C’è una pellicola che si ispira al “Settimo Sigillo” di Bergman, o che almeno lo omaggi, e che quindi parli del rapporto dell’uomo con la morte, della problematicità del ruolo dell’arte nella società, e che nel contempo critichi l’eccessivo utilizzo del raziocinio e la perdita di valore della fantasia, che come insegna Jung è il serbatoio cui l’uomo attinge per relazionarsi con la propria parte più vera?
Ebbene, un tale film esiste, ed è il sottovalutato “Le Avventure del Barone di Munchausen” di Terry Gilliam. Dopo “Brazil” - di cui è una prosecuzione: il film infatti conclude la “trilogia dell’immaginazione” assieme a “I Banditi del Tempo”, e prima delle scorribande nella psichedelia e nelle distopie di “Paura e Delirio a Las Vegas” e “L’Esercito delle Dodici Scimmie”, il Nostro si è dilettato, come avverrà anche nell’ultimo “L’Uomo che Uccise Don Chisciotte”, nel territorio della pura avventura fantastica.
Leggi anche: Terry Gilliam e il cinema fantastico
Non sembri strano: Gilliam è da sempre un regista anarchico, e come tale, se sicuramente gli appartengono riflessioni serie sulla fine delle utopie e sulle distopie, è di certo nel suo DNA anche il linguaggio della fiaba. E se in “Tideland” vedremo mescolarsi il genere fantastico con l’horror, anche se un horror sui generis, ne “Le Avventure … “ possiamo vedere uomini che vanno più veloci della luce, uomini che vedono dall’altra parte del globo, uomini che sollevano pesi immensi, e uomini che volano su palle di cannone.
Siamo agli albori del 18° Secolo, la famosa “Era della Ragione”, e i Turchi combattono e assediano una città immaginaria sulle rive del mare. L’origine di questa guerra si perde negli abissi del tempo. Più prosaicamente, risiede in una vecchia contesa tra il Sultano e il Barone di Munchausen. Il quale è disponibilissimo a ribaltare l’esito apparentemente sfavorevole per la città della guerra, ma deve trovare qualcuno che si fidi di lui in un’epoca aridamente meccanica.
Cannoni e armi da fuoco sono infatti tra le prime cose che vediamo nel film. Il ‘nuovo modo’ di condurre una guerra, a distanza, è ciò che del resto rende quella stessa guerra possibile. La tecnologia è subito mostrata per ciò che è: strumento di potere e di dominio. In questo mondo, l’unico possibile, la fantasia è relegata sullo sfondo, a mero entertainment – e per giunta sotto le bombe. Per la città assediata c’è una sola possibile via d’uscita: fidarsi di un uomo ormai anziano, con un debole per le belle donne e odio viscerale per i dottori.
E quindi il Barone, con la giovanissima figlia dell’impresario della compagnia teatrale che mette in scena le sue avventure, inizierà un viaggio (sulla Luna, al centro della Terra, negli oceani) alla ricerca dei suoi fidi e magici compagni di scorribanda, per poi tornare alla città e dare al Sultano la sonora sconfitta che si merita.
“Le Avventure … “ sono stati uno dei più clamorosi flop al botteghino della storia recente del cinema americano. Non c’è da stupirsene, dato il tema, la realizzazione – fondali mobili, cieli di nuvole colorate e prospettive alla Salvador Dalì, palle di cannone volanti – e non ostante il cast, che prevede la allora giovane e non ancora cool Uma Thurman, un Robin Williams simpaticissimo nell’ironizzare sulla propria scissione tra mente e corpo come Signore della Luna, un cameo di Sting e comprimari fedelissimi a Gilliam.
Leggi anche: “Il Cinematografo” sul “Barone”
Ecco che quindi il film se la cava con ben quattro nomination agli Oscar, tre British Academy Film Awards e due Ciak d’Oro di cui uno al nostro Dante Ferretti per i costumi, a compensare un ben magro bottino in termini di biglietti venduti. Ci penserà tre anni dopo il fenomenale “La Leggenda del Re Pescatore”, con uno straordinario Jeff Brigdes e ancora Robin Williams stavolta nei panni del coprotagonista a ripagare il Nostro del successo che questo film invece non ha ottenuto.
Che dire infine? Che Terry Gilliam, già da noi recensito e quindi in grado con alcuni suoi lavori di mostrarsi degno erede del cinema americano ed europeo più visionario, ha anche un animo anarchicamente infantile di cui non si vergogna in maniera assoluta. E’ anche per questo che lo amiamo infinitamente e, non ostante il flop commerciale, ci sentiamo di consigliarvi sicuramente questa pellicola.
Articolo di: Gian Paolo Galasi



















