domenica 30 giugno 2024

Animali Randagi di Maria Tilli

Era dai tempi di Paris, Texas che non vedevo un road movie così doloroso e sentito. Chiariamoci subito, non sto paragonando l’arte di Maria Tilli a quella di Wim Wenders, dato che ognuno dei due registi utilizza stilemi in parte simili per ottenere effetti diversi. Diverse sono anche le epoche in cui le due pellicole sono state realizzate, e quindi la sensibilità e persino la materia filmica non può essere la stessa. 

Eppure. Eppure ci starebbe anche il paragone con Dead Man di Jarmusch, perché anche questo Animali Randagi è un viaggio verso la morte con accompagnatori. Vi prego, non lamentatevi per lo spoiler, siate meno meschini di così. In fondo, che per Emir (Ivan Franek) questo sia l’ultimo viaggio è pacifico e dichiarato nella prima parte del film. Come potrebbe essere altrimenti per un malato di tumore allo stadio terminale? 

Toni (Giacomo Ferrara) e Luca (Andrea Lattanzi), due prodi (si fa per dire) conduttori di ambulanza che nel tempo libero si fanno di tutto e di più (dalla cocaina agli acidi alle paste) saranno informalmente incaricati, per una modica cifra da dividersi, di portare l’uomo in Serbia assieme alla figlia Maria (Agnese Claisse), che col padre ha un rapporto ricucibile ma non necessariamente facile. 

I tempi morti sono la chiave per apprezzare e capire il film. Non tanto per prendere la decisione se fare o no il rischioso viaggio (in fondo i soldi fanno sempre comodo) quanto per percepire come quella decisione possa cambiare i protagonisti, così come i dialoghi nel bungalow mentre si attende la riparazione dell’ambulanza a seguito di un non grave incidente. 


“Siete animali domestici, non avete mai avuto a che fare con la libertà, per questo non sapete che cosa fare della vostra vita in questo momento” ammonisce Emir i due accompagnatori fatti di acido ma forse proprio per questo più ‘aperti’ alle parole del loro compagno di viaggio. E poi la meta, la donna che spiega la procedura da seguire (in silenzio e in segreto), l’ultima serata d’addio in una festa di paese, accompagnata da un falò in cui si bruciano senza rimorsi i resti di una vita. 

Cosa resta? Ebbene, resta il viaggio di ritorno (in treno dato che l’ambulanza è fottuta, troppo usurata già in partenza), il silenzio, perché i nostri protagonisti non sono due eroi che improvvisamente prenderanno in mano le proprie vite dopo aver fatto i conti con la morte, ma la possibilità di fare i conti c’è (e forse anche il desiderio). 

Film antiretorico, dove anche la musica, curata da Alessandro Grasso e Daniele Rienzo, con quei pensosi e introversi intrecci di chitarre acustiche arpeggiate o suonate col bottleneck – capite adesso? – si adegua a una introversione necessaria, probabilmente piacerebbe, per opposizione o assonanza, ai registi tedesco e statunitense citati in apertura di recensione. 

Immagini spesso statiche, movimenti di macchina essenziali, bandito ogni virtuosismo registico e attoriale, tutto il film è un lavoro sapiente che si svolge per sottrazione sotto i nostri occhi. C’è anche spazio per i sentimenti, ma senza pigiare troppo l’acceleratore: fanno parte della vita, non la redimono. Almeno, questo è ciò che appare sotto i nostri occhi …  



domenica 23 giugno 2024

L'Amante dell'Astronauta di Marco Berger

Aveva ragione Oscar Wilde: mettete a qualcuno una maschera, e quel qualcuno vi dirà la verità (era così la citazione, più o meno?). Solo che in questo caso la maschera è quella dell'eterosessuale che vuole sedurre un coetaneo gay. E' estate, un gruppo di amici con cugini e compagne si ritrova in una casa vicino a un bosco per trascorrere un periodo tranquillo, ed ecco che Pedro e Max, che si conoscono da quando sono bambini, iniziano ad appiccicarsi l’uno all’altro come francobollo e busta postale. 

