sabato 30 marzo 2024

Orlando, My Political Biography di Paul B. Preciado

Figura di riferimento per il mondo trans-queer e artista poliedrico, Paul B. Preciado con Orlando, My Political Biography realizza un documentario metacinematografico che è omaggio al mondo trans-queer e a Virginia Woolf, la quale nel suo omonimo libro mette in scena un uomo che nel corso di una vita lunga secoli si trasforma in donna, da un lato ribadendo un legame fortissimo con la natura che l’uomo ordinario, vittima dell’eterpatriarcato tanto quanto le persone queer, ha perso, dall’altro commentando avvenimenti storici e politici dal punto di vista di un uomo che, mutando sesso e genere, perde il proprio potere e vede il mondo riconfigurarsi a misura della propria transizione.

Godardianamente, Preciado decide di lasciare che Orlando venga interpretato da ben 26 persone questioning/queer, dai 6 ai 70 anni, l* qual* dovranno donare al protagonista di questo documentario il proprio corpo e le proprie biografie interpretando i fatti salienti della vita del protagonista. Preciado non nasconde la depressione, e l’istituzionalizzazione conseguente, che toccò a Woolf per il fatto di non poter vivere da lesbica in un’epoca puritana come quella in cui visse. Non nasconde nemmeno quanto sia degradante dover mentire agli psichiatri dicendo loro quel che vogliono sentirsi dire allo scopo di ottenere i tanto agognati ormoni, ad esempio.

E’ la persona transgender che compie una performance mutando il proprio corpo, o è la società che muta e performa modificandosi di fronte alle scelte delle persone transgender? Sicuramente tutte e due le affermazioni sono vere, e così oltre che alle vicissitudini di Orlando possiamo assistere anche a quelle di Marsha P. Johnson che dovette vivere di aiuti statali, impossibilitata a trovare un lavoro qualsiasi a causa delle proprie scelte. E così, tra narrazioni decennali smentite – le  persone transgender non si sentono solo, o forse mai, intrappolate in un corpo sbagliato: è tutto più complesso e più poetico assieme di così – e negazioni di diritti fondamentali denunciate, il film si snoda sotto i nostri occhi.

 


Quale sarà la performance dello spettatore di fronte a questa creatura ibrida? Io personalmente, per motivi che non posso rivelare perché sono profondi e io stesso non ne ho contezza, mi sono sorpreso a sorridere nei momenti ironici ma anche a commuovermi di fronte alla ricchezza del mondo interiore delle persone transgender di cui ho fatto la conoscenza grazie a questo lavoro. E forse è proprio questa scoperta dell’interiorità, sebbene un’interiorità non dogmatica, il dono più grande che le persone trans fanno a chi, pur essendo cis, è comunque vittima della stessa società.

Parrebbe infatti che la società sia ciò che annichilisce il nostro essere, obbligandoci a non vedere altro se non ciò che ci permette di sopravvivere come ‘parti’ di essa e non come ‘individui’ che la trascendono, e allora ecco che improvvisamente la filosofia di Preciado, che ho imparato a apprezzare grazie a libri quali Terrore Anale, che al di là del titolo solo apparentemente provocatorio racconta come quello che viene definito ‘eteropatriarcato’ violenta anime e corpi non solo di chi non si conforma a un dato modello, diventa universale perché la liberazione dei corpi e delle menti trans dai pregiudizi vale anche per noi.

Certo, la lotta delle persone queer o transgender ha delle proprie specificità che non possono essere annullate o allungate come un brodo, anestetizzate in un ipotetico messaggio universale da ‘siamo tutti nella stessa barca’, ma che la società in cui viviamo ci faccia violenza tramite le sue istituzioni, ad esempio la scuola cui Preciado nei suoi libri dedica pagine degne del miglior Pasolini, è innegabile e occorrerebbe far cadere il velo di Maya dagli occhi di tutti. Si spera che questo sia ciò che succeda anche con pellicole come questa, ed è per tale motivo che la visione di opere come Orlando, My Political Biography può essere utile anche se non si è transgender, queer o ally. 

