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domenica 21 aprile 2024

Civil War di Alex Garland

Stati Uniti d’America, in un tempo imprecisato. Texas e California, poi seguiti dalla Florida, hanno dichiarato la secessione. E’ guerra civile. Due fotoreporter, Lee (Kirsten Dunst) e Joel (Wagner Moura), più l’anziano Sammy (Stephen Henderson), decidono di partire da New York e andare a intervistare il presidente a Washington prima che venga deposto. A loro si aggiunge la giovanissima Jessie (Cailee Spaeny). 

Il viaggio è pieno di incontri e insidie che faranno maturare Jessie (in senso professionale, si intende) e sfibreranno Lee, all’inizio la più ‘dura’ del team. Fino al finale che non vi anticipiamo. Costato 50 millioni di dollari (contro i budget più ristretti utilizzati finora dalla casa produttrice A24 – che ha permesso tra gli altri anche la realizzazione del precedente Men del regista, da noi recensito in passato – il film è spettacolare ma non solo. 

Si tratta, in effetti, di un film ‘dal volto umano’, nel senso che dà adito a riflessioni molto interessanti e profonde. Non può infatti non venire in mente il saggio di Susan Sontag ‘Sulla Fotografia’, dove la filosofa analizza lo strumento mettendone in luce pregi ma soprattutto difetti. Non è un caso se vediamo Lee in vasca da bagno, in una delle prime sequenze, che ripensa a tutte le scene più raccapriccianti cui ha assistito illudendosi di non essere impotente per via della propria possibilità di testimoniarle al mondo. 


E che questa sia una illusione lo sa Sontag ma lo comprende anche Lee, che infatti parla di ciò col reporter più anziano Sammy il quale le risponde che dunque ‘ciò che ti divora è esistenziale’. E in effetti la fotografia è uno strumento con cui il fotografo crede di strappare brandelli di realtà a sua disposizione, senza rendersi conto di quanto sia illusoria questa possibilità: ‘to shoot’ si dice fotografare in inglese, come usare un’arma qualsiasi. 

Civil War pertanto non è un film su una guerra civile possibile negli Stati Uniti, quanto una pellicola sull’impotenza dell’uomo e del suo voler guardare, sconfessione della volontà di potenza nietzeschiana ma nello stesso tempo opera che non fa sconti a una umanità che, come la nostra da dietro lo schermo di un computer quando critica qualcosa o qualcuno sui social, si occupa di affermare sé e la propria visione del mondo più che cercare legami di senso coi suoi simili. 

Colonna sonora da urlo (i Suicide di Rocket USA ad esempio) che spesso sovrasta più che sottolineare le scene, dettando loro ritmo e senso, macchina quasi sempre a mano ma precisa e ferma, Civil War ci restituisce il senso, metaforicamente, del qui ed ora delle nostre vite. Se infatti secondo i sondaggi molti statunitensi credono che la guerra civile sarà il futuro, anche qui da noi in Europa, circondati da guerre all’estremo est e in Medio Oriente, le cose non vanno meglio. 

Ecco che allora la pellicola di Garland, scrittore prima (The Beach) e sceneggiatore poi, prima di approdare in proprio alle cineprese con Ex Machina, è un feroce monito a cosa potrebbero diventare le nostre vite da un momento all’altro mentre ce ne stiamo nelle nostre virtuali e metaforiche fattorie, fiduciosi del fatto che certe cose non ci toccheranno solo perché, apparentemente, lontane. Ma non è un richiamo moralistico quello del regista: di fatto, si tratta del bisogno di fare i conti col presente, conti che qualsiasi vero artista ambisce a fare.