Pedro è omosessuale, anche se ha avuto qualche avventura con delle donne (ma come sottolinea, questo non fa di lui un uomo meno gay: si è infatti concesso perché in termini identitari non aveva nulla da perdere). Max è etero anche se tutte le sue ragazze, in particolare Sabrina, la sua ultima girlfriend, sostengono che lui sia molto meno ‘straight’ di quanto sostenga. 

I due iniziano così un balletto, inizialmente per puro divertimento (a un certo punto diranno ‘per gioco’ a tutti di essersi messi assieme) che poi sfocerà in qualcosa di diverso dal gioco. Alla sua decima pellicola, ma prima ad arrivare sugli schermi italiani, Marco Berger ci sciorina davanti agli occhi una storia d’amore omosessuale non banale – ci sono appunto in gioco le maschere, i ruoli sociali, e quelle domande sull’identità, su cosa significhi essere etero o essere omosessuali. 

C’è anche un po’ di BDSM, nel senso che a un certo punto i due ragazzi stabiliscono, irretiti dal loro stesso gioco, di scegliere una safe word per poter ‘uscire’ dalla trappola che loro stessi si stanno tendendo e poter parlare sinceramente. E’ interessante questa pellicola, soprattutto perché le reazioni dei compagni o meglio degli spettatori al ‘gioco’ lasciano ben sperare, per un futuro meno omofobo, meno esclusivo. 


Si potrebbe forse rinfacciare all’autore di giocare troppo con l’opera sentimentale e col feuilleton, dato che questo film è tutto sommato un lavoro che ci mostra il lento calarsi dei protagonisti nel loro ruolo di amanti senza nulla concedere a, né interrogare il, voyerismo dello spettatore. Sarebbe insomma stata una pellicola più interessante se avesse giocato con l’eventuale omofobia di uno spettatore più che altro per l’abitudine di vedere al cinema storie d’amore tra un uomo e una donna, o al massimo tra due donne. 

Il finale pertanto può lasciare un po’ delusi i palati più fini, quelli che si sarebbero appunto aspettati un gioco più di fino con lo spettatore, anche perché nella mia sala, quella dove io ho assistito alla proiezione, diverse persone se la sono telata scandalizzate dall’esplicito flirt tra i due uomini – e la cosa ha dato fastidio più a delle donne, da quel che ho potuto notare. 

Non sto sostenendo una tesi secondo la quale il film avrebbe dovuto essere meno crudo e più fiorellini e farfalle, dico al contrario che il gioco con lo spettatore avrebbe potuto essere ancora più ingaggiante e sfidante. Per il resto, come diceva Robin Williams in La Leggenda del Re Pescatore di Terry Gilliam, “non c’è spazzatura nei sentimenti”, pertanto consiglio di godere di questa pellicola senza particolari schemi e senza pretese, solo tenendo presente le limitazioni da me suggerite in questa sede.



domenica 16 giugno 2024

L'Impero di Bruno Dumont

Eppure, dopo essere arrivati al 'dunque' e infine ai titoli di coda, ho provato della rabbia per Dumont, regista che negli anni Novanta è stato tacciato di tutto e di più per via di quel suo film che ancora non sono riuscito a recuperare, L'Humanité, di cui lessi peste e corna su forum e recensioni, per una sua presunta inaccettabile crudezza, e quindi, dopo aver visto almeno P’tit Quinquin, una volta in sala con una nuova opera che per di più prometteva di essere una semi-parodia di Guerre Stellari, ho deciso di dargli una possibilità. 

Ora, l'idea è ottima: ri-giri Star Wars ambientandolo nella periferia francese, tra mucche e granchi, ma il punto fondamentale per rendere un’opera filmica (diciamo un’opera d’arte in generale) notevole è che il creatore ci deve credere. Non basta infatti creare una operazione anticommerciale e per di più parodistica di un genere amato dal pubblico per comprendere perché la gente si affeziona a quel genere di operazioni, ad esempio. 

Tanto più che l’idea di contrapporre bene e male poteva essere intrigante, ci si fosse sforzati per articolarla un po’ di più. Anche l’amore (o il sesso, fate voi) che sfocia tra i due principali antagonisti (nemici come alieni, ma attratti irresistibilmente in quanto abitanti di corpi umani) sarebbe stato interessante come spunto da approfondire, così come quelle astronavi che all’interno sono chiese è una nota visivamente efficace. 

