domenica 21 aprile 2024

Civil War di Alex Garland

Stati Uniti d’America, in un tempo imprecisato. Texas e California, poi seguiti dalla Florida, hanno dichiarato la secessione. E’ guerra civile. Due fotoreporter, Lee (Kirsten Dunst) e Joel (Wagner Moura), più l’anziano Sammy (Stephen Henderson), decidono di partire da New York e andare a intervistare il presidente a Washington prima che venga deposto. A loro si aggiunge la giovanissima Jessie (Cailee Spaeny). 

Il viaggio è pieno di incontri e insidie che faranno maturare Jessie (in senso professionale, si intende) e sfibreranno Lee, all’inizio la più ‘dura’ del team. Fino al finale che non vi anticipiamo. Costato 50 millioni di dollari (contro i budget più ristretti utilizzati finora dalla casa produttrice A24 – che ha permesso tra gli altri anche la realizzazione del precedente Men del regista, da noi recensito in passato – il film è spettacolare ma non solo. 

Si tratta, in effetti, di un film ‘dal volto umano’, nel senso che dà adito a riflessioni molto interessanti e profonde. Non può infatti non venire in mente il saggio di Susan Sontag ‘Sulla Fotografia’, dove la filosofa analizza lo strumento mettendone in luce pregi ma soprattutto difetti. Non è un caso se vediamo Lee in vasca da bagno, in una delle prime sequenze, che ripensa a tutte le scene più raccapriccianti cui ha assistito illudendosi di non essere impotente per via della propria possibilità di testimoniarle al mondo. 


E che questa sia una illusione lo sa Sontag ma lo comprende anche Lee, che infatti parla di ciò col reporter più anziano Sammy il quale le risponde che dunque ‘ciò che ti divora è esistenziale’. E in effetti la fotografia è uno strumento con cui il fotografo crede di strappare brandelli di realtà a sua disposizione, senza rendersi conto di quanto sia illusoria questa possibilità: ‘to shoot’ si dice fotografare in inglese, come usare un’arma qualsiasi. 

Civil War pertanto non è un film su una guerra civile possibile negli Stati Uniti, quanto una pellicola sull’impotenza dell’uomo e del suo voler guardare, sconfessione della volontà di potenza nietzeschiana ma nello stesso tempo opera che non fa sconti a una umanità che, come la nostra da dietro lo schermo di un computer quando critica qualcosa o qualcuno sui social, si occupa di affermare sé e la propria visione del mondo più che cercare legami di senso coi suoi simili. 

Colonna sonora da urlo (i Suicide di Rocket USA ad esempio) che spesso sovrasta più che sottolineare le scene, dettando loro ritmo e senso, macchina quasi sempre a mano ma precisa e ferma, Civil War ci restituisce il senso, metaforicamente, del qui ed ora delle nostre vite. Se infatti secondo i sondaggi molti statunitensi credono che la guerra civile sarà il futuro, anche qui da noi in Europa, circondati da guerre all’estremo est e in Medio Oriente, le cose non vanno meglio. 

Ecco che allora la pellicola di Garland, scrittore prima (The Beach) e sceneggiatore poi, prima di approdare in proprio alle cineprese con Ex Machina, è un feroce monito a cosa potrebbero diventare le nostre vite da un momento all’altro mentre ce ne stiamo nelle nostre virtuali e metaforiche fattorie, fiduciosi del fatto che certe cose non ci toccheranno solo perché, apparentemente, lontane. Ma non è un richiamo moralistico quello del regista: di fatto, si tratta del bisogno di fare i conti col presente, conti che qualsiasi vero artista ambisce a fare.



domenica 14 aprile 2024

La Sala Professori di Ilker Catak

Ogni volta che pensiamo alla scuola inevitabilmente pensiamo alle nostre (dis)avventure con la scuola pubblica, indispensabile strumento di istruzione e formazione alla convivenza sociale e civile ma. In passato si era levata, non ascoltata, la voce di Pasolini a dirci che in fondo anche la scuola è uno strumento coercitivo. Credo, ma non ne sono sicuro, che ci fosse arrivato per ragionamento e non per aver letto Foucault. 

