C’è un breve testo, nell’ultimo libro del chitarrista d’avanguardia americano Marc Ribot “Unstrung”, in cui si racconta di una giovane donna della piccola borghesia ebraica che vive da hippie fino a che la vita non le inferisce i propri colpi. Quando questi sono troppi, la famiglia d’origine è ben contenta di aiutarla ma solo a patto che ella dia soddisfazione al gruppo sociale d’origine pentendosi, ingrassando, diventando brutta e fedele alle regole sociali, religione ebraica compresa. L’ho letto proprio mentre attendevo di entrare in sala oggi pomeriggio. Guarda il caso – eh? Il caso? – si tratta del percorso opposto a quello dei protagonisti di questo film.
Non so, tornando un attimo alla mia divagazione, perché Ribot abbia inserito questo bel testo nella sua ultima raccolta, tra un ricordo del contrabbassista Henry Grimes e la sceneggiatura di un remake di Psycho ambientato in un Airbnb. O meglio, lo capisco eccome. Gli è che Ribot, come i personaggi interpretati in questa pellicola da Cotillard e Poupaud, appartiene proprio a quel milieu sociale. Un background che ci attira come falene – ecco spiegato, in parte, anche il perché del successo enorme dei film di Woody Allen – perché sono i rimasugli della nostra identità e della nostra storia a essere sparpagliati come interiora nella bottega del macellaio, e noi li osserviamo tra il terrore e il fascino.
Ecco perché la storia d’amore e odio tra fratello e sorella in quest’ultima fatica di Desplechin sembra trattata a volte in maniera pretestuosa, a tratti incompleta: perché la nostra società non è, purtroppo aggiungo, ancora morta, seppure sia agonizzante, e di conseguenza non la si può ancora autopticizzare. Eppure. Eppure il volto di Cotillard parla più di mille altre inquadrature di altri film – cosa diceva Deleuze a proposito del concetto di visage-paysage nelle sue conferenze sul cinema a Vincennes? – per non parlare poi di quell’immagine surreale di Poupaud che dal proprio appartamento vola all’ospedale dove è ricoverata la madre in fin di vita per un incidente dopo aver consumato dell’oppio.
E allora, eccovi la trama rigorosamente no spoiler. Due anziani coniugi cercano di salvare la giovane vittima di un incidente stradale e vengono a loro volta investiti da un camion. Dal letto di ospedale l’anziano padre farà di tutto per far riavvicinare due dei tre figli, interpretati appunto da Marion Cotillard e Melvil Poupaud, felici l’uno dell’altra fin quando lui era un fallito come scrittore e lei si stava affermando come attrice, poi dichiarati nemici quando lui si sottrae all’ala protettrice della sorella e per di più rivela cose scandalose su di lei nei propri libri, col progredire della propria carriera.
La materia diventa quindi sempre più incandescente. Lei vorrebbe che lui pagasse il suo orgoglio, testuali parole, con la prigione. E allora viene in mente un altro film, Pola X di Leos Carax, dove però il rampollo borghese e ribelle fallisce e si perde. Si perdona qualche ridondanza o manierismo, pertanto, come quel piano sequenza prima dello spettacolo teatrale, ormai un classico dopo Birdman di Inarritu, ma si lasciano apprezzare quegli stacchi temporali tra una sequenza e l’altra propri, tra l’altro, di un altro capolavoro del messicano, ovvero 21 Grammi. Non c’è quella frammentazione, ma qualcosa di quello sperimentare con la linea spazio temprale sì, ed è efficace oltre che incisivo.
Rimane solo l’enigma del finale, con quell’inquadratura, ancora, sul volto della protagonista femminile, su quel suo spogliarsi della propria storia e abbracciare l’altro che, pare suggerire purtroppo in questo caso in maniera un po’ posticcia Desplechin, pare essere la medicina suggerita per allontanarsi dai propri demoni interiori. Peccato perché l’intento era nobile e l’intuizione è comunque quella giusta, tranne che per quella adorazione per la Storia con la Esse maiuscola. E’ per tutti questi motivi che consideriamo questa pellicola la migliore vista quest’anno, alla pari con As Bestas di Rodrigo Sorogoyen. Dove quest’ultimo sopravanza in geometria e coerenza, Desplechin se la gioca mettendo in scena un pathos e in parte una fantasia che mancava da parecchio al cinema contemporaneo. Noi vi abbiamo avvisati.


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