nessuno dei quali completamente buono o cattivo ma tutti irretiti, chi più chi meno, in una trama di credenze religiose e sociali che sembrano impossibili da scalciare per riappropriarsi di una propria, impensabile, libertà.

Si soffre quindi presi nelle maglie di quello che è il vero potere, ovvero le credenze cui tutti sottostanno, in quanto individui dotati di una propria sensibilità che è impossibile sviluppare attraverso di esse, ma questo non è un tema tipico solo dei Paesi governati dalla legge islamica, ma un tema comune a tutte le culture del mondo. Forse un primo tentativo di creare un altrove è la cura delle relazioni, come mostra il rapporto tra Nawal e l’anziana di cui è badante la quale è ben più che un oggetto da accudire, per sensibilità della protagonista.

Varrebbe la pena approfondire questo tema, magari con una pellicola apposita, perché no, dato che qui in Europa l’argomento si sta facendo spinoso per via dei costi relativi alle relazioni di cura e alle misure che gli anziani e le loro famiglie stanno approntando ovunque per farvi fronte, annacquando quelle che di conseguenza avrebbero potuto essere incontri forieri di sorprese, come ci ha mostrato, sempre lateralmente, anche Gaspar Noé nel suo ultimo Vortex. 


 

domenica 10 marzo 2024

Ancora un'Estate di Catherine Breillat

Ancora Un’Estate, l’ultima fatica cinematografica di Catherine Breillat (A Mia Sorella!, Pornocrazia) è un’opera ambiziosa pur essendo un remake di un film danese, Queen of Hearts. Ambiziosa ma fallimentare. E per questo è un’opera che fa tenerezza, che si culla dolce nella mente, con le sue verità scomode ma mostrate in un modo che, vi racconterò, non centra il bersaglio.

La regista, un tempo attrice, sceneggiatrice e assistente di montaggio per registi come Fellini, Cavani, Bertolucci e Bellocchio prima di iniziare una carriera in proprio, perseguendo le proprie visioni, vuole spiazzarci mettendoci di fronte a una storia ‘immorale’, ovvero alla storia di passione e amore tra Anne (Léa Drucker) e il diciassettenne Théo (Samuel Kircher), di cui è anche matrigna.

E’ uno di quei film che non affronta la tematica per questioni di impegno né di moralismo, ma per metterci di fronte a una delle tante zone grigie che affollano la vita umana. E per fare questo mette in scena un’opera ponderata (Anne non è ad esempio una megera, non strepita per difendersi, anzi è fredda nel suo essere crudele, e per questo risulta convincente col marito) e piena di dettagli.

 


I volti ad esempio. Si sente che Breillat ha colto, non solo in spirito ma anche in forma, la lezione di Pasolini, con quei primi piani sulle espressioni facciali che però hanno lo scopo non più di mostrarci l’alterità del sottoproletariato quanto la psicologia dei personaggi. Le musiche, curate da Kim Gordon che tra l’altro proprio nei giorni dell’uscita del film in oggetto pubblica un nuovo album di trap noise …

E devo dirlo: il film ha funzionato per il sottoscritto. Durante le ultime scene, e poi all’uscita dalla sala, mi sono ritrovato a pensare che probabilmente quella relazione è nata dalla curiosità, non solo dalla nostalgia per l’adolescenza perduta. Conosco gente della mia età che ha idealizzato i cartoni animati che vedeva da bambino o adolescente, e quella è nostalgia.

Ma se ti appassioni a un adolescente di carne e sangue, quello è desiderio di conoscenza di un mondo che è cambiato, e che si vuole capire meglio – le adolescenze in diverse età del mondo non sono uguali. Certo, ci sono altri strumenti. Si usano? No, perché gli adulti di oggi non si confrontano, spesso anche quando hanno figli adolescenti, con quell’età della vita.

 


E allora può capitare che alcuni di noi cadano nella rete, per così dire. Detto questo, devo dire purtroppo che il film non ha funzionato per le persone che stavano con me. Una sala gremita e in cui si sentivano qua e là risolini di sicurezza, di chi mai ha pensato a quel tipo di relazione perché perso nelle proprie convenzioni sociali e nella propria adesione alle regole.

