domenica 28 gennaio 2024

Povere Creature! di Yorgos Lanthimos

Tratto dall’omonimo romanzo distopico di Alasdair Gray, ma celebrante in maniera indiretta un capolavoro camp come Frankenhooker del geniale Frank Henenlotter (di cui, lo ammetto, ho scoperto l’esistenza solo di recente, ma provvidenzialmente, grazie ai miei esigui contatti nella comunità LGBTQIAP+), Povere Creature! è la nuova fatica di Yorgos Lanthimos. Ne ho preso visione in una sala strapiena, dato che il film almeno nella mia città è stato pubblicizzato praticamente ovunque, e per fortuna.

Bella Baxter (Emma Stone) è una donna che, in una nemmeno troppo metaforica vita precedente si è tolta la vita pur essendo incinta buttandosi dal Tamigi in una Londra ottocentesca ma inquadrata secondo i canoni dello steampunk. Sarà Godwin Baxter (Willem Dafoe) a recuperarne il corpo e a inserire il cervello del feto nel corpo della donna. La ‘creatura’ e i suoi progressi cognitivo comportamentali verranno misurati da Max McCandles, un non molto brillante studente di Baxter, a cui Bella verrà anche promessa come sposa.

Sarà l’avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo) a proporre a Bella di diventare suo amante e con lui esplorare il mondo – Bella, dopo aver scoperto la sessualità, diventa famelica di relazione con le realtà sia circostanti che lontane e diventa sempre più difficile per chi le sta vicino tenerla al guinzaglio. Le avventure rocambolesche a Lisbona, Alessandria e Parigi delizieranno lo spettatore facendolo divertire ma anche istruendolo su quanto siano terribili le convenzioni sociali e forse l’uomo che le ha create in generale.

 


Sono molti gli interrogativi lasciati aperti per lo spettatore. La natura umana, il desiderio erotico, il bisogno di conoscere, una riflessione su quello che è stato il capitalismo, come si diceva una volta, ma anche il socialismo e il comunismo, e più in generale la tensione tra il bisogno di libertà e le trappole della possessività. Nessun uomo è all’altezza di Bella, e forse neppure nessuna donna, dato che le sue caratteristiche sono l’animo puro infantile in un corpo di donna adulta.

Ottime le prove degli attori da noi segnalati più sopra, con Emma Stone che dimostra, ce ne fosse bisogno, di essere più che non una gioia per gli occhi. Di Dafoe sapevamo già almeno dai tempi di Vivere e Morire a Los Angeles di Friedkin se non prima, forse Mark Ruffalo è un po’ sopra le righe – per un problema di scrittura più che per la sua prova attoriale – ma comunque resta efficace e svolge il suo compito con dedizione e professionalità.

La fotografia e il montaggio sono ottimi, ma è difficile oggi trovare un prodotto che non sia confezionato bene. Certo l’uso di fondali dipinti al posto del green screen fanno il loro effetto, con quei colori vibranti, palesemente finti eppure efficaci. Per non parlare delle citazioni che a volte emergono da altre pellicole del regista, più per assonanza di temi che non per un bisogno di autoaffermazione ormai non più necessario.

 


La casa in cui cresce Bella così ricorda Dogtooth, le scorrazzate in carrozza La Favorita, il tema del matrimonio e dei rapporti tra sessi The Lobster. C’è chi ha scorto anche un pizzico di Burton e di Tarantino, ma non ci giurerei. Senz’altro quella che si impone è la riflessione sulla scienza – è giusto sacrificarle tutto? Non vi sembrerà Godwin Baxter un vero Sheldon Cooper privato dell’allure da sit-com? – e in generale sulla contemporaneità, come in ogni film distopico che si conviene.

Che cosa dire di più, se non consigliare il pubblico di vedere la versione originale con sottotitoli, visto che almeno nei cinema delle città più importanti c’è la possibilità di scegliere questa opzione? I dialoghi non sono difficili da seguire, soprattutto coadiuvati dai sottotitoli, ma come al solito le traduzioni lasciano un poco a desiderare per i tanti motivi – la corrispondenza col labiale, il bisogno dei traduttori di sentirsi più intelligenti degli autori e diversificarsi, eccetera.

