domenica 19 maggio 2024

Ritratto di un Amore di Martin Provost

 La visione di questa pellicola mi ha ricordato quella de La Bella Estate di Laura Lucchetti dello scorso anno. Lì c’era un chinare il capo della diversità nei confronti della massa (fascista) non tanto convinto, nel senso che in quest’oggi in cui viviamo tensioni simili si potrebbe pensare che ‘è la vita che è fatta di sacrifici’, qui invece, in questa pellicola, c’è una strana commistione di elementi contemporanei e altri, diciamo, non completamente masticati e digeriti, pensati quindi. 

Pierre Bonnard (Vincent Macaigne) è un pittore post-impressionista, autore anche di scenografie teatrali, illustrazioni e litografie (che non vengono mai mostrate nel corso della messa in scena cinematografica purtroppo) e condivide lo studio (nel film invece vive in solitaria) con altri due pittori del gruppo degli ‘indépendents’, artisti che non si piegano alle avanguardie e arriva a colpire e ispirare persino Henri de Toulouse-Lautrec. 

Nella sua attività di pittore arriva a conoscere come modella e a innamorarsi di Marthe (Cécile de France), con cui instaura una relazione che, seppure mai arrivata agli sponsali, proseguirà per tutta la vita di lei. Pierre ha una mecenate, Misia (Anouk Grinberg) che forse è stata anche sua amante, modella e provetta pianista che, morto il ricco marito, abbandonerà la sua arte per rinchiudersi in relazioni con uomini facoltosi che però le tarperanno le ali creative.

 


Ecco, c’è un momento di forte tensione nel film, appunto, quando Marthe e Misia litigano nella casa sul fiume fuori Parigi dove la donna più giovane vive col pittore, in cui la ragazza rinfaccia alla ricca donna di aver rinunciato alla propria arte per farsi mantenere, che è tutto contemporaneo. Mentre il legame a tre con una giovane studentessa che poi, rifiutata da Pierre, si toglierà la vita, è affrontato con timidezza e poca convinzione. 

E così ci si trova di fronte ad un’opera cinematografica che, giustamente, dovrebbe vivere di tensioni contemporanee – tutte le opere d’arte parlano dell’oggi, anche quelle antiche – ma lo fa in maniera non sempre convinta. Spiace anche che lo stile pittorico di Bonnard e le sue altre attività ‘collaterali’ vengano poco esplicitate, perché c’è stato sicuramente un intreccio tra arte e vita che ha solo del didascalico in questa proposta. 

Non fraintendetemi, per due ore rimarrete comunque incollati allo schermo perché i personaggi hanno comunque una loro magneticità e un loro fascino, proprio perché ci raccontano di una vita alternativa alla nostra, non fatta di cartellini da timbrare e stipendi fissi – ci sono ancora, a proposito? – e giornate che passano tutte uguali, con tutti i rischi del caso, compreso quello di avvicinarsi alla morte. 


Sarà per questo che la gente comune rifiuta l’arte e cerca modelli di vita meno ambiziosi anche se più noiosi? Questo il film non lo dice, e non pone nemmeno questa domanda, anche se sarebbe stato interessante lo facesse: si limita a farci annusare l’aria della libertà senza però mostrarci come ci si prendono responsabilità e oneri, che non mancano, ma è tutto come pervaso dall’atmosfera di un sogno, quello appunto della messa in scena, il che conferisce alla pellicola qualcosa di ambiguo e incompiuto. 

Ecco, diciamo che il film soffre di una intenzionalità non limpida, gli manca un quid di capacità di rivendicare un modo di vivere e un mondo che non è il nostro e non ce lo sbatte in faccia con coraggio; alla fine pertanto non si capisce perché qualcuno dovrebbe vivere come pittore. Non si parla dell’ispirazione, di come essa ti cambia, di quali prospettive apra e quali chiuda … insomma, non si capisce perché qualcuno dovrebbe affrontare quella strada nella propria vita. 

Eppure una certa, diciamo, fragranza, si percepisce, e allora vale la pena perdere due ore della propria vita sapendo però che si uscirà con più domande che risposte, senza che questo fosse lo scopo della pellicola, che è quello di raccontare una storia d’amore, forse il mito dell’amore, tra due soggetti liberi dalle convenzioni sociali ma la cui libertà non sappiamo se sia stata esplorata fino in fondo.



domenica 5 maggio 2024

Una Spiegazione per Tutto di Gàbor Reisz

Budpest, ai nostri giorni. Abel è un ragazzo di diciotto anni che deve sostenere l’esame di maturità. E’ innamorato di Janka, la sua migliore amica, la quale invece da quando è entrata a scuola prova sentimenti per Jakab, il professore di storia. Abel fa scena muta proprio all’interrogazione in quella materia, e quindi non viene promosso. Incalzato dal padre, finisce con l’inventarsi una scusa: il professore lo ha discriminato per via di una coccarda tricolore che portava sulla giacca. 

Ce ne sarebbe abbastanza per un capolavoro, e invece. Purtroppo Abel è monodimensionale, potrebbe forse avere dei disturbi dell’apprendimento e quindi si potrebbe fare un discorso sul come le istituzioni non siano pronte ad affrontare un caso come il suo, tanto meno in un Paese arretrato dal punto di vista scolastico, ma in realtà è solo storia a non entrargli in quella che lui stesso definisce ‘la sua stupida testa di legno’, e quindi è semplicemente un ragazzo con delle difficoltà di cui però non si vogliono trovare le cause. 