Non so cosa ci vorrebbe per svegliare quelle persone e farle empatizzare maggiormente coi due protagonisti – alla fine della proiezione, sentendo i commenti, il personaggio che più ha attirato simpatie resta quello interpretato da Olivier Rabourdin, Pierre, il padre, un imprenditore piuttosto rozzo e stupido, preoccupato dagli accertamenti fiscali dell’azienda per lo più.

Certo, Breillat si tiene lontana dal ritratto di borghesia in nero, sia perché ne sono stati fatti troppi, sia perché non è quello il focus – anzi, dipingere una ennesima famiglia disfunzionale come scusante per la relazione clandestina forse sarebbe stato intellettualmente disonesto – eppure mi domando, ancora, se Breillat non abbia ceduto troppo all’ironia, che per me non è mai un sinonimo di intelligenza. Certo è che per me è valsa comunque la pena: e anche questo è un fatto, come disse il Galileo di Brecht.

 

domenica 3 marzo 2024

Dune Parte Due di Denis Villeneuve

C’era una volta la fantascienza. Un genere letterario, e poi cinematografico anche, che a volte cerca di spiegare alcune linee di tendenza del mondo contemporaneo sotto forma di allegoria come la Trilogia della Fondazione di Asimov, alle volte ama semplicemente mostrare visioni del futuro o visioni tout court come 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick, spesse volte fa entrambe le cose, come nel caso di questa opera di Denis Villeneuve.

Non voglio tracciare linee di tendenza, creare separazioni o dare definizioni, tuttavia ci tengo a precisare che, già vedendo la precedente, per molti versi fallimentare trasposizione del film di Lynch, il romanzo di Herbert parrebbe essere tutt’altra cosa ancora. Quella Spezia che permette di viaggiare attraverso il passato e il futuro, ad esempio, pare venir fuori da un mito antico quali quelli di Iside e Osiride o dai Vangeli apocrifi, per non parlare poi, per venire a tempi ben più recenti, dei wormholes di Einstein.

Confesso anche che, più giovane, ho poco amato quel primo Dune cinematografico perché di Lynch avevo appena imparato ad apprezzare la visionarietà compiuta e fuori dagli schemi di lavori quali Lost Highway e Mulholland Drive e, ancora a digiuno di letteratura surrealista purtroppo, facevo fatica a capire come mai un regista di tale calibro si fosse fatto irretire nella produzione di un filmone di fantascienza che sembrava voler replicare in qualche modo il successo di Star Wars e nulla più.

Insomma, mi sembrò all’inizio una mera operazione commerciale. In realtà già Jodorowski, come ci ha mostrato un bel documentario del 2013 diretto da Frank Pavich si era innamorato della storia contenuta in Dune, e progettava un film allegoria della cultura psichedelica, ma non solo, degli anni Settanta contando anche di coinvolgere i Pink Floyd per quanto riguardava la colonna sonora, oltre che avere come attori personaggi del calibro di Orson Wells, Mick Jagger e Salvador Dalì.

Psichedelia. Questo è il punto. E il Viaggio dell’Eroe. Cose che oggi paiono non comprensibili ai più, ma che sono state importanti. Il Viaggio è se vogliamo l’ossatura di qualsiasi opera narrativa di vaglia, con almeno un personaggio alla ricerca di sé stesso e del passaggio all’età adulta, mentre l’apertura della mente è con vari gradi di progettazione e realizzazione ciò che ha interessato praticamente tutti gli artisti dagli anni Sessanta fino ai decenni successivi.

 


Si pensava infatti che penetrare attraverso le porte della percezione nel regno della psiche avrebbe portato a un uomo più consapevole di sé e meno schiavo delle proprie pulsioni di Potere o distruttive. Questo è anche ciò che credeva Lynch, al netto del mancato controllo sul montaggio finale e l’uso invasivo – e anti-lynchiano – di una voce fuori campo che spiega i pensieri dei personaggi, cui dobbiamo aggiungere l’interesse del regista per i viaggi nel tempo, cui dedicherà senza dichiararlo il capolavoro assoluto INLAND EMPIRE.

