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sabato 17 giugno 2023

Ritorno a Seoul di Davy Chou

Freddie (Park Ji-min) è una ragazza di origini coreane adottata da una famiglia francese. Per una oscura volontà del fato un suo viaggio di ferie in Giappone diventa un tentativo, in Corea, di risalire alle proprie radici. Qui Freddie fa amici, conosce la propria famiglia d’origine, e si ritrova, nel corso degli anni, a lavorare per una società che fabbrica armi, che lei vende alla Corea del Sud perché si possa difendere da quella del Nord.

Ma è destinata a rimanere déraciné Freddie. Film non tanto sulle radici quanto sulle relazioni, Ritorno a Seoul ci mostra quanto è difficile lasciarsi andare alle proprie emozioni (c’è chi ci prova con l’amore, chi con l’alcool) e quanto è difficile accogliere proprio quelle emozioni. Sulle percussioni di Bela Lugosi’s Dead Freddie prova ad esempio a coinvolgere tutte le persone incontrate in un locale senza preoccuparsi di pregiudizi o di cosa penseranno gli altri di lei, ma durerà poco.

La vita sociale in Corea infatti non è strutturata per reggere l’emotività delle persone, le quali possono certo avere una famiglia, hanno addirittura il diritto di cercarla se l’hanno persa, ma nessuno ti fornisce un libretto di istruzioni o ti insegna avvicinandoti e prendendoti per mano su come affrontare una sensazione, un rimorso, un vuoto. Non esiste solidarietà umana in Corea, come forse non esiste da nessuna parte (per questo il film è importante).

Molte sono le scene di ballo nel film, come se la protagonista avesse bisogno di scaricare le tensioni che cova con qualcosa di fisico, di corporale, laddove il solo sesso da Tinder non è sufficiente. Ma poi non c’è mai una agnizione, un riconoscimento, un momento di liberazione dove si incontra veramente l’altro. E allora questo cinema diventa l’unico cinema politico del giorno d’oggi, l’unico film di denuncia di una situazione disumana che è quella che tutti ci troviamo a vivere.

 


E quella madre che in un attimo decide di abbracciarti e riavvicinarsi, ma che poi cancella il proprio indirizzo di posta elettronica per non farsi più ritrovare non è altro che un sintomo. Nessuno è veramente cattivo, anche se non mancano gli istanti di crudeltà come quando la protagonista rifiuta il regalo di un amico che le confida un innamoramento (“tanto gli passerà”), eppure nessuno è veramente umano. Nessuno sa accogliere, come se avvicinarsi all’altro fosse avvicinarsi a un mistero che fa paura.

Ecco allora il perché della scelta della canzone dei Bauhaus. I personaggi del film sono forse come vampiri emozionali destinati a spegnersi e a finire in una bara per sempre, un giorno, senza aver mai vissuto. Peccato che il film non indugi e non si spenda nel recuperare le radici storiche di questa situazione. Da un lato è cosa che sta nella pelle di ognuno di voi, per cui non ci sarebbe bisogno di una palingenesi per intendersi, ma dall’altro ci mancano quei lampi alla Carax di Boy Meets Girl (il vicino di stanza di Alex, Holiday in Cambodia dei Dead Kennedys che spiega tutto).

Film fatto quasi esclusivamente di tempi morti (non vediamo mai Freddie al lavoro, e dato ciò che la occupa sarebbe stato un altro film da fare dirigere a un altro regista, tipo un Paul Verhoeven o un Oliver Stone), Ritorno a Seoul è un film parsimonioso e attento alle sfumature. Si esce dalla visione con la sensazione che non si tratti di una pellicola, ma della nostra vita quotidiana. E sarebbe il caso che se ne uscisse anche col desiderio di mutarla, questa quotidianità fondata sul vuoto e sul nulla.