Forse la parte finale risulta un poco debole, rispetto all’impianto del resto dell’opera, ma è come se Lanthimos si fosse sfilato e tirato da parte per lasciare comunque al pubblico riflettere su un personaggio che parte col desiderio di cambiare il mondo e poi invece … beh, se andrete al cinema vedrete, noi come è d’uso e costume non vi anticipiamo nulla. Non un capolavoro quindi, come molti si stanno affannando a scrivere, ma senz’altro un film all’altezza della fama del suo creatore. Ora aspettiamo la mossa successiva con trepidazione, sperando non sia un passo falso.    


 

domenica 7 gennaio 2024

Perfect Days di Wim Wenders

Fino a poco fa Wim Wenders era dato per morto, artisticamente parlando, o almeno per moribondo. Non così la pensava il sottoscritto, che invece aveva apprezzato parecchio operazioni quali Palermo Shooting, dove un intenso Campino (pseudonimo artistico del cantante tedesco dei Die Toten Hosen Andreas Frege) si confrontava con la propria arte fotografica, con una altrettanto interessante Giovanna Mezzogiorno e con la morte mentre qua e là scorrevano tra una diegesi e l’altra le note de L’Indiano di Fabrizio de André e quelle della colonna sonora originale di Irmin Schmidt dei gloriosi Can.

Strano che un film che tra l’altro vede camei della nostra Letizia Battaglia e di Lou Reed sia passato così inosservato o comunque sia stato poco considerato. Ma sappiamo tutti come sono i giochi della critica e di conseguenza come si orienta il pubblico: basta che un artista abbracci una qualche forma di extra-occidentalità, anche sotto forma di un non meglio definito impulso spirituale – come se l’essere occidentale dovesse significare essere innanzitutto critico o ‘nichilista’: si vorrà mica dare ragione alla Chiesa Cattolica? – perché si diventi subito sospettosi nei confronti della vena creativa di detto artista.

Da un lato posso comprendere tutto ciò, perché si presume che l’arte debba in qualche modo segnalarci le criticità del nostro mondo e si diventa ostili a chi invece propone anche, seppure indirettamente o forse nemmeno troppo volontariamente, una soluzione – siamo allergici alle soluzioni: ricordo ancora la discussione accesa con un appassionato di cinema rispetto a una frase di Liliana Cavani rilasciata in una intervista e relativa al suo Il Portiere di Notte che suonava più o meno come un “Volevo solo dimostrare che l’amore è la soluzione”, cito a memoria e me ne perdonerete.

Mi perdonerete anche questo sproloquio ma più che Wenders, rispetto a questo suo ultimo Perfect Days, sono cambiati più i tempi. Il Maestro invece, se non ha prodotto un altro Il Cielo Sopra Berlino (che è un capolavoro inarrivabile come poche altre opere filmiche, pertanto mi vien da ridere per aver letto che questo film sarebbe ‘il migliore di Wenders’ qua e là) almeno mette in campo un ottimo lavoro, così ottimo da lasciarmi con dubbi ed esitazioni non tanto relative alla messa in scena quanto al possibile significato del lavoro, o del mio essere nel mondo, cosa che indubbiamente dimostra come si sia messo in moto tra me e l’opera un dialogo testimone della vitalità della stessa – e interessante solo per questo motivo.

 


Ma andiamo con, o meglio, torniamo all’ordine. Hirayama (Koji Yakusho) è un non più giovanissimo pulitore di toilette pubbliche. Ogni mattina si sveglia senza sveglia, dopo una notte conclusasi con la lettura di un passaggio da un buon libro (da Faulkner alla Highsmith, gli si concederà il dono dell’eclettismo … ), si lava i denti, prende dalla macchinetta sotto casa un caffè in lattina e mette in moto il furgone, non prima di aver scelto una adeguata colonna sonora su cassetta (si sentono cose meravigliose come House of the Rising Sun, Sittin’ on the Dock of the Bay e Redondo Beach), per recarsi al lavoro.