Ma anche Paul B. Preciado recentemente ci ha parlato dell’opzione di sostituire il desiderio che ci abita con le nozioni come di una abitudine nefasta. Ora, il film in oggetto ha come protagonisti ragazzini di dodici anni, quindi in età ancora prepubere, ma non è questo il punto. In questa scuola dove si applica la ‘tolleranza zero’ inevitabilmente (certo, che credevate?) si verificano dei furti. Il corpo docente costringe i capiclasse alla delazione. 

Ma forse la delazione è frutto di una illazione, dato che una insegnante, Carla Nowak (Leonie Benesch) scopre grazie alla videocamera del proprio PC che in realtà a essere colpevole potrebbe essere una segretaria della scuola, madre di uno dei suoi alunni. Di qui il computo dei danni collaterali (fraintendimenti, burocrazia che si oppone all’affrontare i problemi in maniera diretta, il giornalino degli studenti della scuola) aumenterà in maniera esponenziale. 


Catak, regista di origini turche, è per la sua posizione forse il più adatto a raccontarci questa storia fatta di mezze verità, di sentimenti e emozioni che esplodono perché non contemplate dai piani di studi e dalle politiche di democratizzazione. Oggi siamo tutti più consapevoli, forse, ma siamo anche tutti schiavi, come sempre, della kafkiana burocrazia. Non è un caso se il finale, metaforicamente, ci restituisce personaggi che restano delle proprie idee non ostante l’uso della coercizione. 

Al netto di alcune scelte registiche e attoriali ottimali (l’attacco di panico di Carla, ad esempio) il film ci pone di fronte a un bisogno che è quello di raccontare l’attualità ma senza farsi testimonianza civile. Per un verso infatti il riferimento più ovvio è il Fassbinder di Mamma Kunsters va in Cielo, per un altro il pensiero corre a un altro regista immigrato nella Germania contemporanea, quel Fatih Akin che con La Sposa Turca ha ammaliato una intera generazione di cinefili. 

Catak ovviamente ha una sua poetica peculiare, che si lascia apprezzare per come usa fotografia, musica (originale di Marvin Miller più alcuni passaggi di Mendelsson), montaggi e raccordi allo scopo di raccontare una storia scomoda che farà riflettere lo spettatore senza necessariamente portarlo alle proprie esperienze scolastiche, ma aiutandolo a ragionare su come la società di oggi si propone sempre di essere inclusiva a botte di regole e definizioni.



domenica 7 aprile 2024

Priscilla di Sofia Coppola

Ha quattordici anni Priscilla Beaulieu (Cailee Spaeny) quando, in Germania dove ha seguito il padre militare, si ritrova a una festa con il già famoso Elvis Presley, anch’egli militare in servizio. Scocca la scintilla. I due si rivedono in alcune occasioni e iniziano a frequentarsi, non ostante le iniziali titubanze della famiglia di lei data la distanza d’età, per poi anni dopo, con lei maggiorenne, convolare a nozze.

Ora Presley a tutti gli effetti, Priscilla, che come tutte le donne pre-rivoluzione sessuale si è scavata la fossa da sola, si ritrova a dover gestire un marito famoso con tutto ciò che ne consegue: scappatelle, manipolazioni, la responsabilità di dover essere il porto sicuro di lui, le poco convinte fughe nel misticismo e nell’LSD. Tratto dall’autobiografia Elvis and Me della moglie del Re del Rock’n’Roll e della scrittrice Sandra Harmon, il film inizia bene ma si perde leggermente verso la seconda metà.

Spaeny è bravissima nel mostrarci la spaesatezza di una donna che impara sulla propria pelle qual è il suo ruolo. Meno convincente Jacob Elordi nei panni di Elvis (ma era comunque difficile interpretare un personaggio simile per carisma e personalità), anche se quelle pillole per dormire o per stare svegli, quei rotocalchi con le immagini di lui con altre donne, i piccoli accessi d’ira e la volontà di non avere controparti maschili forti a fianco rendono comunque bene l’idea.