Villeneuve sceglie una strada diversa, interessante ma, almeno alla fine di questa seconda parte, rasentante a mio avviso il già visto. La nuova, ma vecchia strada del regista che mi aveva già deluso in Blade Runner 2049 – coinvolge più la testa che il cuore – ma non in Dune Parte Uno è quella appunto di girare con quest’ultimo lavoro un film sulla contemporaneità, mostrandoci sì un universo del futuro ancora feudale, governato da lineaggi di casate nobiliari spesso in lotta fra loro, ma percorso da tensioni sotterranee che richiamano ora il tema del fondamentalismo come risorsa a doppio taglio dei popoli oppressi, ora il tema della minaccia nucleare, ora mostrandoci una crescita dell’eroe tutt’altro che nobilitante.

Il tutto condito da una fotografia magnifica di Greig Fraser, dalla colonna sonora e dal sound design di Hans Zimmer, stavolta vera protagonista delle scene non solo di battaglia del film – i combattimenti occupano una parte importante ma non l’unica della pellicola, se vi hanno detto il contrario significa che qualcuno ha visto un altro film – e da effetti speciali che ti fanno dimenticare il lavoro in studio e ti permettono di concentrarti sulla maestosità delle dune desertiche quanto sul colpo d’occhio di architetture in stile Bauhaus.

E’ dunque un peccato che alla fine tutto si riduca a una riedizione in tono minore de Il Trono di Spade, con le trame di potere e gli incroci tra stirpi che portano sì a dei colpi di scena discretamente funzionali ma che lasciano freddo lo spettatore – almeno questo è successo a me – coinvolgendo solo la sua sfera razionale – eh già come corrompe il potere – e non la sua parte emotiva – mi sarei aspettato più onirismo, che tra l’altro è anche funzionale alla trama, con Paul Atreydes che inizialmente si tiene lontano dalla guerra aperta e dal dichiararsi l’eletto proprio per via dei sogni pieni di sangue che scorre nel caso fomentasse il conflitto aperto.

Grande e gradevole, tuttavia, anche il lavoro fatto dal manipolo di attori (Chalamet, Zendaya, Bardem, Walken, Pugh, Seydoux) ognuno dei quali mostra o nasconde le proprie emozioni in maniera perfetta come da manuale dell’attore, senza sbavature. Non è sicuramente la mancanza di credibilità il problema di fondo di questa pellicola, che risiede piuttosto nel mancato passaggio da una proposta valoriale a un’altra, più nuova, che latita. Ma questo, ovviamente, non è un problema imputabile al solo Villeneuve. E’ un (grosso) problema culturale contemporaneo, piuttosto.

 


domenica 25 febbraio 2024

Past Lives di Céline Song

Mi trovo quasi per caso – avevo comprato il biglietto per La Zona di Interesse ma una maschera confusa mi ha fatto sbagliare sala, al che ho deciso di rimanere per godere di una eventuale situazione-sorpresa – a fruire dell’esordio alla regia di Céline Song, una giovane regista e scrittrice coreana, dall’impianto autobiografico e, pur essendo fan di Kim Ki-duk, mi ritrovo a pensare: finalmente una regia che non pigia sull’acceleratore ma che con grazia e delicatezza ci mostra le possibili pieghe dell’animo umano.

Lo diceva infatti Gilles Deleuze parlando del barocco, in soldoni, che noi non conosciamo la profondità della nostra esistenza e le nostre possibilità se non sperimentandoci nella realtà, mettendoci alla prova. E’ quello che fa Nora Moon (Greta Lee) quando, a ventiquattro anni, recupera tramite Facebook l’amico di infanzia Hae Sung (Teo Yoo), che dopo aver espletato il servizio militare si è dedicato allo studio dell’ingegneria, mentre lei si è trasferita con la famiglia prima in Canada e poi, per seguire il sogno di diventare scrittrice, a New York.

Hae vorrebbe che Nora tornasse in Corea, e così dopo un periodo in cui i due si riavvicinano e si sentono quotidianamente, lei tronca quel rapporto, perché contrario ai suoi sogni. E’ allora che conosce Arthur (John Magaro), anche lui aspirante scrittore, a un laboratorio. I due iniziano a convivere, inizialmente per condividere sogni e bollette, ma poi scatta qualcosa e si sposano, anche per far ottenere a lei la famosa e agognata Green Card.