 



domenica 24 marzo 2024

May December di Todd Haynes

Questo è il classico esempio di film dalla cui visione si esce con un certo imbarazzo. Non dico l’imbarazzo per certi blasonati critici che ne hanno parlato bene senza se e senza ma, che quello è d’ordinanza e significa che abbiamo neuroni funzionanti, intendo quello, un po’ sfumato perché la pellicola in oggetto non presenta elementi trash nemmeno involontari, solo buchi di regia e sceneggiatura che ne fanno un’opera incompleta per, almeno sembrerebbe, mancanza di coraggio.

Ed è un peccato perché Todd Haynes con opere come Velvet Goldmine, I’m Not There e Lontano dal Paradiso ci aveva colpito in maniera positiva per come sapeva mettere in scena cose così diverse come il glam rock, l’imprendibile vita da rockstar da un lato, e le differenze di classe, l’omosessualità e l’integrazione razziale dall’altro. Un regista completo tutto sommato, capace di toccare stili e tensioni diverse e di mettere il tutto in scena con un gusto non banale.

Certo, l’universo femminile e la sua rappresentazione richiedono per un regista maschile sempre un sovrappiù di sforzo, e arrivare alla fine a dichiarare bandiera bianca o meglio un democristiano e serafico ‘ora la palla, dalla vita reale, passa all’attrice sul set’ è un po’ meno di quanto avremmo voluto vedere. Ma andiamo con ordine, per farvi capire meglio.

Il film si ispira a una storia reale. E’ di carne e ossa questa donna adulta che ha tratto a sé un dodicenne e che, dopo essersi fatta la prigione pur essendo incinta di lui, con strascichi sulla stampa scandalistica, lo ha poi sposato una volta maggiorenne. Tema caldo, caldissimo, e non tanto dal punto di vista erotico quanto per tutta una serie di motivi: la rete protettiva attorno all’infanzia e all’adolescenza che mette in atto la nostra società, ad esempio, e il cosa pensiamo di quelle età, come le concepiamo.

Da questo punto di vista, e anche per tutto il periodo passato da Gracie (Julianne Moore) in prigione con un bimbo piccolo in grembo cui non viene mai fatto un accenno neanche minimo, il film è una grande occasione sprecata. Ma lo è anche per come viene raccontata la vicenda dell’avvicinamento della giovane attrice Elizabeth (Nathalie Portman), che dovrà interpretare Gracie in un film, ai personaggi reali.

 


Superficiale ma non giudicata per questo dal regista – mi sono immaginato come avrebbe lavorato invece su tale personaggio un Robert Altman, ad esempio – che rimane ineffabile e forse pure un po’ troppo, come quando lei si diverte a immaginarsi a fare sesso col giovane Charles nel retro del negozio dove il ‘fattaccio’ è avvenuto sul serio, o come quando descrive l’incrocio di sguardi sul set durante le scene di sesso a degli studenti della scuola dei figli di Gracie e dello stesso Charles.

Superficiale inoltre in una scena di seduzione – non preparata da nulla, nemmeno da quelle fantasie cui accennavamo – funzionale a mostrare come poi la coppia ufficiale ‘opera’ quando litiga, sebbene il momento di verità sia offuscato proprio dalle dinamiche che lo producono, poco chiare e forzate. Insomma, questo dramma che forse si vorrebbe ispirato anche al nobile passato del cinema,  penso a un Kurosawa su tutti, per cui non si può arrivare alla verità, ma solo a pareri soggettivi, diventa una lezione moralista insopportabilmente retorica e rinunciataria anziché un momento di verità per lo spettatore stesso, ad esempio.

Si salvano forse alcuni momenti, tra cui quello in cui Charles sul tetto di casa fuma assieme al figlio in un tentativo di avvicinamento tra i due, anch’esso però irrealistico: nessuno al primo tiro va così in confusione, occorre una certa frequentazione con la cannabis per ottenere degli effetti anche solo lontanamente simili a quelli che si producono nella scena del film. Insomma, questa volta si poteva decisamente fare di meglio.

Spero solo che la difficoltà nel gestire una storia del genere non sia stata dettata dalla fretta – i film si sa sono opere collettive e un regista deve essere bravo a muoversi su più livelli, ma non sempre ce la si fa – o peggio ancora da una certa disaffezione che ci parrebbe strana in un regista quale Todd Haynes, di solito molto chiaro non tanto nel prendere delle parti, cosa anche abbastanza inutile, quanto nell’interesse genuino che ha sempre mostrato per i suoi personaggi. Solo il tempo ci potrà dire dove sta la verità, forse. 