Ha un giovane compagno di turno, che però dopo alcuni giorni si licenzia, non prima di avergli fatto conoscere la papabile fidanzata. Qualche giorno dopo sarà una giovane nipote scappata di casa in seguito a un litigio con la madre ad animare i suoi pomeriggi, finito il turno di lavoro. Hirayama ama passare il proprio tempo libero in un bagno pubblico, oppure a fotografare la luce che filtra dai rami degli alberi con una macchina analogica, oppure ancora a cenare in un locale frequentato da avventori che conosce bene.

E’ una vita tranquilla, ma non priva di momenti interessanti, di incontri che per quanto casuali animano le giornate del nostro (anti?) eroe. E fin qui tutto bene. In fondo Wenders ci mostra che è possibile raggiungere un equilibrio nella propria vita anche rimanendo di poche parole e facendo un lavoro umile, senza per questo abbrutirsi e incattivirsi come gli avventori dell’Old Oak. L’abisso mi si è spalancato però quando Hirayama, dopo esser stato salutato con un bacio dalla ragazza presentatagli dal collega, ascolta nel proprio appartamento Perfect Day di Lou Reed, canzone che dà il titolo anche al film.

Lo saprà il nostro eroe che quel giorno perfetto per il vecchio Lou era un giorno dedicato all’eroina e non all’incontro con l’altro? Mi è venuta spontanea questa domanda perché anni fa cantai quella canzone a una mia compagna, che mi abbracciò mentre io le cantavo proprio “You just keep me hanging on” senza sapere ancora il senso di quel brano – io acquistavo dischi mosso dalla curiosità e solo dopo un po’ mi approcciavo alla critica relativa a quelle opere. Incoscienza dell’amore, incoscienza di certi momenti in cui anche un’esperienza terribile ci può allietare. Non aggiungo queste righe per narcisismo, ma per invitarvi, vi capitasse, a non lasciarvi ostacolare nel momento in cui un istante di un’operazione artistica vi trafigge. Anzi, sappiate che è per quei momenti che vale la pena fruire arte …   


 

domenica 31 dicembre 2023

Foglie al Vento di Aki Kaurismaki

Vale la pena andare al cinema e immergersi nelle immagini e nel racconto di questo film. Qualcuno ha già scritto che Kaurismaki oggi come oggi è in un mondo a parte, in un mondo di una classicità tutta sua dove i personaggi che vivono una condizione di solitudine estrema – addirittura quando invitano a cena un ospite devono comprarsi un altro piatto e altre posate – alla fine riescono con un gesto a riappropriarsi della vita non ostante le difficoltà.

Altri hanno notato le citazioni cinematografiche – Chaplin nel finale ad esempio – oppure la composizione fotografica e i colori, frutto delle solite ricerche spasmodiche del regista e del suo fotografo di scena Timo Salminen. Ma il vero motivo per cui andare a vedere questo film è la fiducia nell’umanità che Kaurismaki ancora nutre. Una umanità semplice, con uomini capaci di smettere di bere per amore e donne che ti leggono riviste di gossip mentre te ne stai in coma in ospedale.

E’ la storia di Ansa (Alma Poysti) e Holappa (Jussi Vatanen), lei cassiera di un supermercato licenziata perché ruba prodotti scaduti, lui operaio ubriacone che viene cacciato in malo modo dopo essersi ferito a seguito di un incidente con un macchinario vecchio. Entrambi soli, entrambi alla ricerca di una stabilità impossibile da ottenere in questo nostro mondo, con la radio che costantemente ricorda la guerra nella vicina Ucraina.

 


L’amore non è la risposta, ma è tanto, più di qualcosa. Forse Kaurismaki vuole ricordare, col suo cinema, che non vale la pena rimpicciolire il proprio campo energetico solo perché gli eventi della vita remano contro a tutte le persone che attraversano guai come i suoi due protagonisti, o forse lo vuole ricordare a tutti noi, nessuno escluso. Sta di fatto che la luce riscalda queste fredde giornate autunnali.

