Cameron Vale (Stephen Lack) è un uomo che vive ai margini
della società. La sua scelta è condizionata dalla sua condizione mentale.
Infatti Cameron può percepire i pensieri delle persone che gli stanno vicino, e
questa condizione lo turba al punto da rendergli impossibile la vita di fianco
a un certo numero di altri esseri umani. Ma Cameron, come altri, ha anche il
potere di condizionare il pensiero altrui. Per questo motivo viene ingaggiato
dal professor Paul Ruth (Patrick McGoohan) a difesa della ConSec, su cui
aleggia lo spettro di Darryl Revok (Michael Ironside), uno ‘scanner’ (così si
chiamano questi uomini con poteri ‘telepatici’) cattivo che sta progettando di
conquistare il mondo.
Ed ecco che Cameron si mette sulle sue tracce. Dapprima
contatta uno scanner che in passato ha commesso degli omicidi ma che ora è
stato ‘riabilitato dalla propria arte’, e che da scultore si è ritagliato il
proprio angolino ai margini della società. Costui viene ucciso, ma non prima di
rivelare a Cameron dove trovare un altro gruppo di scanners, tra cui Kim
(Jennifer O’Neill) che diventa compagna di avventure di Vale. I due scoprono
quali sono i veri piani di Revok: tramite la Biocarbon Amalgamate, un’altra
multinazionale, egli sta infatti consegnando a tutti gli studi medici del
Canada l’Ephemerol, il farmaco che trasforma gli uomini in scanners, in modo
che i dottori li possano somministrare alle donne incinta.
E’ il momento dello scontro finale. Revok e Vale si
incontrano finalmente, e Darryl rivela a Cameron la verità: sono fratelli. Il
dottor Ruth, che li ha messi l’uno contro l’altro, altri non è che loro padre.
Per questo loro due sono gli scanners più vecchi e più potenti. E per questo
Darryl cercherà di assorbire la mente di Cameron, in modo da essere una persona
sola. E così alla fine di un epico ‘duello psichico’ vedremo un solo individuo,
con le fattezze di Revok e la voce di Cameron Vale. Ma non sapremo mai chi dei
due ha assorbito l’altro.
C’è molta carne al fuoco in questo settimo film del regista
canadese. Innanzitutto potremmo notare che ci troviamo di fronte a una trama
che poi verrà saccheggiata a piene mani dai film sui ‘mutanti’ o in generale
dai film dedicati ai supereroi: una fazione ‘buona’ che vuole preservare
l’umanità da quella ‘cattiva’, superpoteri che creano disagio in chi se ne fa
latore, discussioni filosofiche su quella che potrebbe essere una presunta
superiorità sulla razza umana, con tutte le connesse questioni di ‘potere’, i
personaggi buoni e quelli cattivi che per motivi ‘familiari’ non sono poi in
realtà così lontani.
Ciò che distingue “Scanners” dall’essere un normale film sui
supereroi dell’epoca attuale, e che lo distingue anche dall’horror classico
(penso al “Villaggio dei Dannati”, ci torneremo) è innanzitutto che questi
esseri sono sessuati. In un modo non convenzionale, ma recano con sé tracce di
quella cosa che al cinema è tanto potente quanto disturbante. Anni fa leggevo
in un saggio dedicato proprio a Cronenberg che infatti in questo film la figura
principale è quella della penetrazione. Certo, non parliamo di penetrazione
fisica in senso classico, bensì di penetrazione mentale: ci sono persone che
entrano nella mente di altre persone per controllarle, persone che entrano
nella mente di altre persone senza sapere di farlo, ci sono persone che fanno
esplodere le teste di altre persone, e ci sono persone che ne assorbono intere
personalità.
In questo costante crollo delle barriere dell’individualità,
ci troviamo di fronte alla perdita dei confini identitari. Qualcosa del genere
avveniva, appunto, anche ne “Il Villaggio dei Dannati” (mi riferisco al remake
di Carpenter per chiarezza), dove tutti i bambini, nati dopo un collasso
collettivo misterioso, paiono possedere un'unica mente e scopi comuni, e disprezzare
l’individualità che rende ‘deboli’ gli altri ‘normali’ esseri umani. Ovviamente
anche loro hanno la possibilità di controllare le menti, fino a provocare la
morte, eppure Christopher Reeve riesce a resistere loro creando un ‘muro’ di
protezione. Cosa che non avviene nel film di Cronenberg.
Faccio notare che il film è del 1981, di un anno precedente
a quel “Blade Runner” le cui vicende, parlo dei suoi rimaneggiamenti, sono note
a tutti e si devono proprio alla questione dell’identità dell’eroe. Eravamo in
epoca di ‘riflusso’, negli anni Ottanta, e proprio il cinema di fantascienza,
quello più sensibile a certe tematiche, si poneva il problema di chi fossimo
diventati. “Scanners” lo fa mostrandoci tra l’altro una tematica affine a
quella dell’incesto (i due fratelli che diventano uno), tema tipico di società
ripiegate su sé stesse dove domina non più la paura dell’altro ma la paura
dell’identico, del sé (ne abbiamo parlato anche per quanto riguarda il
post-noir di Lynch e il suo utilizzo dell’unheimlich freudiano).
Aggiungo che un altro termine di paragone per questo
“Scanners” è senz’altro il bellissimo (anche qui, ne riparleremo) “Tetsuo” di
Shinya Tsukamoto, girato quasi interamente in stop-motion undici anni dopo, che
riprende le tematiche del film di Cronenberg non più sul versante
schizo-depressivo ma su quello maniaco-paranoide. Anche in “Tetsuo” infatti
protagonista e deuteragonista si affrontano, alla fine del film, assorbendosi
l’uno nell’altro fino a preconizzare un futuro in cui il mondo ‘brucerà
d’amore’, l’amore portato dalla loro guerra fatta di metallo.
E sicuramente il film di Cronenberg è interessante, ne
accennavamo anche in quest’ultimo paragrafo, proprio dal punto di vista
psichico: chi soffre di schizofrenia si riconoscerà nel Cameron Vale che,
legato a un letto di contenzione, si contorce nel percepire i pensieri delle
persone sedute pur silenziose davanti a lui, come probabilmente si riconoscerà
in alcune statue dello scanner ‘artista’, con quelle teste da cui si diramano
altre teste. E chissà se qualche schizofrenico non si riconoscerà anche nelle
parole di Revok, quando questi afferma di non avere nella testa voci, ma pezzi
di braccia, gambe, corpi altrui.
L’avventura degli ‘scanners’ è poi proceduta senza
Cronenberg, con altri due film diretti da Christian Buguay e due spin-off,
“Scanner Cop I” e “Scanner Cop II” che testimoniano quanto i ‘poteri psichici’
degli scanners inventati dal geniale canadese abbiano colpito la fantasia del
pubblico. Non avendo visto queste successive pellicole, non possiamo rendervene
conto. Possiamo però invitarvi alla visione di questo film, il primo della
serie, impreziosito dalle musiche del fido Howard Shore, dall’oscura fotografia
di Mark Irwin e dalle scenografie di un’altra collaboratrice ‘storica’ del
regista, Carol Spier. Di Cronenberg torneremo a parlare presto, visto che fino
a “Crash” del 1998, ora di nuovo nelle sale in 4K, ha diretto quasi solo
capolavori imperdibili.
Articolo di Gian Paolo Galasi




