 

domenica 17 marzo 2024

Inshallah a Boy di Amjad Al Rasheed

Se ne è parlato come dell’ennesimo film contro il patriarcato, ed è così se pensiamo non a un film-manifesto ma a un film che racconta una storia intima e personale mostrandoci i rapporti di forza tra uomini e donne in un Paese come la Giordania, di cui il regista Amjad Al Rasheed è originario, senza sconti, senza veli e con il desiderio di porre domande agli spettatori su un mondo che, se da noi è cambiato – anche se non abbastanza – almeno da qualche decennio, ovunque nel mondo considera la donna come una creatrice di vita e solo in quanto tale degna di tutele.

Ma veniamo alla trama. Nawal (una intensa Mouna Hawa) è una donna sposata il cui marito muore all’improvviso, lasciandola sola con una figlia piccola. Scoprirà col passare del tempo che il marito si era licenziato quattro mesi prima dalla tipografia in cui lavorava, e che forse aveva anche una doppia vita alla curiosità verso la quale decide di non lasciarsi tentare. Purtroppo il cognato viene a esigere un debito, il pagamento di quattro rate del pickup del marito di Nawal saldate le quali tornerebbe in attivo col funerale e la veglia.

In mezzo, incuneati tra le giornate in cui Nawal fa da badante a un’anziana donna e cerca di essere solidale con la nipote di quest’ultima, un collega innamorato che cerca di approfittarsi della solitudine e delle difficoltà della donna per dichiararle finalmente i suoi sentimenti e un fratello che nelle beghe legali tra la donna e il cognato non sa mai che parti prendere, fino a che non si schiera dalla parte della sharia e delle leggi coraniche dimostrando non capacità decisionali ma mancanza di midollo.

 


Per far fronte a tutte queste situazioni, l’unica possibilità per Nawal è mettere in campo la pretesa attesa di un figlio maschio, per dimostrare l’esistenza del quale si lancerà in una serie di iniziative che hanno del rocambolesco. Non entriamo ovviamente nei dettagli per non guastarvi la visione. Come già altre pellicole analizzate in questo blog e provenienti dal mondo musulmano, prendiamo ad esempio un piccolo classico come l’iraniano Un Eroe di Asghar Faradi, Inshallah a Boy riprende le coordinate stilistiche del nostro cinema neorealista e le attualizza sia sul piano stilistico che per quanto riguarda le tematiche.

La macchina da presa indaga situazioni ed emozioni, mentre le musiche, la fotografia e il sound design sottolineano in maniera funzionale al racconto le vicende narrate nella pellicola. Valore aggiunto a questo film è senz’altro il fatto che gli avvenimenti non contengono proclami imposti dall’alto relativi alle tematiche affrontate ma si limitano a mostrarci personaggi nessuno dei quali completamente buono o cattivo ma tutti irretiti, chi più chi meno, in una trama di credenze religiose e sociali che sembrano impossibili da scalciare per riappropriarsi di una propria, impensabile, libertà.

Si soffre quindi presi nelle maglie di quello che è il vero potere, ovvero le credenze cui tutti sottostanno, in quanto individui dotati di una propria sensibilità che è impossibile sviluppare attraverso di esse, ma questo non è un tema tipico solo dei Paesi governati dalla legge islamica, ma un tema comune a tutte le culture del mondo. Forse un primo tentativo di creare un altrove è la cura delle relazioni, come mostra il rapporto tra Nawal e l’anziana di cui è badante la quale è ben più che un oggetto da accudire, per sensibilità della protagonista.

Varrebbe la pena approfondire questo tema, magari con una pellicola apposita, perché no, dato che qui in Europa l’argomento si sta facendo spinoso per via dei costi relativi alle relazioni di cura e alle misure che gli anziani e le loro famiglie stanno approntando ovunque per farvi fronte, annacquando quelle che di conseguenza avrebbero potuto essere incontri forieri di sorprese, come ci ha mostrato, sempre lateralmente, anche Gaspar Noé nel suo ultimo Vortex. 