 


Certo, Sofia Coppola ci ha abituato a una regia da autrice, e pur avendo affrontato ogni pellicola in maniera diversa l’una dall’altra, ci aspettavamo qualcosa di meno anonimo dal punto di vista della messa in scena. Riteniamo tuttavia che, se la regista abbia optato per una ‘normalizzazione’ del proprio sguardo, lo abbia fatto in buona fede allo scopo di rendere universalmente comprensibile questa storia anziché strizzare l’occhio ai cinefili ‘puri’.

Il passaggio dalla ragazzina innamorata e testarda alla donna matura e rassegnata al così fan tutte del matrimonio resta comunque poco chiaro nelle motivazioni di lei, nel senso che ovviamente l’ambiente in cui viviamo ci forma, ma di solito quell’ambiente fa leva in qualcosa che si trova dentro di noi – è per questo che è difficile intercettarne e neutralizzarne la pervasività – e la sola paura di perdere quell’uomo non so se è ragione sufficiente.

In fondo l’Elvis del film è un uomo anche poco attento alle necessità della propria compagna, da quelle sessuali a quelle emotive, un uomo che si pone il problema di che contenuti dare alla gente conseguentemente al proprio successo ma che nello stesso tempo è prono ai discografici quando questi si impongono per far sì che egli rimanga un entertainer puro. Eppure Elvis era più sfaccettato di così anche musicalmente: pensiamo a dischi quali His Hand in Mine, gospel puro cantato secondo tutti i crismi e anche di più.

 


E allora forse la simpatia e l’empatia per Priscilla qui ci mostrano un Elvis monocorde, al punto che non si capisce cosa abbia affascinato la giovane donna, e in questo modo, forse, si toglie un po’ di forza alla storia e alla relazione tra i due, col rischio di non mostrare allo spettatore quanto l’amore può essere anche arma a doppio taglio. Sono tante infatti le pellicole che ne parlano. Di recente abbiamo analizzato May December di Todd Haynes che narra una vicenda simile ma a parti invertite – è lei ad essere più matura e lui più giovane.

Per non parlare poi di Ancora un’Estate di Catherine Breillat. Sono decisamente tanti gli esempi cinematografici che ci raccontano storie d’amore non conformi, ma in tutte queste c’è qualcosa che manca. Sospettiamo ci manchi il vissuto, impossibile a esserci anche solo per motivi legali, per andare più a fondo. Del resto, al netto del fatto che proteggere infanzia e adolescenza sia un bisogno serio, anche affidarsi alle narrazioni di chi ha vissuto certe situazioni in prima persona potrebbe essere controproducente: non sempre chi attenta all’adolescenza altrui è lucido osservatore di se stesso.

Eppure prendiamo atto che quest’anno ben tre pellicole nell’arco di poco tempo trattano questo tema, che quindi ci si dispiega davanti agli occhi come un tema caldo, sintomatologico. Forse il punto vero è che non sappiamo bene cosa è l’adolescenza, e quindi non sappiamo nemmeno davvero cosa è l’età adulta. Ci avevano provato in passato registi come Larry Clark a dircelo, ma non li abbiamo probabilmente voluti ascoltare. Per paura … 


 

sabato 30 marzo 2024

Orlando, My Political Biography di Paul B. Preciado

Figura di riferimento per il mondo trans-queer e artista poliedrico, Paul B. Preciado con Orlando, My Political Biography realizza un documentario metacinematografico che è omaggio al mondo trans-queer e a Virginia Woolf, la quale nel suo omonimo libro mette in scena un uomo che nel corso di una vita lunga secoli si trasforma in donna, da un lato ribadendo un legame fortissimo con la natura che l’uomo ordinario, vittima dell’eterpatriarcato tanto quanto le persone queer, ha perso, dall’altro commentando avvenimenti storici e politici dal punto di vista di un uomo che, mutando sesso e genere, perde il proprio potere e vede il mondo riconfigurarsi a misura della propria transizione.