Ed ecco che, dopo altri dodici anni, Hae decide di recarsi a New York per cercare di nuovo Nora, dopo aver avuto una relazione infruttuosa con un’altra donna. Si ritroveranno tutti e tre, in una sera, a cenare, bere e parlare. Il cinema di Song è fatto di attenzione ai dettagli, alle famose pieghe dell’anima, ai particolari. Diversamente dal vecchio Sliding Doors e dal melodramma americano, qui tutte le porte sembrano restare aperte, e la quantità, non che la qualità, di emozioni e anche di una punta di dolore è meno netta ma più intensa.

 


Non sappiamo che libri scrive Nora, ma sappiamo che ha una passione per il cinema – consiglia ad Hae di vedere Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry ad esempio – e che tiene molto alla propria carriera, mentre Hae ha, per sua stessa definizione, una vita ‘media’: un lavoro medio, uno stipendio medio, forse anche pensieri medi. Eppure lui e Nora non sono tanto diversi: sarà che New York, con le sue case costosissime anche se non enormi, livella tutti verso il basso, anche chi sogna in grande.

Se devo muovere una critica alla pellicola, però, trovo quest’ultima nel suo non mettere mai in discussione la mononormatività. Per carità, non mi aspetto che un film diventi manifesto del poliamore, dato che odio in generale i manifesti, ma quanto era più esplicito Control di Anton Corbijn con quello Ian Curtis che alla moglie dice, a un certo punto, che non gli dispiacerebbe se lei amasse anche altri uomini. Certo, il fruitore medio della pellicola avrà pensato “Così può farle le corna senza sentirsi in colpa”, ma il punto invece non era quello.

Era che Curtis aveva l’energia di amore per amare più persone contemporaneamente, e, pare dire il regista del biopic su di lui, tra parentesi, in maniera sottile, è stata proprio la norma sociale a stroncarlo. Invece qui le persone si contorcono e si autopiallano per stare in una idea di amore romantico che, mi domando perché, non riesce ancora a venire messa almeno tra parentesi, al netto della tenerezza e della delicatezza della storia e della sua messa in scena.

Considerazioni a parte, mi ritrovo comunque ben disposto verso un film che resta comunque sincero, pur nuotando con un po’ di difficoltà nell’alveo della ‘normalità’ sentimentale, perché Song è riuscita a rendere con sincerità un mondo interiore visibile allo spettatore. Molti risolini imbarazzati in sala, il che è segno che le persone che con me hanno visionato la pellicola ieri si sono ritrovate a accusare un colpo senza però mettere veramente in discussione le proprie convinzioni. E questo è un piccolo limite, forse. 

 



sabato 17 febbraio 2024

La Natura dell'Amore di Monia Chockri

Premessa: mal sopporto Woody Allen. Tutta quella intelligenza per dire che la vita umana è fatta di contraddizioni insanabili, perché non si ha il coraggio di cercare una soluzione o di proporne una, per paura di venire poi magari sbugiardati o incompresi, mentre quando si è negativi si fa sempre un bell’effetto, ci si mette su un piedistallo, soprattutto quando si deve vendere un prodotto a persone che si vogliono o, per parafrasare lo slogan di una nota influencer, si pensano intelligenti.

Mal sopporto Woody Allen, dicevo, pertanto quando trovo una regista – in realtà Monia Chockri è una attrice (con Xavier Dolan in Gli Amori Immaginari e Laurence Anyways) che qui è al suo esordio come regista, anche se compare pure nelle sue già rodate vesti recitando – che gioca con premesse e con una messa in scena parzialmente alla Woody Allen, mettendoci anche meno dell’impegno del regista statunitense per affrontare ‘un tema’, ecco, io capitolo.

Non fraintendiamoci: le premesse erano interessanti, soprattutto se avete apprezzato The Human Stain di Philip Roth o anche solo la sua riduzione cinematografica a opera di Robert Benton, dato che si tratta di una storia di passione tra una professoressa di filosofia e un operaio che deve risistemarle uno chalet disastrato, che il marito ha acquistato spendendo una fortuna ma senza avere una sola nozione, una, di come dev’essere fatta una casa – impianto idraulico, elettrico, eccetera.