 

domenica 10 marzo 2024

Ancora un'Estate di Catherine Breillat

Ancora Un’Estate, l’ultima fatica cinematografica di Catherine Breillat (A Mia Sorella!, Pornocrazia) è un’opera ambiziosa pur essendo un remake di un film danese, Queen of Hearts. Ambiziosa ma fallimentare. E per questo è un’opera che fa tenerezza, che si culla dolce nella mente, con le sue verità scomode ma mostrate in un modo che, vi racconterò, non centra il bersaglio.

La regista, un tempo attrice, sceneggiatrice e assistente di montaggio per registi come Fellini, Cavani, Bertolucci e Bellocchio prima di iniziare una carriera in proprio, perseguendo le proprie visioni, vuole spiazzarci mettendoci di fronte a una storia ‘immorale’, ovvero alla storia di passione e amore tra Anne (Léa Drucker) e il diciassettenne Théo (Samuel Kircher), di cui è anche matrigna.

E’ uno di quei film che non affronta la tematica per questioni di impegno né di moralismo, ma per metterci di fronte a una delle tante zone grigie che affollano la vita umana. E per fare questo mette in scena un’opera ponderata (Anne non è ad esempio una megera, non strepita per difendersi, anzi è fredda nel suo essere crudele, e per questo risulta convincente col marito) e piena di dettagli.

 


I volti ad esempio. Si sente che Breillat ha colto, non solo in spirito ma anche in forma, la lezione di Pasolini, con quei primi piani sulle espressioni facciali che però hanno lo scopo non più di mostrarci l’alterità del sottoproletariato quanto la psicologia dei personaggi. Le musiche, curate da Kim Gordon che tra l’altro proprio nei giorni dell’uscita del film in oggetto pubblica un nuovo album di trap noise …

E devo dirlo: il film ha funzionato per il sottoscritto. Durante le ultime scene, e poi all’uscita dalla sala, mi sono ritrovato a pensare che probabilmente quella relazione è nata dalla curiosità, non solo dalla nostalgia per l’adolescenza perduta. Conosco gente della mia età che ha idealizzato i cartoni animati che vedeva da bambino o adolescente, e quella è nostalgia.

Ma se ti appassioni a un adolescente di carne e sangue, quello è desiderio di conoscenza di un mondo che è cambiato, e che si vuole capire meglio – le adolescenze in diverse età del mondo non sono uguali. Certo, ci sono altri strumenti. Si usano? No, perché gli adulti di oggi non si confrontano, spesso anche quando hanno figli adolescenti, con quell’età della vita.

 


E allora può capitare che alcuni di noi cadano nella rete, per così dire. Detto questo, devo dire purtroppo che il film non ha funzionato per le persone che stavano con me. Una sala gremita e in cui si sentivano qua e là risolini di sicurezza, di chi mai ha pensato a quel tipo di relazione perché perso nelle proprie convenzioni sociali e nella propria adesione alle regole.

Non so cosa ci vorrebbe per svegliare quelle persone e farle empatizzare maggiormente coi due protagonisti – alla fine della proiezione, sentendo i commenti, il personaggio che più ha attirato simpatie resta quello interpretato da Olivier Rabourdin, Pierre, il padre, un imprenditore piuttosto rozzo e stupido, preoccupato dagli accertamenti fiscali dell’azienda per lo più.

Certo, Breillat si tiene lontana dal ritratto di borghesia in nero, sia perché ne sono stati fatti troppi, sia perché non è quello il focus – anzi, dipingere una ennesima famiglia disfunzionale come scusante per la relazione clandestina forse sarebbe stato intellettualmente disonesto – eppure mi domando, ancora, se Breillat non abbia ceduto troppo all’ironia, che per me non è mai un sinonimo di intelligenza. Certo è che per me è valsa comunque la pena: e anche questo è un fatto, come disse il Galileo di Brecht.

 

domenica 3 marzo 2024

Dune Parte Due di Denis Villeneuve

C’era una volta la fantascienza. Un genere letterario, e poi cinematografico anche, che a volte cerca di spiegare alcune linee di tendenza del mondo contemporaneo sotto forma di allegoria come la Trilogia della Fondazione di Asimov, alle volte ama semplicemente mostrare visioni del futuro o visioni tout court come 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick, spesse volte fa entrambe le cose, come nel caso di questa opera di Denis Villeneuve.