Eppure no: Dumont ha deciso di confezionare un lavoro lento, privo di ritmo e nerbo e con un finale tirato via giusto per chiudere l’opera lasciando la Terra intatta, ma che non ha nessuna valenza né sul piano dell’azione né sul piano simbolico (bene e male che lottando si annullano?). E così l’autore di Coincoin et les Z’inhumains sforna un prodotto freddo e poco sentito. Ed è un peccato. 


Un peccato perché confrontarsi col cinema commerciale è sempre una sfida. Un peccato perché si poteva iniettare in quel cinema commerciale sangue vivo, dalla sessualità che in quel tipo di opere è assente (perché sono prodotti ‘per famiglie’?) a una riflessione su bene e male non banale. Si poteva infine lavorare sui codici per sovvertirli, per produrre altro. Invece ho visto un’operazione fruendo la quale il poco pubblico presente in sala si addormentava. 

Ma cinema d’autore e fantascienza sono davvero antinomici o difficili da conciliare? Al netto delle dichiarazioni recenti di Lynch sul suo Dune, esistono almeno un paio di risultati perfettamente riusciti, ovvero il 2001 di Kubrick e la sua risposta sovietica Solaris di Tarkovskij, per non parlare poi di Blade Runner, che non ostante le varie versioni attraverso cui è passato prima di arrivare al director’s cut risulta un lavoro notevole sotto tutti i punti di vista o, tornando più indietro, il famoso L’Invasione degli Ultracorpi di cui sono stati fatti anche diversi remake. 

Certo, poter enumerare quattro risultati notevoli in oltre un secolo (ma sicuramente ho tralasciato qualcosa) in cui comunque la fantascienza ha prodotto opere notevoli soprattutto su carta, è scoraggiante, ma varrebbe la pena riflettere sul perché. Suggerisco modestamente che non è facile riflettere sul ruolo che la tecnica e la tecnologia hanno nelle nostre vite e come ci modificano, per cui alle opere già citate vale la pena aggiungere certi lavori del primo Cronenberg, che se pur siano body horror più che sci-fi, comunque con la tecnologia applicata all’essere umano hanno molto a che fare. 

E allora vale la pena ripercorrere queste filmografie allo scopo di porci quanto meno dei problemi, sollevare domande, alimentare dibattiti culturali, pur a partire da un’operazione spompa come L’Impero. Forse chiediamo troppo a un lavoro che parte da intenti polemici, ma si sa che è solo puntando in alto che riusciremo a ottenere, in futuro, qualcosa di più. Per il mentre, una visione disinteressata di quest’opera, a puro scopo conoscitivo, non vedo perché negarla comunque …



domenica 9 giugno 2024

Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos

Un uomo succube del proprio datore di lavoro il quale, in cambio di benefits aziendali come la racchetta rotta da McEnroe durante il più famoso torneo della sua vita, deve sottostare a tutta una serie di ordini tra cui quello di provocare un incidente d’auto mortale. Un uomo che ritrova la moglie dispersa in un tragico incidente di lavoro che inizia a sospettare la donna ritrovata non sia veramente sua moglie, e che nello stesso tempo si scopre attratto dalla carne umana. 

Infine, una donna parte di una delle mille sette pseudoreligiose statunitensi che forse ha trovato la donna che può riportare in vita i morti. Queste le trame dei tre mediometraggi che compongono l’ultima fatica di Yorgos Lanthimos e del suo fedele, ritrovato sceneggiatore Efthymis Filippou. Assieme ovviamente agli attori cardine del progetto Poor Things!, ovvero Emma Stone, Sarah Margaret Qualley (già con Tarantino ed Ethan Coen) e Willem Dafoe. 

Sarebbe bello pensare che dopo la sbornia di successo del precedente Povere Creature! il Nostro sia tornato al cinema ‘strano’ e cupo delle origini, e così è almeno sulla carta. Almeno sulla carta. Non fraintendeteci, il film è interessante e ricco di spunti, di humor nero e di tutte le cose che i due, regista e sceneggiatore, hanno centellinato nel corso di un ventennio. 