Anche al lordo di qualche risata, come quando gli spettatori di The Dead Don’t Die di Jarmusch commentano di aver visto un film che ha ricordato loro il Diario di un Curato di Campagna di Bresson o Il Disprezzo di Godard ad esempio, o come quando Holappa si rifiuta inizialmente di andare al karaoke con l’amico e convivente interpretato da Janne Hyytiainen (già protagonista di Le Luci della Sera) perché ‘I duri non cantano’.

Quarto capitolo di una tetralogia ‘dei perdenti’ assieme ai precedenti Ombre nel Paradiso, Ariel e La Fiammiferaia, Foglie al Vento ci mostra un Kaurismaki in splendida forma, con molte frecce al suo arco anche per il prossimo futuro. Film ‘fuori classifica’ rispetto alle mie visioni di quest’anno perché vive in un universo tutto suo, sono felice abbia chiuso le mie visioni di quest’anno col suo tocco di malinconia agrodolce. 


 

domenica 17 dicembre 2023

20.000 Specie di Api di Estibaliz Urresola Solaguren

Esordio sulla lunga distanza per Solaguren e già Orso d’Argento per la migliore interpretazione alla giovanissima protagonista Sofia Otero. Un cinema allegorico (troppo per molti, non per noi ma ci torniamo) e nello stesso tempo concretissimo nel raccontare un’estate di una bambina transgender di otto anni che cerca di esplorare e capire la propria identità e di farla accettare al mondo che la contiene e che non sempre capisce.

Tra metafore religiose - Santa Lucia che come tutti i santi paga un prezzo per essere sé stessa, e indovinate che nome sceglierà la protagonista al posto di quello assegnatole alla nascita … - e naturalistiche - le api che donano vita con miele e cera ma che fanno anche paura sono a mio avviso una metafora azzeccatissima nel vedere il brulicare umano attorno alla bambina e i suoi ancora da decifrare moti dell’animo - tra statue del nonno che la madre della ragazzina, figlia dell’artista, cerca di copiare per ottenere una cattedra – tutti nel film cercano qualcosa, fosse anche solo la statua di un Santo andata perduta, e questa condizione di fragilità esistenziale comune è un piccolo colpo di genio – e piscine, princìpi d’incendio, costumi da sirene e feste di famiglia.

E’ un cinema appunto basato sulla ricerca del proprio posto nel mondo e sulla ricerca interiore di sé da parte dei personaggi presenti nel film, soprattutto da parte della giovane, della madre e della nonna che sono le figure più presenti e che interagiscono di più l’una con l’altra. E’ chiaro che è il tema che coinvolge, essendo di stretta attualità, ma non solo. Infatti la messa in scena è curatissima e assieme alla fotografia – quegli interni in cui la luce entra e il pulviscolo danza – e all’uso della mdp mai lezioso – e che anzi rischia di passare in secondo piano per quanto è discreto, o forse dovremmo dire, meglio, funzionale – permette una fruizione dove i singoli elementi sottolineano la storia e non distraggono da essa.

 


Per questo la pellicola è la nostra preferita tra quelle viste quest’anno, assieme a un altro film spagnolo recensito altrove – As Bestas di Sorogoyen – e conferma la vitalità del cinema iberico, uno attualmente dei migliori in Europa per solidità delle storie raccontate e per vitalità e precisione della messa in scena, laddove i fratelli maggiori, ad esempio quello francese e italiano, pur avendo brillato in vari episodi almeno quest’anno hanno dimostrato di essersi adagiati un poco sugli allori del loro glorioso passato.

Se quindi volete farvi un emozionante regalo di Natale, 20.000 Specie di Api è uscito nel momento giusto e pertanto spetta a voi approfittarne. Io non posso che appuntarmi un altro, un nuovo nome tra quelli da seguire, sperando che la distribuzione non ci giochi brutti scherzi in futuro. C’è da sperare in altri premi, che senz’altro fungono da catalizzatore perché un film venga portato nelle sale, anche perché in questo modo la qualità delle pellicole potrebbe lievitare e se questo è il livello dell’esordio di Solaguren, senz’altro ci aspettiamo con ansia sorprese degne di questo nome. 