 


E dunque c’è tutta la distanza culturale tra i due protagonisti a creare tensioni, possibili fraintendimenti, anche se già il fatto che l’uomo sia più vistosamente geloso è una grossa red flag – si tratta di uno stereotipo bello e buono – per non parlare del fatto che il marito, borghese, quando viene a sapere del tradimento piange, mentre l’amante quando sospetta di venire tradito si arrabbia. Insomma siamo alle macchiette, e ci dispiace veramente perché il tema era, lo ripetiamo, interessante.

Purtroppo non si può fingere una curiosità verso l’umano che non si ha. Del resto Nathan Zuckerman, l’alter-ego protagonista di molti romanzi di Roth compreso quello da me citato all’inizio di questa recensione, prevede una identificazione forte tra scrittore e personaggio, non così qui dove Chockri si ritaglia un ruolo marginale – una fatua amica della protagonista che inizia una relazione clandestina a sua volta, influenzata dall’amica – e lascia che la storia vada avanti fino al finale dove la protagonista rimane esposta alla neve che inizia a scendere dal cielo.

Scontati i dialoghi, scontate le situazioni in cui il protagonista maschile soccombe dialetticamente di fronte agli amici di lei ma riesce comunque a rubare la scena per la sua decisione nell’affrontare le cose della vita, purtroppo siamo lontani da come un Fassbinder o anche solo un Cassavetes avrebbero potuto affrontare e mettere in scena personaggi del genere. E questo è il punto: l’amore per il cinema, l’amore per l’umanità – conseguente o precedente, ma coesistenti. Quando queste qualità mancano, l’opera non può che essere mediocre. 

 


domenica 11 febbraio 2024

Green Border di Agnieska Holland

Viviamo in un mondo dove i soldi possono venire trasferiti da un conto all’altro, anche su conti esteri, in un click, tant’è che da un po’ si parla di rendere possibili per legge i cosiddetti bonifici istantanei in tutta Europa, ma dove le persone non hanno la possibilità di abbandonare scenari di guerra o luoghi a loro poco conformi per tutta una serie di variabili. Se sei nato dalla parte sbagliata del mondo, e cerchi di venire in Europa o in Paesi dove la vita è più tranquilla, ti potresti trovare a dover vivere traversate del deserto e del mare rocambolesche o a venire rimpallato da un confine all’altro come tra Bielorussia e Polonia.

Io Capitano di Matteo Garrone ci ha raccontato il primo ordine di vicende, mentre questo Green Border ci mostra il secondo caso. Siamo nel 2021, e una famiglia di profughi provenienti dalla Siria viene accompagnata su un pullman al confine tra i due Stati e lì abbandonata. Marito, moglie, anziano padre, tre bambini e una donna che si è aggregata al nucleo. Sotto richiesta di soldi vengono portati al confine con la Polonia e aiutati ad attraversarlo. Ma poi, dopo una notte all’addiaccio e un giorno di pioggia fitta, arriveranno i militari che li scorteranno al confine con la Bielorussia, per poi essere di nuovo rimpallati, in un gioco kafkiano e disumano.

A fianco delle vicende di questa famiglia vediamo anche come vengono formati i soldati che di quei confini devono essere guardiani. Istruiti ad essere disumani, a non considerare quei migranti come persone – chi con coscienza porterebbe bambini in quel viaggio? – ma come ‘proiettili umani di Lukashenko’. C’è un ulteriore tassello, ovvero un gruppo di militanti anarchici che porta aiuto ai migranti stando bene attenti a non invadere le zone rosse, quelle proibite ai civili dai militari, cui si aggiunge una psicologa che per puro caso, una notte, trova un giovane, uno dei bambini piccoli della succitata famiglia siriana, a morire tra le sue braccia di annegamento.

 


Tra ferite per i morsi dei cani, tra richieste esorbitanti di soldi per una bottiglia d’acqua, tra l’umanità di chi disobbedisce alla legge per aiutare il prossimo, tra momenti di distensione a suon di rap e beatbox e attimi di convivialità condivisa, la pellicola ci mostra cosa significa vivere in un mondo per lo più disumano e insensato e cercare di non perdersi. Due ore e mezza e più che volano, per via di quanto le immagini, crude e per nulla retoriche, sono coinvolgenti.

