Questo è il classico esempio di film dalla cui visione si esce con un certo imbarazzo. Non dico l’imbarazzo per certi blasonati critici che ne hanno parlato bene senza se e senza ma, che quello è d’ordinanza e significa che abbiamo neuroni funzionanti, intendo quello, un po’ sfumato perché la pellicola in oggetto non presenta elementi trash nemmeno involontari, solo buchi di regia e sceneggiatura che ne fanno un’opera incompleta per, almeno sembrerebbe, mancanza di coraggio.
Ed è un peccato perché Todd Haynes con opere come Velvet Goldmine, I’m Not There e Lontano dal Paradiso ci aveva colpito in maniera positiva per come sapeva mettere in scena cose così diverse come il glam rock, l’imprendibile vita da rockstar da un lato, e le differenze di classe, l’omosessualità e l’integrazione razziale dall’altro. Un regista completo tutto sommato, capace di toccare stili e tensioni diverse e di mettere il tutto in scena con un gusto non banale.
Certo, l’universo femminile e la sua rappresentazione richiedono per un regista maschile sempre un sovrappiù di sforzo, e arrivare alla fine a dichiarare bandiera bianca o meglio un democristiano e serafico ‘ora la palla, dalla vita reale, passa all’attrice sul set’ è un po’ meno di quanto avremmo voluto vedere. Ma andiamo con ordine, per farvi capire meglio.
Il film si ispira a una storia reale. E’ di carne e ossa questa donna adulta che ha tratto a sé un dodicenne e che, dopo essersi fatta la prigione pur essendo incinta di lui, con strascichi sulla stampa scandalistica, lo ha poi sposato una volta maggiorenne. Tema caldo, caldissimo, e non tanto dal punto di vista erotico quanto per tutta una serie di motivi: la rete protettiva attorno all’infanzia e all’adolescenza che mette in atto la nostra società, ad esempio, e il cosa pensiamo di quelle età, come le concepiamo.
Da questo punto di vista, e anche per tutto il periodo passato da Gracie (Julianne Moore) in prigione con un bimbo piccolo in grembo cui non viene mai fatto un accenno neanche minimo, il film è una grande occasione sprecata. Ma lo è anche per come viene raccontata la vicenda dell’avvicinamento della giovane attrice Elizabeth (Nathalie Portman), che dovrà interpretare Gracie in un film, ai personaggi reali.
Superficiale ma non giudicata per questo dal regista – mi sono immaginato come avrebbe lavorato invece su tale personaggio un Robert Altman, ad esempio – che rimane ineffabile e forse pure un po’ troppo, come quando lei si diverte a immaginarsi a fare sesso col giovane Charles nel retro del negozio dove il ‘fattaccio’ è avvenuto sul serio, o come quando descrive l’incrocio di sguardi sul set durante le scene di sesso a degli studenti della scuola dei figli di Gracie e dello stesso Charles.
Superficiale inoltre in una scena di seduzione – non preparata da nulla, nemmeno da quelle fantasie cui accennavamo – funzionale a mostrare come poi la coppia ufficiale ‘opera’ quando litiga, sebbene il momento di verità sia offuscato proprio dalle dinamiche che lo producono, poco chiare e forzate. Insomma, questo dramma che forse si vorrebbe ispirato anche al nobile passato del cinema, penso a un Kurosawa su tutti, per cui non si può arrivare alla verità, ma solo a pareri soggettivi, diventa una lezione moralista insopportabilmente retorica e rinunciataria anziché un momento di verità per lo spettatore stesso, ad esempio.
Si salvano forse alcuni momenti, tra cui quello in cui Charles sul tetto di casa fuma assieme al figlio in un tentativo di avvicinamento tra i due, anch’esso però irrealistico: nessuno al primo tiro va così in confusione, occorre una certa frequentazione con la cannabis per ottenere degli effetti anche solo lontanamente simili a quelli che si producono nella scena del film. Insomma, questa volta si poteva decisamente fare di meglio.
Spero solo che la difficoltà nel gestire una storia del genere non sia stata dettata dalla fretta – i film si sa sono opere collettive e un regista deve essere bravo a muoversi su più livelli, ma non sempre ce la si fa – o peggio ancora da una certa disaffezione che ci parrebbe strana in un regista quale Todd Haynes, di solito molto chiaro non tanto nel prendere delle parti, cosa anche abbastanza inutile, quanto nell’interesse genuino che ha sempre mostrato per i suoi personaggi. Solo il tempo ci potrà dire dove sta la verità, forse.


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