Non voglio tracciare linee di tendenza, creare separazioni o dare definizioni, tuttavia ci tengo a precisare che, già vedendo la precedente, per molti versi fallimentare trasposizione del film di Lynch, il romanzo di Herbert parrebbe essere tutt’altra cosa ancora. Quella Spezia che permette di viaggiare attraverso il passato e il futuro, ad esempio, pare venir fuori da un mito antico quali quelli di Iside e Osiride o dai Vangeli apocrifi, per non parlare poi, per venire a tempi ben più recenti, dei wormholes di Einstein.

Confesso anche che, più giovane, ho poco amato quel primo Dune cinematografico perché di Lynch avevo appena imparato ad apprezzare la visionarietà compiuta e fuori dagli schemi di lavori quali Lost Highway e Mulholland Drive e, ancora a digiuno di letteratura surrealista purtroppo, facevo fatica a capire come mai un regista di tale calibro si fosse fatto irretire nella produzione di un filmone di fantascienza che sembrava voler replicare in qualche modo il successo di Star Wars e nulla più.

Insomma, mi sembrò all’inizio una mera operazione commerciale. In realtà già Jodorowski, come ci ha mostrato un bel documentario del 2013 diretto da Frank Pavich si era innamorato della storia contenuta in Dune, e progettava un film allegoria della cultura psichedelica, ma non solo, degli anni Settanta contando anche di coinvolgere i Pink Floyd per quanto riguardava la colonna sonora, oltre che avere come attori personaggi del calibro di Orson Wells, Mick Jagger e Salvador Dalì.

Psichedelia. Questo è il punto. E il Viaggio dell’Eroe. Cose che oggi paiono non comprensibili ai più, ma che sono state importanti. Il Viaggio è se vogliamo l’ossatura di qualsiasi opera narrativa di vaglia, con almeno un personaggio alla ricerca di sé stesso e del passaggio all’età adulta, mentre l’apertura della mente è con vari gradi di progettazione e realizzazione ciò che ha interessato praticamente tutti gli artisti dagli anni Sessanta fino ai decenni successivi.

 


Si pensava infatti che penetrare attraverso le porte della percezione nel regno della psiche avrebbe portato a un uomo più consapevole di sé e meno schiavo delle proprie pulsioni di Potere o distruttive. Questo è anche ciò che credeva Lynch, al netto del mancato controllo sul montaggio finale e l’uso invasivo – e anti-lynchiano – di una voce fuori campo che spiega i pensieri dei personaggi, cui dobbiamo aggiungere l’interesse del regista per i viaggi nel tempo, cui dedicherà senza dichiararlo il capolavoro assoluto INLAND EMPIRE.

Villeneuve sceglie una strada diversa, interessante ma, almeno alla fine di questa seconda parte, rasentante a mio avviso il già visto. La nuova, ma vecchia strada del regista che mi aveva già deluso in Blade Runner 2049 – coinvolge più la testa che il cuore – ma non in Dune Parte Uno è quella appunto di girare con quest’ultimo lavoro un film sulla contemporaneità, mostrandoci sì un universo del futuro ancora feudale, governato da lineaggi di casate nobiliari spesso in lotta fra loro, ma percorso da tensioni sotterranee che richiamano ora il tema del fondamentalismo come risorsa a doppio taglio dei popoli oppressi, ora il tema della minaccia nucleare, ora mostrandoci una crescita dell’eroe tutt’altro che nobilitante.

Il tutto condito da una fotografia magnifica di Greig Fraser, dalla colonna sonora e dal sound design di Hans Zimmer, stavolta vera protagonista delle scene non solo di battaglia del film – i combattimenti occupano una parte importante ma non l’unica della pellicola, se vi hanno detto il contrario significa che qualcuno ha visto un altro film – e da effetti speciali che ti fanno dimenticare il lavoro in studio e ti permettono di concentrarti sulla maestosità delle dune desertiche quanto sul colpo d’occhio di architetture in stile Bauhaus.