Non vogliamo qui fare il confronto con altre pellicole, se non aggiungere che poi ci sarebbe anche da vedere come vivono i migranti una volta giunti in Europa, ma a questo ci hanno pensato i Fratelli Dardenne con Tori e Lokita. Ormai non possiamo dire di non sapere. Aggiungo a queste riflessioni il mio confronto con un paio di anziani fruitori della pellicola, secondo cui il film sarebbe stato troppo pesante e troppo lungo a confronto con quello di Garrone, più ‘leggero’ (sic).

E pensare che io durante la visione del film mi sono guardato intorno, e notando la presenza di diverse persone in sala mi sono detto “Meno male, almeno la gente si renderà conto di con chi si stanno mettendo i nostri di governanti, e di che politiche disumane sono capaci”. E invece chi fruisce questo tipo di film si preoccupa solo del proprio benessere o malessere, incapace, pare, di un quadro più ampio. Almeno in prima battuta. Per questo penso che questo tipo di pellicole, seppure imporanti, siano migliorabili.

 


Ci vorrebbe un momento di metacinema o di ‘rottura della quarta parete’ che aiutasse lo spettatore a riflettere, e a riflettere su di sé. Questo manca in tutte e tre le pellicole citate. Non per colpa dei registi, ma per colpa nostra, del pubblico. Io ad esempio ho paura in questo momento a sporcarmi le mani e a farmi attivista, intanto perché dovrei lasciare il mio territorio, il mio lavoro, la mia vita, - l’Italia non è la Polonia e non posso raggiungere facilmente quei territori – ma poi perché se avete presente la vicenda di Ilaria Salis e il ‘patto’ che i nostri governanti stanno stipulando con Ungheria e democrature simili occorre stare attenti.

Infatti il nostro governo sta ad esempio permettendo il trasferimento degli stabilimenti Fiat in Est Europa, dove la manodopera costa meno, in cambio della estradizione di Antifa anche nostrani nelle loro prigioni: ora, le nostre non sono certo carceri umane, come le cronache di questi giorni ci stanno mostrando, ma quelle sono veramente atroci. Già alcuni attivisti tedeschi sono stati estradati in Ungheria per vivere lo stesso destino di Salis, mi si dice. Non sono un giornalista e non ho la possibilità di fare inchieste e tutte le verifiche del caso, ma se ciò è vero, e non ho motivo di dubitarne, si tratta, assieme al trattamento dei migranti, di un altro grave colpo alla democrazia, per la salute della quale il dissenso interno e il conflitto sano sono fondamentali.

Mi perdonerete pertanto se ho parlato poco del bianco e nero del film, della struttura a episodi, di piani sequenza – che comunque ci sono – e altri ammennicoli, ma in Italia non abbiamo un giornale che sia uno che racconti certe cose, e allora vale la pena lasciarvi con uno squarcio di realtà in attesa che sia una nuova pellicola a raccontarci di ciò che sta succedendo sotto i nostri nasi. Per il resto lascio il tutto alla vostra sensibilità, alla vostra curiosità umana. 

 


lunedì 5 febbraio 2024

How To Have Sex di Molly Manning Walker

Amo le pellicole sull’adolescenza o sugli anni a venire dopo di essa. Non per nostalgia ma perché sono gli anni in cui ci formiamo e in cui veniamo a patti con lo stupido mondo adulto. Sono gli anni in cui, imitando i nostri mentori, famiglie, insegnanti, società, diventiamo cattivi coi deboli, predatori con le ragazze o inetti e sognatori, senza la via di mezzo dell’autorealizzazione che è una cazzata per amanti della New Age, ovvero per persone bisognose di essere consolate. Del resto difficile ottenere soddisfazioni quando il mondo in cui vivi è ‘ugly but there’s no alternative’.

Questo almeno era quello che il Potere diceva quando ero ragazzo io, ma poi non è che, morta la Tatcher o quella generazione di politici, le cose siano migliorate tanto: basta vedere, soprattutto restando on topic, ovvero parlando di adolescenti al cinema, pellicole come Kids di Larry Clark e Harmony Korine. Per quel film regista e sceneggiatore si sono sentiti dire di tutto. Anche ora, nei forum di cinema o sui gruppi sui social network, citare Clark significa farsi odiare da molti e attirarsi la freddezza di molti altri.