Godardianamente, Preciado decide di lasciare che Orlando venga interpretato da ben 26 persone questioning/queer, dai 6 ai 70 anni, l* qual* dovranno donare al protagonista di questo documentario il proprio corpo e le proprie biografie interpretando i fatti salienti della vita del protagonista. Preciado non nasconde la depressione, e l’istituzionalizzazione conseguente, che toccò a Woolf per il fatto di non poter vivere da lesbica in un’epoca puritana come quella in cui visse. Non nasconde nemmeno quanto sia degradante dover mentire agli psichiatri dicendo loro quel che vogliono sentirsi dire allo scopo di ottenere i tanto agognati ormoni, ad esempio.

E’ la persona transgender che compie una performance mutando il proprio corpo, o è la società che muta e performa modificandosi di fronte alle scelte delle persone transgender? Sicuramente tutte e due le affermazioni sono vere, e così oltre che alle vicissitudini di Orlando possiamo assistere anche a quelle di Marsha P. Johnson che dovette vivere di aiuti statali, impossibilitata a trovare un lavoro qualsiasi a causa delle proprie scelte. E così, tra narrazioni decennali smentite – le  persone transgender non si sentono solo, o forse mai, intrappolate in un corpo sbagliato: è tutto più complesso e più poetico assieme di così – e negazioni di diritti fondamentali denunciate, il film si snoda sotto i nostri occhi.

 


Quale sarà la performance dello spettatore di fronte a questa creatura ibrida? Io personalmente, per motivi che non posso rivelare perché sono profondi e io stesso non ne ho contezza, mi sono sorpreso a sorridere nei momenti ironici ma anche a commuovermi di fronte alla ricchezza del mondo interiore delle persone transgender di cui ho fatto la conoscenza grazie a questo lavoro. E forse è proprio questa scoperta dell’interiorità, sebbene un’interiorità non dogmatica, il dono più grande che le persone trans fanno a chi, pur essendo cis, è comunque vittima della stessa società.

Parrebbe infatti che la società sia ciò che annichilisce il nostro essere, obbligandoci a non vedere altro se non ciò che ci permette di sopravvivere come ‘parti’ di essa e non come ‘individui’ che la trascendono, e allora ecco che improvvisamente la filosofia di Preciado, che ho imparato a apprezzare grazie a libri quali Terrore Anale, che al di là del titolo solo apparentemente provocatorio racconta come quello che viene definito ‘eteropatriarcato’ violenta anime e corpi non solo di chi non si conforma a un dato modello, diventa universale perché la liberazione dei corpi e delle menti trans dai pregiudizi vale anche per noi.

Certo, la lotta delle persone queer o transgender ha delle proprie specificità che non possono essere annullate o allungate come un brodo, anestetizzate in un ipotetico messaggio universale da ‘siamo tutti nella stessa barca’, ma che la società in cui viviamo ci faccia violenza tramite le sue istituzioni, ad esempio la scuola cui Preciado nei suoi libri dedica pagine degne del miglior Pasolini, è innegabile e occorrerebbe far cadere il velo di Maya dagli occhi di tutti. Si spera che questo sia ciò che succeda anche con pellicole come questa, ed è per tale motivo che la visione di opere come Orlando, My Political Biography può essere utile anche se non si è transgender, queer o ally. 

 



domenica 24 marzo 2024

May December di Todd Haynes

Questo è il classico esempio di film dalla cui visione si esce con un certo imbarazzo. Non dico l’imbarazzo per certi blasonati critici che ne hanno parlato bene senza se e senza ma, che quello è d’ordinanza e significa che abbiamo neuroni funzionanti, intendo quello, un po’ sfumato perché la pellicola in oggetto non presenta elementi trash nemmeno involontari, solo buchi di regia e sceneggiatura che ne fanno un’opera incompleta per, almeno sembrerebbe, mancanza di coraggio.