E’ dunque un peccato che alla fine tutto si riduca a una riedizione in tono minore de Il Trono di Spade, con le trame di potere e gli incroci tra stirpi che portano sì a dei colpi di scena discretamente funzionali ma che lasciano freddo lo spettatore – almeno questo è successo a me – coinvolgendo solo la sua sfera razionale – eh già come corrompe il potere – e non la sua parte emotiva – mi sarei aspettato più onirismo, che tra l’altro è anche funzionale alla trama, con Paul Atreydes che inizialmente si tiene lontano dalla guerra aperta e dal dichiararsi l’eletto proprio per via dei sogni pieni di sangue che scorre nel caso fomentasse il conflitto aperto.

Grande e gradevole, tuttavia, anche il lavoro fatto dal manipolo di attori (Chalamet, Zendaya, Bardem, Walken, Pugh, Seydoux) ognuno dei quali mostra o nasconde le proprie emozioni in maniera perfetta come da manuale dell’attore, senza sbavature. Non è sicuramente la mancanza di credibilità il problema di fondo di questa pellicola, che risiede piuttosto nel mancato passaggio da una proposta valoriale a un’altra, più nuova, che latita. Ma questo, ovviamente, non è un problema imputabile al solo Villeneuve. E’ un (grosso) problema culturale contemporaneo, piuttosto.

 


domenica 25 febbraio 2024

Past Lives di Céline Song

Mi trovo quasi per caso – avevo comprato il biglietto per La Zona di Interesse ma una maschera confusa mi ha fatto sbagliare sala, al che ho deciso di rimanere per godere di una eventuale situazione-sorpresa – a fruire dell’esordio alla regia di Céline Song, una giovane regista e scrittrice coreana, dall’impianto autobiografico e, pur essendo fan di Kim Ki-duk, mi ritrovo a pensare: finalmente una regia che non pigia sull’acceleratore ma che con grazia e delicatezza ci mostra le possibili pieghe dell’animo umano.

Lo diceva infatti Gilles Deleuze parlando del barocco, in soldoni, che noi non conosciamo la profondità della nostra esistenza e le nostre possibilità se non sperimentandoci nella realtà, mettendoci alla prova. E’ quello che fa Nora Moon (Greta Lee) quando, a ventiquattro anni, recupera tramite Facebook l’amico di infanzia Hae Sung (Teo Yoo), che dopo aver espletato il servizio militare si è dedicato allo studio dell’ingegneria, mentre lei si è trasferita con la famiglia prima in Canada e poi, per seguire il sogno di diventare scrittrice, a New York.

Hae vorrebbe che Nora tornasse in Corea, e così dopo un periodo in cui i due si riavvicinano e si sentono quotidianamente, lei tronca quel rapporto, perché contrario ai suoi sogni. E’ allora che conosce Arthur (John Magaro), anche lui aspirante scrittore, a un laboratorio. I due iniziano a convivere, inizialmente per condividere sogni e bollette, ma poi scatta qualcosa e si sposano, anche per far ottenere a lei la famosa e agognata Green Card.

Ed ecco che, dopo altri dodici anni, Hae decide di recarsi a New York per cercare di nuovo Nora, dopo aver avuto una relazione infruttuosa con un’altra donna. Si ritroveranno tutti e tre, in una sera, a cenare, bere e parlare. Il cinema di Song è fatto di attenzione ai dettagli, alle famose pieghe dell’anima, ai particolari. Diversamente dal vecchio Sliding Doors e dal melodramma americano, qui tutte le porte sembrano restare aperte, e la quantità, non che la qualità, di emozioni e anche di una punta di dolore è meno netta ma più intensa.

 


Non sappiamo che libri scrive Nora, ma sappiamo che ha una passione per il cinema – consiglia ad Hae di vedere Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry ad esempio – e che tiene molto alla propria carriera, mentre Hae ha, per sua stessa definizione, una vita ‘media’: un lavoro medio, uno stipendio medio, forse anche pensieri medi. Eppure lui e Nora non sono tanto diversi: sarà che New York, con le sue case costosissime anche se non enormi, livella tutti verso il basso, anche chi sogna in grande.

Se devo muovere una critica alla pellicola, però, trovo quest’ultima nel suo non mettere mai in discussione la mononormatività. Per carità, non mi aspetto che un film diventi manifesto del poliamore, dato che odio in generale i manifesti, ma quanto era più esplicito Control di Anton Corbijn con quello Ian Curtis che alla moglie dice, a un certo punto, che non gli dispiacerebbe se lei amasse anche altri uomini. Certo, il fruitore medio della pellicola avrà pensato “Così può farle le corna senza sentirsi in colpa”, ma il punto invece non era quello.

