Film tratto da un racconto di Cesare Pavese su cui dovremo soprassedere, colpevolmente, per mancata presa visione, La Bella Estate è la storia del passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Ginia (Yile Vianello), una giovane ragazza di umili origini contadine che si guadagna da vivere come sarta, seppure abbia ambizioni da stilista. A farla deviare dal suo percorso piccolo borghese è Amelia (Deva Cassel alla sua prima apparizione cinematografica), modella di nudo per vari pittori nella Torino degli anni Quaranta.
Lo sregolamento dei sensi, per usare una espressione pomposa che però rende bene quanto raccontato nella pellicola, ovvero l’intreccio di ambizioni artistiche e di vita (erotica) porterà Amelia alla malattia e Ginia a dover ricominciare daccapo, e pure dal basso. Ci si perdoni lo spoiler, come dicono i giovani, ma partire dalla fine è d’obbligo per venire a capo di un’opera affascinante ma confusa – non sappiamo se sono le fonti dell’opera o l’ispirazione della regista ad esserlo: indagheremo.
Lo dico per esperienza personale, dato che, mi si perdoni se divago e smetto i panni (anch’io) del kritiko, avendo lavorato in teatro col (mio) corpo nudo e avendo notato che tutte quelle pulsioni e tensioni (sarà la mia età?) poco c’entrano con l’essere privi di protezioni. Tutt’altro. A un corpo senza abiti si apre un mare di possibilità infinite, e proprio il sentore di questa libertà spaventosa gioca a sfavore degli artisti che vengono immancabilmente indicati come perversi e infantili da chi ha la coda di paglia – o da chi è, ahem, fedele alla linea (una qualsiasi).
Ma – e qui reindosso i panni del kritiko – sarebbe bastato a Lucchetti relazionarsi coi primi film di Antonioni per scrollarsi di dosso – scusate questo continuo tramestìo di panni – ogni possibile moralismo. Il fatto è che il passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta è delicata per tutti, a causa di quel farsi Crono divoratore dei figli della società di cui facciamo parte, per quasi tutti. Affrontare questo tema non è facile. Ci hanno però provato in tanti, e spiace dirlo ma da questo punto di vista il film all’oggetto non è tra i più riusciti.
Si salvano certi elementi di sensualità assai contemporanea, come il ballo di Ginia e Amelia sotto lo sguardo di una camera mai così attenta al dettaglio senza farsi maniacale dal punto di vista del desiderio, quasi un istante di poesia, oppure l’amplesso tra Ginia e il pittore che di lì a poco la introdurrà all’attività di modella, un amplesso che ambiguamente è ripreso, per via di una sottrazione del sonoro, dal punto di vista di lui – l’unico dei due che gode, e già questa è una spia importante.
Ma, lo voglio sottolineare, questa storia di dissoluzione, per quanto realistica, è troppo filtrata da un punto di vista moralistico e tace tante cose che forse sarebbero dovute essere narrate. Magari in un’altra epoca, magari non in quella fascista. Ma sarebbero potute esistere tranquillamente. E allora spiace che Lucchetti non sia fatta almeno della pasta di quella simpatica coppia di attempati moralisti marxisti Straub e Huillet, cui si può perdonare appunto il moralismo per via del fuoco e delle fiamme della passione, questa sì quasi erotica, per la libertà.
Manca la connessione tra la perdita di libertà storica – non basta chiudere la finestra mentre parla Mussolini per fare i conti con la politica purtroppo – e la perdita di libertà individuale, la quale determina l’impossibilità di sperimentare. Resta una pellicola di cui ricorderemo gli attori, le immagini, la fotografia, la musica, insomma molto, ma della cui anima profonda ed equivoca non sentiremo la mancanza.