Si respira la stessa libertà dalla verosimiglianza de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ad esempio. Come le relazioni distorte di Dogtooth. Ma non possiamo notare che ci sia qualcosa di ‘piacionesco’ in quest’ultimo Lanthimos, che pur rimanendo un regista ‘non per tutti’ – non possono quindi esserci esodi da parte dei vecchi fans gelosi di aver perso un segreto ben custodito – ha diluito il suo geist per motivi più che comprensibili. 


E’ un momento particolare per l’arte questo 2024. Già musicalmente, quest’anno – si veda il mio altro blog Complete Communion – noto che gli artisti abbiano smesso di graffiare se non a livello superficiale – una Kim Gordon avrà sempre i valvolari aperti al massimo, così come una Beth Gibbons spingerà sempre sull’acceleratore del dramma, ma – ma manca la volontà di far sì che l’arte smetta l’autoreferenzialità non nei temi – quello di Lanthimos è un ritratto impietoso degli Stati Uniti di oggi – bensì nella forma. Mancano quelle svisate, quei disequilibri che per anche poco meno di un secondo fanno irrompere la vita vera nelle opere d’arte. 

Non credo che un artista, oggi, abbia voglia di mettersi a nudo – perché poi? – anche solo per pochi istanti, magari emozionando un pubblico che poi, finita la visione, torna a obbedire al proprio capoufficio o al proprio marito (o moglie), pur con tutti i dissidi del caso, come è tipico di società bloccate come lo sono quelle occidentali – bloccate a livello di ascensore sociale, a livello di permeabilità di valori, di contaminazioni, etc. – e stiamo parlando della parte ancora privilegiata del mondo. 

Tutto ciò non mi ha impedito di godermi la visione dell’opera, solo che mentre guardavo quelle immagini oltre che coglierne l’aspetto metaforico e attendere un poco perché quell’aspetto si facesse carne viva – cosa che è avvenuta, non subito ma è avvenuta – mi domandavo che citazioni non avessi colto da altre opere d’arte, cinematografiche o meno. Domande da critico insomma, critico che certe carrellate hanno fatto sobbalzare ad esempio. 

Ma quello che conta è che tutto sommato siamo tutti in bolle più o meno scomode e l’arte non colpisce più come un treno deragliandoci come è avvenuto dagli anni Cinquanta in poi fino a pochi decenni or sono – diciamo 2010? – quando, anziché progettare una società inclusiva dove godere tutti delle stesse insoddisfazioni bene o male c’era la richiesta di una società semplicemente non esclusiva dove sperimentarsi, da soli o a piccoli o grandi gruppi. 


Mi perdonerete pertanto se vi ho rubato tempo rispetto al compito di questo scritto che doveva essere recensire, ma ritengo che almeno un paio di tracce relative a un problema che riguarda noi come pubblico e la nostra influenza non irrilevante sul lavoro degli artisti che amiamo andavano condivise e lasciate a macerare nell’animo di chi mi legge. 

Detto questo, ho provato piacere nel vedere un attore come Willem Dafoe ancora sulla cresta dell’onda sebbene un po’ schiacciato da una regia – ma non si può essere sempre anarchici e/o luciferini – attenta a far risaltare quello che una volta si sarebbe definito ‘il significato’, sebbene virato in salsa bolaniana, come nel vedere una Emma Stone versatile come al solito e una regia e fotografia che richiederebbero una analisi attenta o forse no, visto che sono tre anni che non vedo un film brutto da questi punti di vista e sto aspettando la svisata che vada oltre il bello o il ben fatto. 

Svisata che non arriva. In un’epoca dove è difficile trovare chi azzarda qualcosa di poco professionale per raccogliere facili consensi – siamo tutti ormai troppo consapevoli per farci prendere in giro con uscite di bocca buona – quello che manca è appunto l’ignoranza – quella di cui parlava Sun Ra, il bandleader e pianista – da cui possa uscire qualcosa di individuale e unico. Quel mix di apprendimento e dimenticanza che invocava Carmelo Bene, nemico dichiarato del cinema, che pure ha frequentato a lungo. 