Era che Curtis aveva l’energia di amore per amare più persone contemporaneamente, e, pare dire il regista del biopic su di lui, tra parentesi, in maniera sottile, è stata proprio la norma sociale a stroncarlo. Invece qui le persone si contorcono e si autopiallano per stare in una idea di amore romantico che, mi domando perché, non riesce ancora a venire messa almeno tra parentesi, al netto della tenerezza e della delicatezza della storia e della sua messa in scena.

Considerazioni a parte, mi ritrovo comunque ben disposto verso un film che resta comunque sincero, pur nuotando con un po’ di difficoltà nell’alveo della ‘normalità’ sentimentale, perché Song è riuscita a rendere con sincerità un mondo interiore visibile allo spettatore. Molti risolini imbarazzati in sala, il che è segno che le persone che con me hanno visionato la pellicola ieri si sono ritrovate a accusare un colpo senza però mettere veramente in discussione le proprie convinzioni. E questo è un piccolo limite, forse. 

 



sabato 17 febbraio 2024

La Natura dell'Amore di Monia Chockri

Premessa: mal sopporto Woody Allen. Tutta quella intelligenza per dire che la vita umana è fatta di contraddizioni insanabili, perché non si ha il coraggio di cercare una soluzione o di proporne una, per paura di venire poi magari sbugiardati o incompresi, mentre quando si è negativi si fa sempre un bell’effetto, ci si mette su un piedistallo, soprattutto quando si deve vendere un prodotto a persone che si vogliono o, per parafrasare lo slogan di una nota influencer, si pensano intelligenti.

Mal sopporto Woody Allen, dicevo, pertanto quando trovo una regista – in realtà Monia Chockri è una attrice (con Xavier Dolan in Gli Amori Immaginari e Laurence Anyways) che qui è al suo esordio come regista, anche se compare pure nelle sue già rodate vesti recitando – che gioca con premesse e con una messa in scena parzialmente alla Woody Allen, mettendoci anche meno dell’impegno del regista statunitense per affrontare ‘un tema’, ecco, io capitolo.

Non fraintendiamoci: le premesse erano interessanti, soprattutto se avete apprezzato The Human Stain di Philip Roth o anche solo la sua riduzione cinematografica a opera di Robert Benton, dato che si tratta di una storia di passione tra una professoressa di filosofia e un operaio che deve risistemarle uno chalet disastrato, che il marito ha acquistato spendendo una fortuna ma senza avere una sola nozione, una, di come dev’essere fatta una casa – impianto idraulico, elettrico, eccetera.

 


E dunque c’è tutta la distanza culturale tra i due protagonisti a creare tensioni, possibili fraintendimenti, anche se già il fatto che l’uomo sia più vistosamente geloso è una grossa red flag – si tratta di uno stereotipo bello e buono – per non parlare del fatto che il marito, borghese, quando viene a sapere del tradimento piange, mentre l’amante quando sospetta di venire tradito si arrabbia. Insomma siamo alle macchiette, e ci dispiace veramente perché il tema era, lo ripetiamo, interessante.

Purtroppo non si può fingere una curiosità verso l’umano che non si ha. Del resto Nathan Zuckerman, l’alter-ego protagonista di molti romanzi di Roth compreso quello da me citato all’inizio di questa recensione, prevede una identificazione forte tra scrittore e personaggio, non così qui dove Chockri si ritaglia un ruolo marginale – una fatua amica della protagonista che inizia una relazione clandestina a sua volta, influenzata dall’amica – e lascia che la storia vada avanti fino al finale dove la protagonista rimane esposta alla neve che inizia a scendere dal cielo.

Scontati i dialoghi, scontate le situazioni in cui il protagonista maschile soccombe dialetticamente di fronte agli amici di lei ma riesce comunque a rubare la scena per la sua decisione nell’affrontare le cose della vita, purtroppo siamo lontani da come un Fassbinder o anche solo un Cassavetes avrebbero potuto affrontare e mettere in scena personaggi del genere. E questo è il punto: l’amore per il cinema, l’amore per l’umanità – conseguente o precedente, ma coesistenti. Quando queste qualità mancano, l’opera non può che essere mediocre.