 

lunedì 11 dicembre 2023

Palazzina Laf di Michele Riondino

Tratto dal romanzo Fumo sulla Città di Alessandro Leogrande e diretto da un Michele Riondino al suo esordio come regista, Palazzina Laf riprende certi legami col grande cinema di impegno sociale di autori come Elio Petri. Certo, mancano un Gian Maria Volonté, un Salvo Randone o le musiche di un Ennio Morricone, ma ci sono lo stesso Riondino, Elio Germano e per quanto riguarda il commento musicale c’è Mauro ‘Teho’ Teardo, compositore di musica contemporanea che ha già concorso ai David di Donatello, per dire un premio tra i tanti, come autore di musiche da film.

Primo film – ma non prima opera filmica in assoluto: c’era già stato il documentario di Valentina D’Amico La Svolta – Donne contro l’Ilva del 2010 – a parlare di quello che è stato uno se non il primo esperimento di mobbing di gruppo in Italia, distorsione del mondo del lavoro di cui si parla ancora troppo poco forse perché fa ancora troppa paura e forse perché si andrebbe contro la narrazione di un mondo del lavoro in cui anche la stampa più engagé fa fatica a puntare il dito contro certi impresari o certe multinazionali, Palazzina Laf raggiunge parzialmente lo scopo che si è prefissato.

In effetti, come già hanno notato più blasonati colleghi, manca in quest’opera un certo approfondimento dei personaggi che a Petri, per rimanere a un autore che già abbiamo citato, non mancava: qui non vedrete dialoghi intensi e spaesanti tra un Lulù Massa e un Militina, semmai qualche sparso e rado elemento onirico. E se Riondino nell’interpretare Caterino Lamanna e il suo rapporto ambiguo con Giancarlo Basile (Germano) ci dona un personaggio meno ambiguo di quello interpretato da Di Caprio nell’ultima fatica di Scorsese, ancora meno alfabetizzato alla consapevolezza – e non solo – quindi, c’è chi noterà come i simboli religiosi siano ancora elemento da cui si spera, popolarmente, una salvezza concreta e non metafisica.

 


E’ infatti con un funerale, con quei volti pasoliniani, che inizia la pellicola, per poi proseguire con l’introduzione del protagonista che inveisce contro gli operai che si lamentano davanti alle telecamere per la sicurezza inesistente nell’acciaieria. Caterino lavora in cokeria, perché non sa fare altro. E quando gli viene posta di fronte la possibilità di accedere a una maggior sicurezza economica, lui che si deve sposare con la zingara Anna (Eva Cela) e andare ad abitare in una casa più confortevole, anche se a scapito dei suoi colleghi che dovrà tradire facendo la spia nella palazzina del titolo, dove 70 figure specializzate marcivano in nome di una non meglio specificata riorganizzazione aziendale, non se lo farà ripetere due volte.

Non è cattivo Caterino, semplicemente è un uomo che pensa alle proprie misere tasche e che non sa nemmeno cosa sta facendo, come dimostrerà nel corso del processo il suo atteggiamento col Pubblico Ministero e cogli avvocati. Ed è proprio su questa sua dimensione pre-tragica, da sottoproletario – del resto ce lo ha insegnato già il sopra citato Pasolini che ‘innocente’ non significa ‘innocuo’ – che si innesca una vicenda così come la sua conclusione. Il tutto tra una pioggia quasi rosso sangue, segno di un’atmosfera malsana sia dal punto di vista etico che sul piano meramente materiale, tra sogni rivelatori, tra suoni dissonanti e quella voce che nel ricordare certe sperimentazioni contemporanee apre a uno squarcio di angoscia pura, ma di quella che non diventa mai vera tragedia, perché affinché ci sia dramma, ci deve essere consapevolezza.