E allora chiudo questa divagazione ricordandovi che quando troveremo un’operazione filmica originale, strana, per usare una parola abusata, che crea disagio, giusto per utilizzare un altro termine preso dal linguaggio quotidiano, saremo di fronte a qualcosa di non previsto, e quindi a una operazione geniale per come ha raggiunto il business e da tenerci stretta. Per ora ben vengano opere come questo ultimo, un po’ annacquato, Lanthimos, almeno fino a che gli artisti non sentano, nei nostri desideri di spettatori, aria nuova.



domenica 19 maggio 2024

Ritratto di un Amore di Martin Provost

 La visione di questa pellicola mi ha ricordato quella de La Bella Estate di Laura Lucchetti dello scorso anno. Lì c’era un chinare il capo della diversità nei confronti della massa (fascista) non tanto convinto, nel senso che in quest’oggi in cui viviamo tensioni simili si potrebbe pensare che ‘è la vita che è fatta di sacrifici’, qui invece, in questa pellicola, c’è una strana commistione di elementi contemporanei e altri, diciamo, non completamente masticati e digeriti, pensati quindi. 

Pierre Bonnard (Vincent Macaigne) è un pittore post-impressionista, autore anche di scenografie teatrali, illustrazioni e litografie (che non vengono mai mostrate nel corso della messa in scena cinematografica purtroppo) e condivide lo studio (nel film invece vive in solitaria) con altri due pittori del gruppo degli ‘indépendents’, artisti che non si piegano alle avanguardie e arriva a colpire e ispirare persino Henri de Toulouse-Lautrec. 

Nella sua attività di pittore arriva a conoscere come modella e a innamorarsi di Marthe (Cécile de France), con cui instaura una relazione che, seppure mai arrivata agli sponsali, proseguirà per tutta la vita di lei. Pierre ha una mecenate, Misia (Anouk Grinberg) che forse è stata anche sua amante, modella e provetta pianista che, morto il ricco marito, abbandonerà la sua arte per rinchiudersi in relazioni con uomini facoltosi che però le tarperanno le ali creative.

 


Ecco, c’è un momento di forte tensione nel film, appunto, quando Marthe e Misia litigano nella casa sul fiume fuori Parigi dove la donna più giovane vive col pittore, in cui la ragazza rinfaccia alla ricca donna di aver rinunciato alla propria arte per farsi mantenere, che è tutto contemporaneo. Mentre il legame a tre con una giovane studentessa che poi, rifiutata da Pierre, si toglierà la vita, è affrontato con timidezza e poca convinzione. 

E così ci si trova di fronte ad un’opera cinematografica che, giustamente, dovrebbe vivere di tensioni contemporanee – tutte le opere d’arte parlano dell’oggi, anche quelle antiche – ma lo fa in maniera non sempre convinta. Spiace anche che lo stile pittorico di Bonnard e le sue altre attività ‘collaterali’ vengano poco esplicitate, perché c’è stato sicuramente un intreccio tra arte e vita che ha solo del didascalico in questa proposta. 

Non fraintendetemi, per due ore rimarrete comunque incollati allo schermo perché i personaggi hanno comunque una loro magneticità e un loro fascino, proprio perché ci raccontano di una vita alternativa alla nostra, non fatta di cartellini da timbrare e stipendi fissi – ci sono ancora, a proposito? – e giornate che passano tutte uguali, con tutti i rischi del caso, compreso quello di avvicinarsi alla morte. 


Sarà per questo che la gente comune rifiuta l’arte e cerca modelli di vita meno ambiziosi anche se più noiosi? Questo il film non lo dice, e non pone nemmeno questa domanda, anche se sarebbe stato interessante lo facesse: si limita a farci annusare l’aria della libertà senza però mostrarci come ci si prendono responsabilità e oneri, che non mancano, ma è tutto come pervaso dall’atmosfera di un sogno, quello appunto della messa in scena, il che conferisce alla pellicola qualcosa di ambiguo e incompiuto. 

Ecco, diciamo che il film soffre di una intenzionalità non limpida, gli manca un quid di capacità di rivendicare un modo di vivere e un mondo che non è il nostro e non ce lo sbatte in faccia con coraggio; alla fine pertanto non si capisce perché qualcuno dovrebbe vivere come pittore. Non si parla dell’ispirazione, di come essa ti cambia, di quali prospettive apra e quali chiuda … insomma, non si capisce perché qualcuno dovrebbe affrontare quella strada nella propria vita. 

