domenica 3 marzo 2024

Dune Parte Due di Denis Villeneuve

C’era una volta la fantascienza. Un genere letterario, e poi cinematografico anche, che a volte cerca di spiegare alcune linee di tendenza del mondo contemporaneo sotto forma di allegoria come la Trilogia della Fondazione di Asimov, alle volte ama semplicemente mostrare visioni del futuro o visioni tout court come 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick, spesse volte fa entrambe le cose, come nel caso di questa opera di Denis Villeneuve.

Non voglio tracciare linee di tendenza, creare separazioni o dare definizioni, tuttavia ci tengo a precisare che, già vedendo la precedente, per molti versi fallimentare trasposizione del film di Lynch, il romanzo di Herbert parrebbe essere tutt’altra cosa ancora. Quella Spezia che permette di viaggiare attraverso il passato e il futuro, ad esempio, pare venir fuori da un mito antico quali quelli di Iside e Osiride o dai Vangeli apocrifi, per non parlare poi, per venire a tempi ben più recenti, dei wormholes di Einstein.

Confesso anche che, più giovane, ho poco amato quel primo Dune cinematografico perché di Lynch avevo appena imparato ad apprezzare la visionarietà compiuta e fuori dagli schemi di lavori quali Lost Highway e Mulholland Drive e, ancora a digiuno di letteratura surrealista purtroppo, facevo fatica a capire come mai un regista di tale calibro si fosse fatto irretire nella produzione di un filmone di fantascienza che sembrava voler replicare in qualche modo il successo di Star Wars e nulla più.

Insomma, mi sembrò all’inizio una mera operazione commerciale. In realtà già Jodorowski, come ci ha mostrato un bel documentario del 2013 diretto da Frank Pavich si era innamorato della storia contenuta in Dune, e progettava un film allegoria della cultura psichedelica, ma non solo, degli anni Settanta contando anche di coinvolgere i Pink Floyd per quanto riguardava la colonna sonora, oltre che avere come attori personaggi del calibro di Orson Wells, Mick Jagger e Salvador Dalì.

Psichedelia. Questo è il punto. E il Viaggio dell’Eroe. Cose che oggi paiono non comprensibili ai più, ma che sono state importanti. Il Viaggio è se vogliamo l’ossatura di qualsiasi opera narrativa di vaglia, con almeno un personaggio alla ricerca di sé stesso e del passaggio all’età adulta, mentre l’apertura della mente è con vari gradi di progettazione e realizzazione ciò che ha interessato praticamente tutti gli artisti dagli anni Sessanta fino ai decenni successivi.

 


Si pensava infatti che penetrare attraverso le porte della percezione nel regno della psiche avrebbe portato a un uomo più consapevole di sé e meno schiavo delle proprie pulsioni di Potere o distruttive. Questo è anche ciò che credeva Lynch, al netto del mancato controllo sul montaggio finale e l’uso invasivo – e anti-lynchiano – di una voce fuori campo che spiega i pensieri dei personaggi, cui dobbiamo aggiungere l’interesse del regista per i viaggi nel tempo, cui dedicherà senza dichiararlo il capolavoro assoluto INLAND EMPIRE.

Villeneuve sceglie una strada diversa, interessante ma, almeno alla fine di questa seconda parte, rasentante a mio avviso il già visto. La nuova, ma vecchia strada del regista che mi aveva già deluso in Blade Runner 2049 – coinvolge più la testa che il cuore – ma non in Dune Parte Uno è quella appunto di girare con quest’ultimo lavoro un film sulla contemporaneità, mostrandoci sì un universo del futuro ancora feudale, governato da lineaggi di casate nobiliari spesso in lotta fra loro, ma percorso da tensioni sotterranee che richiamano ora il tema del fondamentalismo come risorsa a doppio taglio dei popoli oppressi, ora il tema della minaccia nucleare, ora mostrandoci una crescita dell’eroe tutt’altro che nobilitante.

Il tutto condito da una fotografia magnifica di Greig Fraser, dalla colonna sonora e dal sound design di Hans Zimmer, stavolta vera protagonista delle scene non solo di battaglia del film – i combattimenti occupano una parte importante ma non l’unica della pellicola, se vi hanno detto il contrario significa che qualcuno ha visto un altro film – e da effetti speciali che ti fanno dimenticare il lavoro in studio e ti permettono di concentrarti sulla maestosità delle dune desertiche quanto sul colpo d’occhio di architetture in stile Bauhaus.

E’ dunque un peccato che alla fine tutto si riduca a una riedizione in tono minore de Il Trono di Spade, con le trame di potere e gli incroci tra stirpi che portano sì a dei colpi di scena discretamente funzionali ma che lasciano freddo lo spettatore – almeno questo è successo a me – coinvolgendo solo la sua sfera razionale – eh già come corrompe il potere – e non la sua parte emotiva – mi sarei aspettato più onirismo, che tra l’altro è anche funzionale alla trama, con Paul Atreydes che inizialmente si tiene lontano dalla guerra aperta e dal dichiararsi l’eletto proprio per via dei sogni pieni di sangue che scorre nel caso fomentasse il conflitto aperto.

Grande e gradevole, tuttavia, anche il lavoro fatto dal manipolo di attori (Chalamet, Zendaya, Bardem, Walken, Pugh, Seydoux) ognuno dei quali mostra o nasconde le proprie emozioni in maniera perfetta come da manuale dell’attore, senza sbavature. Non è sicuramente la mancanza di credibilità il problema di fondo di questa pellicola, che risiede piuttosto nel mancato passaggio da una proposta valoriale a un’altra, più nuova, che latita. Ma questo, ovviamente, non è un problema imputabile al solo Villeneuve. E’ un (grosso) problema culturale contemporaneo, piuttosto.

 


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