Ed è un peccato perché Todd Haynes con opere come Velvet Goldmine, I’m Not There e Lontano dal Paradiso ci aveva colpito in maniera positiva per come sapeva mettere in scena cose così diverse come il glam rock, l’imprendibile vita da rockstar da un lato, e le differenze di classe, l’omosessualità e l’integrazione razziale dall’altro. Un regista completo tutto sommato, capace di toccare stili e tensioni diverse e di mettere il tutto in scena con un gusto non banale.

Certo, l’universo femminile e la sua rappresentazione richiedono per un regista maschile sempre un sovrappiù di sforzo, e arrivare alla fine a dichiarare bandiera bianca o meglio un democristiano e serafico ‘ora la palla, dalla vita reale, passa all’attrice sul set’ è un po’ meno di quanto avremmo voluto vedere. Ma andiamo con ordine, per farvi capire meglio.

Il film si ispira a una storia reale. E’ di carne e ossa questa donna adulta che ha tratto a sé un dodicenne e che, dopo essersi fatta la prigione pur essendo incinta di lui, con strascichi sulla stampa scandalistica, lo ha poi sposato una volta maggiorenne. Tema caldo, caldissimo, e non tanto dal punto di vista erotico quanto per tutta una serie di motivi: la rete protettiva attorno all’infanzia e all’adolescenza che mette in atto la nostra società, ad esempio, e il cosa pensiamo di quelle età, come le concepiamo.

Da questo punto di vista, e anche per tutto il periodo passato da Gracie (Julianne Moore) in prigione con un bimbo piccolo in grembo cui non viene mai fatto un accenno neanche minimo, il film è una grande occasione sprecata. Ma lo è anche per come viene raccontata la vicenda dell’avvicinamento della giovane attrice Elizabeth (Nathalie Portman), che dovrà interpretare Gracie in un film, ai personaggi reali.

 


Superficiale ma non giudicata per questo dal regista – mi sono immaginato come avrebbe lavorato invece su tale personaggio un Robert Altman, ad esempio – che rimane ineffabile e forse pure un po’ troppo, come quando lei si diverte a immaginarsi a fare sesso col giovane Charles nel retro del negozio dove il ‘fattaccio’ è avvenuto sul serio, o come quando descrive l’incrocio di sguardi sul set durante le scene di sesso a degli studenti della scuola dei figli di Gracie e dello stesso Charles.

Superficiale inoltre in una scena di seduzione – non preparata da nulla, nemmeno da quelle fantasie cui accennavamo – funzionale a mostrare come poi la coppia ufficiale ‘opera’ quando litiga, sebbene il momento di verità sia offuscato proprio dalle dinamiche che lo producono, poco chiare e forzate. Insomma, questo dramma che forse si vorrebbe ispirato anche al nobile passato del cinema,  penso a un Kurosawa su tutti, per cui non si può arrivare alla verità, ma solo a pareri soggettivi, diventa una lezione moralista insopportabilmente retorica e rinunciataria anziché un momento di verità per lo spettatore stesso, ad esempio.

Si salvano forse alcuni momenti, tra cui quello in cui Charles sul tetto di casa fuma assieme al figlio in un tentativo di avvicinamento tra i due, anch’esso però irrealistico: nessuno al primo tiro va così in confusione, occorre una certa frequentazione con la cannabis per ottenere degli effetti anche solo lontanamente simili a quelli che si producono nella scena del film. Insomma, questa volta si poteva decisamente fare di meglio.

Spero solo che la difficoltà nel gestire una storia del genere non sia stata dettata dalla fretta – i film si sa sono opere collettive e un regista deve essere bravo a muoversi su più livelli, ma non sempre ce la si fa – o peggio ancora da una certa disaffezione che ci parrebbe strana in un regista quale Todd Haynes, di solito molto chiaro non tanto nel prendere delle parti, cosa anche abbastanza inutile, quanto nell’interesse genuino che ha sempre mostrato per i suoi personaggi. Solo il tempo ci potrà dire dove sta la verità, forse. 