Eppure una certa, diciamo, fragranza, si percepisce, e allora vale la pena perdere due ore della propria vita sapendo però che si uscirà con più domande che risposte, senza che questo fosse lo scopo della pellicola, che è quello di raccontare una storia d’amore, forse il mito dell’amore, tra due soggetti liberi dalle convenzioni sociali ma la cui libertà non sappiamo se sia stata esplorata fino in fondo.



domenica 5 maggio 2024

Una Spiegazione per Tutto di Gàbor Reisz

Budpest, ai nostri giorni. Abel è un ragazzo di diciotto anni che deve sostenere l’esame di maturità. E’ innamorato di Janka, la sua migliore amica, la quale invece da quando è entrata a scuola prova sentimenti per Jakab, il professore di storia. Abel fa scena muta proprio all’interrogazione in quella materia, e quindi non viene promosso. Incalzato dal padre, finisce con l’inventarsi una scusa: il professore lo ha discriminato per via di una coccarda tricolore che portava sulla giacca. 

Ce ne sarebbe abbastanza per un capolavoro, e invece. Purtroppo Abel è monodimensionale, potrebbe forse avere dei disturbi dell’apprendimento e quindi si potrebbe fare un discorso sul come le istituzioni non siano pronte ad affrontare un caso come il suo, tanto meno in un Paese arretrato dal punto di vista scolastico, ma in realtà è solo storia a non entrargli in quella che lui stesso definisce ‘la sua stupida testa di legno’, e quindi è semplicemente un ragazzo con delle difficoltà di cui però non si vogliono trovare le cause. 

Anche il fatto che ami la ragazza che a sua volta ama il professore di storia è un dettaglio che non viene sfruttato: il blocco di Alex in storia potrebbe essere determinato da una avversione al professore, o alla propria situazione sentimentale in generale. Anche di ciò si parla poco. Alex viene dipinto semplicemente come un inetto (fa una dichiarazione d’amore a Janka mentre questa è ubriaca e incosciente). 

Anche la scena finale, che non vi spoileriamo ma che dipingerebbe Alex come un futuro parassita, non va per niente bene. Capisco che si volesse dare una certa immagine della destra ungherese, e fortunatamente non si dipinge il professore ‘liberale’ come un santo, dato che anch’egli ha problemi nel gestire il lavoro e la famiglia, ma le buoni intenzioni non bastano. 

Manca empatia nei confronti del protagonista, manca la volontà di svelare il perché di quelle chiusure alla realtà (la scuola, i sentimenti che non ingranano) e si lascia tutto così, alla fine lo spettatore potrà sentenziare contro questo ragazzo e pensare di essersi messo in tasca un pezzetto di verità, ma non è così. Anche la giornalista che monta il caso sulla stampa è monodimensionale, nel senso che è una semplice ragazza con idee nazionaliste per via del padre che vedeva tartassato quand’era piccola. 


E qui ci troviamo di fronte a una sintomatologia: guarda caso dove si poteva spingere, ad esempio nel mostrare una persona avida di notizie per fare carriera, qui si è tirato il freno a mano, forse perché regista e sceneggiatori (Reisz stesso assieme a Eva Schulze) sapevano che non potevano mostrare solo personaggi negativi. Ma così l’unico a reggere il film sulle sue spalle è il ragazzo protagonista. 

E’ un peccato. Il film poteva essere molto interessante, se solo si fosse anche qui presa alla lettera la lezione fassbinderiana de Il Viaggio in Cielo di Mamma Kusters o si avesse avuto il coraggio di portare la storia alle sue estreme conseguenze – voglio dire, in quel tipo di famiglia se non sei capace di mantenere l’ordine simbolico ti mettono sotto tutela, anche solo sul piano esistenziale, Alex invece pare sempre più a suo agio nel finale. 

Ecco che quindi l’opera risulta un film a tesi, e pertanto una occasione mancata. Sembrerebbe infatti che le destre ce ne stiano facendo così tante, e così sporche, che chi si occupa di arte non avesse la voglia di arrivare a una fonte, a capire cosa li muove veramente, facendo di questi personaggi delle macchiette, cui non dare eccessivamente addosso per paura di essere tacciati di insensibilità e odio. 