Tra sindacalisti di buona volontà, tra invalidi che cercano il loro posto in una società che già tratta male le persone normodotate, figurarsi chi è bisognoso di qualche attenzione in più, tra interessi grandi come il portafogli dei proprietari dell’Ilva e piccoli come i loro cuori, Palazzina Laf ci mostra un mondo kafkiano, che rimpicciolisce gli esseri umani lasciando loro solo qualche fisima a ricordare sintomatologicamente tutto ciò che ha negato loro. Un’opera di impegno civile, come non stanno mancando in questo periodo storico in cui i diritti degli individui come quelli della collettività sono stati prima contrapposti e poi entrambi proditoriamente negati. Qualcuno aveva previsto che sarebbe stato proprio per via delle avverse condizioni politiche che l’arte avrebbe iniziato a riproporsi più attiva di prima. Speriamo che non si tratti solo del classico colpo di coda. 


 

venerdì 8 dicembre 2023

Il Male Non Esiste di Ryusuke Hamaguchi

Molte immagini di questa pellicola nascono come commento visivo alle performance della cantante Eiko Ishibashi, autrice delle musiche di Drive My Car del 2001, a testimoniare una continua e proficua collaborazione tra i due. Questo spiegherebbe, a voler essere solo dei tecnici, il perché di quelle inquadrature fisse, quando ad esempio Takumi (Hitoshi Omika) taglia la legna, o di quella lunga carrellata iniziale quasi che la soggettiva fosse quella del corso d’acqua presente nella pellicola.

Le riesci quasi a vedere quelle immagini proiettate sul palco di una performance della musicista collaboratrice di Jim O’Rourke. Ma la cosa interessante è che stanno bene anche nel contesto di un film autonomo. Il Male Non Esiste racconta la storia, collettiva ma anche individuale, di un paesino nella prefettura di Nagano dove un manipolo di persone avide di soldi pensano di impiantare un glamping, ovvero un camping glamour pensato per lo più per giovani artisti nel cuore di una foresta.

Fanno gola i soldi che il governo elargisce dopo la pandemia, e c’è chi farebbe di tutto per intascarsene una fetta. E così si cerca di passare sopra alle esigenze degli abitanti del villaggio di Mizubiki che vivono grazie a un raggiunto, anche se non facile, equilibrio con la natura. Infatti i padri degli abitanti attuali si sono trasferiti lì anch’essi grazie a fondi statali che dopo la guerra gli hanno permesso di coltivare della terra senza spendere una fortuna.


Tocca ai due portavoce della società in oggetto fare il ‘lavoro sporco’, ma mentre cercano di offrire a Takumi un lavoro all’interno del futuro glamping iniziano entrambi a capirne le ragioni. Sarò una piccola tragedia a ribaltare tutto, mostrando come gli affanni degli uomini siano poca cosa rispetto al ‘piano più vasto’. Il Male Non Esiste sembra proprio dirci questo, coi suoi campi e controcampi, con i suoi rumori fuori scena – gli spari dei cacciatori ad esempio – e le sue carcasse di cervo disperse nel bosco.

Ovvie sono le riflessioni sull’uomo e la sua collocazione nel mondo, ma forse questo film vuole dirci qualcosa di più. I cervi sarebbero aggressivi per l’uomo se si abituassero alla sua presenza, come si sente in una conversazione? Non li attaccano solo perché ne hanno paura? E il contatto sarebbe un valore aggiunto per il glamping o un danno per tutta la comunità? E l’eventuale inquinamento della falda acquifera?

Forse l’uomo ha una sua collocazione ‘strana’ in questo ecosistema. Può decidere di lasciarlo intatto e assecondarne i ritmi, come può decidere di stravolgerlo. Ma se a farne le spese è un innocente, ovvero una di quelle persone che ancora non può né prendere decisioni né prendere attivamente parte alla dissoluzione e all’eventuale sconvolgimento dell’equilibrio, allora non è forse nella possibilità stessa di scegliere e nella consapevolezza che risiede in qualche modo una salvezza, o almeno la sicurezza per sé stessi?

 


domenica 3 dicembre 2023

Kissing Gorbaciov di Andrea Paco Mariani e Luigi D’Alife

Sembra un’era geologica fa, di quelle coi dinosauri (che poi sarebbero i protagonisti di questo documentario, in via d’estinzione appunto), eppure c’è stato un mondo in cui ancora la musica non era solo una forma di intrattenimento tra le altre ma era un modo per dire delle cose sul mondo in cui si viveva. C’erano personaggi con una visione della realtà, che avevano chiaro cosa gli piaceva e cosa no, soprattutto, c’erano persone capaci di andare in direzione ostinata e contraria.