 

domenica 17 marzo 2024

Inshallah a Boy di Amjad Al Rasheed

Se ne è parlato come dell’ennesimo film contro il patriarcato, ed è così se pensiamo non a un film-manifesto ma a un film che racconta una storia intima e personale mostrandoci i rapporti di forza tra uomini e donne in un Paese come la Giordania, di cui il regista Amjad Al Rasheed è originario, senza sconti, senza veli e con il desiderio di porre domande agli spettatori su un mondo che, se da noi è cambiato – anche se non abbastanza – almeno da qualche decennio, ovunque nel mondo considera la donna come una creatrice di vita e solo in quanto tale degna di tutele.

Ma veniamo alla trama. Nawal (una intensa Mouna Hawa) è una donna sposata il cui marito muore all’improvviso, lasciandola sola con una figlia piccola. Scoprirà col passare del tempo che il marito si era licenziato quattro mesi prima dalla tipografia in cui lavorava, e che forse aveva anche una doppia vita alla curiosità verso la quale decide di non lasciarsi tentare. Purtroppo il cognato viene a esigere un debito, il pagamento di quattro rate del pickup del marito di Nawal saldate le quali tornerebbe in attivo col funerale e la veglia.

In mezzo, incuneati tra le giornate in cui Nawal fa da badante a un’anziana donna e cerca di essere solidale con la nipote di quest’ultima, un collega innamorato che cerca di approfittarsi della solitudine e delle difficoltà della donna per dichiararle finalmente i suoi sentimenti e un fratello che nelle beghe legali tra la donna e il cognato non sa mai che parti prendere, fino a che non si schiera dalla parte della sharia e delle leggi coraniche dimostrando non capacità decisionali ma mancanza di midollo.

 


Per far fronte a tutte queste situazioni, l’unica possibilità per Nawal è mettere in campo la pretesa attesa di un figlio maschio, per dimostrare l’esistenza del quale si lancerà in una serie di iniziative che hanno del rocambolesco. Non entriamo ovviamente nei dettagli per non guastarvi la visione. Come già altre pellicole analizzate in questo blog e provenienti dal mondo musulmano, prendiamo ad esempio un piccolo classico come l’iraniano Un Eroe di Asghar Faradi, Inshallah a Boy riprende le coordinate stilistiche del nostro cinema neorealista e le attualizza sia sul piano stilistico che per quanto riguarda le tematiche.

La macchina da presa indaga situazioni ed emozioni, mentre le musiche, la fotografia e il sound design sottolineano in maniera funzionale al racconto le vicende narrate nella pellicola. Valore aggiunto a questo film è senz’altro il fatto che gli avvenimenti non contengono proclami imposti dall’alto relativi alle tematiche affrontate ma si limitano a mostrarci personaggi nessuno dei quali completamente buono o cattivo ma tutti irretiti, chi più chi meno, in una trama di credenze religiose e sociali che sembrano impossibili da scalciare per riappropriarsi di una propria, impensabile, libertà.

Si soffre quindi presi nelle maglie di quello che è il vero potere, ovvero le credenze cui tutti sottostanno, in quanto individui dotati di una propria sensibilità che è impossibile sviluppare attraverso di esse, ma questo non è un tema tipico solo dei Paesi governati dalla legge islamica, ma un tema comune a tutte le culture del mondo. Forse un primo tentativo di creare un altrove è la cura delle relazioni, come mostra il rapporto tra Nawal e l’anziana di cui è badante la quale è ben più che un oggetto da accudire, per sensibilità della protagonista.

Varrebbe la pena approfondire questo tema, magari con una pellicola apposita, perché no, dato che qui in Europa l’argomento si sta facendo spinoso per via dei costi relativi alle relazioni di cura e alle misure che gli anziani e le loro famiglie stanno approntando ovunque per farvi fronte, annacquando quelle che di conseguenza avrebbero potuto essere incontri forieri di sorprese, come ci ha mostrato, sempre lateralmente, anche Gaspar Noé nel suo ultimo Vortex. 