Si salva un poco la struttura del film, a episodi, narrati dal punto di vista soggettivo di ogni personaggio in gioco e poi ricomposti nella parte finale, ma anche qui, un Kurosawa qualsiasi avrebbe avuto più coraggio e avrebbe giocato, siamo di fatti dopo la postmodernità, con lo spettatore come il gatto col topo, per instillargli il dubbio su dove stesse la ‘ragione’ e dove il ‘torto’. 

Reisz – di cui vi lascio questa intervista perché la drammaticità della situazione non è chiara dal film, e potrete quindi toccare questa cosa con mano – è una persona con un passato che pesa sicuramente sul suo sviluppo, che gli è da stimolo, ma in questo film vediamo una mano sicuramente indecisa. Sarebbe il caso di recuperare le sue precedenti pellicole per verificarne in prima persona l’evoluzione …



domenica 21 aprile 2024

Civil War di Alex Garland

Stati Uniti d’America, in un tempo imprecisato. Texas e California, poi seguiti dalla Florida, hanno dichiarato la secessione. E’ guerra civile. Due fotoreporter, Lee (Kirsten Dunst) e Joel (Wagner Moura), più l’anziano Sammy (Stephen Henderson), decidono di partire da New York e andare a intervistare il presidente a Washington prima che venga deposto. A loro si aggiunge la giovanissima Jessie (Cailee Spaeny). 

Il viaggio è pieno di incontri e insidie che faranno maturare Jessie (in senso professionale, si intende) e sfibreranno Lee, all’inizio la più ‘dura’ del team. Fino al finale che non vi anticipiamo. Costato 50 millioni di dollari (contro i budget più ristretti utilizzati finora dalla casa produttrice A24 – che ha permesso tra gli altri anche la realizzazione del precedente Men del regista, da noi recensito in passato – il film è spettacolare ma non solo. 

Si tratta, in effetti, di un film ‘dal volto umano’, nel senso che dà adito a riflessioni molto interessanti e profonde. Non può infatti non venire in mente il saggio di Susan Sontag ‘Sulla Fotografia’, dove la filosofa analizza lo strumento mettendone in luce pregi ma soprattutto difetti. Non è un caso se vediamo Lee in vasca da bagno, in una delle prime sequenze, che ripensa a tutte le scene più raccapriccianti cui ha assistito illudendosi di non essere impotente per via della propria possibilità di testimoniarle al mondo. 


E che questa sia una illusione lo sa Sontag ma lo comprende anche Lee, che infatti parla di ciò col reporter più anziano Sammy il quale le risponde che dunque ‘ciò che ti divora è esistenziale’. E in effetti la fotografia è uno strumento con cui il fotografo crede di strappare brandelli di realtà a sua disposizione, senza rendersi conto di quanto sia illusoria questa possibilità: ‘to shoot’ si dice fotografare in inglese, come usare un’arma qualsiasi. 

Civil War pertanto non è un film su una guerra civile possibile negli Stati Uniti, quanto una pellicola sull’impotenza dell’uomo e del suo voler guardare, sconfessione della volontà di potenza nietzeschiana ma nello stesso tempo opera che non fa sconti a una umanità che, come la nostra da dietro lo schermo di un computer quando critica qualcosa o qualcuno sui social, si occupa di affermare sé e la propria visione del mondo più che cercare legami di senso coi suoi simili. 

Colonna sonora da urlo (i Suicide di Rocket USA ad esempio) che spesso sovrasta più che sottolineare le scene, dettando loro ritmo e senso, macchina quasi sempre a mano ma precisa e ferma, Civil War ci restituisce il senso, metaforicamente, del qui ed ora delle nostre vite. Se infatti secondo i sondaggi molti statunitensi credono che la guerra civile sarà il futuro, anche qui da noi in Europa, circondati da guerre all’estremo est e in Medio Oriente, le cose non vanno meglio. 

Ecco che allora la pellicola di Garland, scrittore prima (The Beach) e sceneggiatore poi, prima di approdare in proprio alle cineprese con Ex Machina, è un feroce monito a cosa potrebbero diventare le nostre vite da un momento all’altro mentre ce ne stiamo nelle nostre virtuali e metaforiche fattorie, fiduciosi del fatto che certe cose non ci toccheranno solo perché, apparentemente, lontane. Ma non è un richiamo moralistico quello del regista: di fatto, si tratta del bisogno di fare i conti col presente, conti che qualsiasi vero artista ambisce a fare.