Questo How to Have Sex non ha il piglio di quel capolavoro, odiato perché ha ricordato a tanti quanti pericoli hanno affrontato o a quali sono scampati, né di un altro cult anni Ottanta come Breakfast Club, ma è una fotografia del mondo degli adolescenti di oggi realizzata da una regista trentenne al suo esordio con la settima arte. Se altrove leggerete ‘manifesto’ e tutte le altre roboanti parole tipiche di chi deve comunque fare sensazione e hype per essere notato, qui leggerete solo di una operazione onesta e interessante. Ma veniamo alla trama.


 

Tara, Em e Skye sono tre diciottenni appena ‘maturate’ che, in attesa della telefonata dei genitori coi risultati dell’esame, si dirigono sull’isola di Creta con l’obiettivo di fare una gara a chi avrà più rapporti sessuali, in quella che dovrà essere la migliore vacanza di sempre. In albergo, dopo una prima notte solo e piuttosto alcolica, le ragazze conosceranno Paddy, Badger e Paige, tre ragazzi con cui iniziano una conoscenza che porterà, in particolare, Tara (un’ottima Mia McKenna-Bruce) a vivere una esperienza che forse la segnerà.

Senza entrare troppo nei dettagli il film è una pellicola sulla mancanza di ascolto, sulla mancanza di dialogo e su un divertimentificio che ti sprona a desiderare ma senza darti strumenti per affrontare il desiderio stesso. In tutte le culture infatti esiste il dionisiaco, ma ad esempio appunto presso i greci c’era l’abitudine di avvertire i ‘mortali’ su quali fossero e quali conseguenze avessero gli appetiti degli ‘dèi’, un libretto d’istruzioni che nella contemporaneità occidentale manca completamente.

Le inquadrature fisse delle strade dell’isola invasa da bottiglie di birra e sozzume, la musica a tutto volume nel resort cogli animatori che spronano a giochi erotici stupidi e apparentemente innocenti, tutto contribuisce a mostrare una realtà che fortunatamente non viene né elogiata né condannata. Le domande, come è giusto, vengono lasciate allo spettatore, che dovrà chiedersi il perché di quella assenza di dialogo, di quei silenzi, di quella mancanza di attenzione e di quel bisogno di soddisfare solo sé stessi. 


 

Rispetto a Breakfast Club dunque mancano gli incontri/scontri, i tentativi di avvicinarsi e di comunicare, mentre per quanto riguarda Kids, questo How To Have Sex non mette sotto la lente d’ingrandimento la violenza più brutale e nello stesso tempo abbrutita, ma una zona grigia di cui tutti parlano, quando il consenso non viene espresso ma non viene nemmeno negato, eppure basterebbe ascoltare ma non lo si fa per mancanza di abitudine, detto molto brutalmente: ciò che non si riconosce e che non viene nominato, non esiste. 

Ma la mia generazione e quella di questi ragazzi hanno comprensibilmente delle differenze – non potrebbe essere altrimenti – e se ai ragazzi degli anni Ottanta era stato negato il conflitto che pure aveva orientato la costruzione identitaria delle generazioni precedenti, con tutto quello che quella negazione comportava, i ragazzi di oggi hanno a che fare con società con l’ascensore sociale bloccato e con un conformismo da cui si può solo tentare l’evasione col divertimento e coi legami individuali.

Non è più un grido quello dei ragazzi ripresi da questa pellicola, ma nemmeno una rassegnazione. E’ più una sorta di eterna incoscienza dove però ci si fa comunque del male, non per bisogno di predare ma per incapacità di percepire i segnali che l’altro ci dà, che non vengono rifiutati: proprio non vengono còlti. Con buona pace di chi decenni fa elogiava il desiderio come liberazione, e di chi lo fa ancora, il film di Molly Manning Walker si candida quindi ad essere l’”anti-Povere Creature!”, - sì lo so è tutto più complesso di così, ma … - almeno per questo gennaio, almeno per queste settimane. Magari solo nella mia testa …