 

domenica 10 marzo 2024

Ancora un'Estate di Catherine Breillat

Ancora Un’Estate, l’ultima fatica cinematografica di Catherine Breillat (A Mia Sorella!, Pornocrazia) è un’opera ambiziosa pur essendo un remake di un film danese, Queen of Hearts. Ambiziosa ma fallimentare. E per questo è un’opera che fa tenerezza, che si culla dolce nella mente, con le sue verità scomode ma mostrate in un modo che, vi racconterò, non centra il bersaglio.

La regista, un tempo attrice, sceneggiatrice e assistente di montaggio per registi come Fellini, Cavani, Bertolucci e Bellocchio prima di iniziare una carriera in proprio, perseguendo le proprie visioni, vuole spiazzarci mettendoci di fronte a una storia ‘immorale’, ovvero alla storia di passione e amore tra Anne (Léa Drucker) e il diciassettenne Théo (Samuel Kircher), di cui è anche matrigna.

E’ uno di quei film che non affronta la tematica per questioni di impegno né di moralismo, ma per metterci di fronte a una delle tante zone grigie che affollano la vita umana. E per fare questo mette in scena un’opera ponderata (Anne non è ad esempio una megera, non strepita per difendersi, anzi è fredda nel suo essere crudele, e per questo risulta convincente col marito) e piena di dettagli.

 


I volti ad esempio. Si sente che Breillat ha colto, non solo in spirito ma anche in forma, la lezione di Pasolini, con quei primi piani sulle espressioni facciali che però hanno lo scopo non più di mostrarci l’alterità del sottoproletariato quanto la psicologia dei personaggi. Le musiche, curate da Kim Gordon che tra l’altro proprio nei giorni dell’uscita del film in oggetto pubblica un nuovo album di trap noise …

E devo dirlo: il film ha funzionato per il sottoscritto. Durante le ultime scene, e poi all’uscita dalla sala, mi sono ritrovato a pensare che probabilmente quella relazione è nata dalla curiosità, non solo dalla nostalgia per l’adolescenza perduta. Conosco gente della mia età che ha idealizzato i cartoni animati che vedeva da bambino o adolescente, e quella è nostalgia.

Ma se ti appassioni a un adolescente di carne e sangue, quello è desiderio di conoscenza di un mondo che è cambiato, e che si vuole capire meglio – le adolescenze in diverse età del mondo non sono uguali. Certo, ci sono altri strumenti. Si usano? No, perché gli adulti di oggi non si confrontano, spesso anche quando hanno figli adolescenti, con quell’età della vita.

 


E allora può capitare che alcuni di noi cadano nella rete, per così dire. Detto questo, devo dire purtroppo che il film non ha funzionato per le persone che stavano con me. Una sala gremita e in cui si sentivano qua e là risolini di sicurezza, di chi mai ha pensato a quel tipo di relazione perché perso nelle proprie convenzioni sociali e nella propria adesione alle regole.

Non so cosa ci vorrebbe per svegliare quelle persone e farle empatizzare maggiormente coi due protagonisti – alla fine della proiezione, sentendo i commenti, il personaggio che più ha attirato simpatie resta quello interpretato da Olivier Rabourdin, Pierre, il padre, un imprenditore piuttosto rozzo e stupido, preoccupato dagli accertamenti fiscali dell’azienda per lo più.

Certo, Breillat si tiene lontana dal ritratto di borghesia in nero, sia perché ne sono stati fatti troppi, sia perché non è quello il focus – anzi, dipingere una ennesima famiglia disfunzionale come scusante per la relazione clandestina forse sarebbe stato intellettualmente disonesto – eppure mi domando, ancora, se Breillat non abbia ceduto troppo all’ironia, che per me non è mai un sinonimo di intelligenza. Certo è che per me è valsa comunque la pena: e anche questo è un fatto, come disse il Galileo di Brecht.