Quella musica chiamata rock, o meglio una sua derivazione, il post-punk, aveva prodotto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta gruppi musicali che in tutto il mondo erano in grado di metterci sotto il naso la fine dei sorci che stavamo facendo a botte di tatcherismo, reaganismo e riflusso. Volete dei nomi? Facile: Devo, Pere Ubu, Joy Division, e qui in Italia in particolare band come i Litfiba e i CCCP Fedeli alla Linea.

Questi ultimi due furono protagonisti di una epica tournée in Russia nel periodo precedente al crollo dell’Unione Sovietica, quando grazie a Gorbaciov e alla glasnost/perestrojka si sperava in un socialismo dal volto umano lontano dagli orrori dello stalinismo. Tutto inizia con una manifestazione dal nome Le Idi di Marzo, che si tiene proprio in quel periodo a Melpignano, in cui vari gruppi rock sovietici e italiani si incontrarono e suonarono dei set roventi e intensi.

 


Melpignano, in Salento, era un paese anomalo rispetto alla democristiana terra italica dell’epoca. Governato da un manipolo di giovani comunisti – non giovani ‘di sinistra’, ma proprio comunisti duri e puri – il paesello era attento alle 2000 anime che conteneva e organizzare un raduno rock era un modo per fare festa tutti assieme. A questo evento seguirà appunto la tournée di Litfiba, CCCP e altri in terra sovietica, con due date, una a Mosca e l’altra a Leningrado.

Ecco un estratto da un comunicato congiunto dai due registi. “L’immagine prelevata dall’archivio non deve essere selezionata come semplice indice che testimoni l’avvenuta realtà di un evento passato, ma deve essere invece interrogata come una rappresentazione, cioè come un simbolo che dia la possibilità di sapere cogliere gli elementi della realtà passata e saperli interpretare nel nostro presente”.

E così il documentario diventa un crocevia dialettico, fatto di campi e controcampi tra le immagini e le foto di repertorio e i commenti dei protagonisti dell’epoca ripresi ai nostri giorni. Interessante che molti di loro messi di fronte alle immagini vivano cose che avevano dimenticato e che lo stesso Ferretti, frontman dei CCCP, si lasci andare a un commento che quasi sembra ricordare quello di Bill Pullman in Strade Perdute di Lynch.

 


Lontano dall’agiografia per un mondo perduto, quello del blocco sovietico, che gli stessi protagonisti, ad esempio gruppi rock underground russi, criticano apertamente (“mio padre è un fascista / Mussolini è un fascista / Stalin è un fascista” declama una canzone), è chiaro il gioco punk della band di Zamboni e compagni che pur partendo da una fascinazione “per l’acciaio e il cemento”, per la solidità, ha l’atteggiamento di chi usa quella stessa fascinazione come dispositivo dissacrante per criticare il mondo in cui vive, cioè il nostro.

Ma se la storia dei CCCP è ormai nota a tutti – ricordiamo che in questo stesso periodo a Reggio Emilia c’è una mostra riguardo la storica band, e che, al netto delle ristampe di tutti gli album, i quattro protagonisti si sono esibiti poco tempo fa in un concerto, o meglio in un “Gran Galà Punkettone” – è quell’amarcord negato, che sfocia non nella malinconia ma in un quasi-nichilismo che di quella storia è figlio legittimo, a fare da fil rouge dell’opera e, direbbe Roland Barthes, da punctum.

Ecco che quindi chi vorrà immergersi nelle immagini e nei suoni di quest’opera proverà lo stesso spaesamento che provavano i protagonisti e i comprimari – il pubblico, ça va sans dire – dell’epoca di fronte a una creatura più grande dei suoi creatori perché in fondo il desiderio è, in quanto principio di trasformazione, sempre ingestibile da parte di chi lo contiene. Anche solo per averci ricordato tutto ciò, e quanto è grande la confusione sotto il cielo, è valsa sicuramente la pena di esserci. Anche stavolta.