Anche il fatto che ami la ragazza che a sua volta ama il professore di storia è un dettaglio che non viene sfruttato: il blocco di Alex in storia potrebbe essere determinato da una avversione al professore, o alla propria situazione sentimentale in generale. Anche di ciò si parla poco. Alex viene dipinto semplicemente come un inetto (fa una dichiarazione d’amore a Janka mentre questa è ubriaca e incosciente). 

Anche la scena finale, che non vi spoileriamo ma che dipingerebbe Alex come un futuro parassita, non va per niente bene. Capisco che si volesse dare una certa immagine della destra ungherese, e fortunatamente non si dipinge il professore ‘liberale’ come un santo, dato che anch’egli ha problemi nel gestire il lavoro e la famiglia, ma le buoni intenzioni non bastano. 

Manca empatia nei confronti del protagonista, manca la volontà di svelare il perché di quelle chiusure alla realtà (la scuola, i sentimenti che non ingranano) e si lascia tutto così, alla fine lo spettatore potrà sentenziare contro questo ragazzo e pensare di essersi messo in tasca un pezzetto di verità, ma non è così. Anche la giornalista che monta il caso sulla stampa è monodimensionale, nel senso che è una semplice ragazza con idee nazionaliste per via del padre che vedeva tartassato quand’era piccola. 


E qui ci troviamo di fronte a una sintomatologia: guarda caso dove si poteva spingere, ad esempio nel mostrare una persona avida di notizie per fare carriera, qui si è tirato il freno a mano, forse perché regista e sceneggiatori (Reisz stesso assieme a Eva Schulze) sapevano che non potevano mostrare solo personaggi negativi. Ma così l’unico a reggere il film sulle sue spalle è il ragazzo protagonista. 

E’ un peccato. Il film poteva essere molto interessante, se solo si fosse anche qui presa alla lettera la lezione fassbinderiana de Il Viaggio in Cielo di Mamma Kusters o si avesse avuto il coraggio di portare la storia alle sue estreme conseguenze – voglio dire, in quel tipo di famiglia se non sei capace di mantenere l’ordine simbolico ti mettono sotto tutela, anche solo sul piano esistenziale, Alex invece pare sempre più a suo agio nel finale. 

Ecco che quindi l’opera risulta un film a tesi, e pertanto una occasione mancata. Sembrerebbe infatti che le destre ce ne stiano facendo così tante, e così sporche, che chi si occupa di arte non avesse la voglia di arrivare a una fonte, a capire cosa li muove veramente, facendo di questi personaggi delle macchiette, cui non dare eccessivamente addosso per paura di essere tacciati di insensibilità e odio. 

Si salva un poco la struttura del film, a episodi, narrati dal punto di vista soggettivo di ogni personaggio in gioco e poi ricomposti nella parte finale, ma anche qui, un Kurosawa qualsiasi avrebbe avuto più coraggio e avrebbe giocato, siamo di fatti dopo la postmodernità, con lo spettatore come il gatto col topo, per instillargli il dubbio su dove stesse la ‘ragione’ e dove il ‘torto’. 

Reisz – di cui vi lascio questa intervista perché la drammaticità della situazione non è chiara dal film, e potrete quindi toccare questa cosa con mano – è una persona con un passato che pesa sicuramente sul suo sviluppo, che gli è da stimolo, ma in questo film vediamo una mano sicuramente indecisa. Sarebbe il caso di recuperare le sue precedenti pellicole per verificarne in prima persona l’evoluzione …



domenica 21 aprile 2024

Civil War di Alex Garland

Stati Uniti d’America, in un tempo imprecisato. Texas e California, poi seguiti dalla Florida, hanno dichiarato la secessione. E’ guerra civile. Due fotoreporter, Lee (Kirsten Dunst) e Joel (Wagner Moura), più l’anziano Sammy (Stephen Henderson), decidono di partire da New York e andare a intervistare il presidente a Washington prima che venga deposto. A loro si aggiunge la giovanissima Jessie (Cailee Spaeny). 

Il viaggio è pieno di incontri e insidie che faranno maturare Jessie (in senso professionale, si intende) e sfibreranno Lee, all’inizio la più ‘dura’ del team. Fino al finale che non vi anticipiamo. Costato 50 millioni di dollari (contro i budget più ristretti utilizzati finora dalla casa produttrice A24 – che ha permesso tra gli altri anche la realizzazione del precedente Men del regista, da noi recensito in passato – il film è spettacolare ma non solo. 

Si tratta, in effetti, di un film ‘dal volto umano’, nel senso che dà adito a riflessioni molto interessanti e profonde. Non può infatti non venire in mente il saggio di Susan Sontag ‘Sulla Fotografia’, dove la filosofa analizza lo strumento mettendone in luce pregi ma soprattutto difetti. Non è un caso se vediamo Lee in vasca da bagno, in una delle prime sequenze, che ripensa a tutte le scene più raccapriccianti cui ha assistito illudendosi di non essere impotente per via della propria possibilità di testimoniarle al mondo. 


E che questa sia una illusione lo sa Sontag ma lo comprende anche Lee, che infatti parla di ciò col reporter più anziano Sammy il quale le risponde che dunque ‘ciò che ti divora è esistenziale’. E in effetti la fotografia è uno strumento con cui il fotografo crede di strappare brandelli di realtà a sua disposizione, senza rendersi conto di quanto sia illusoria questa possibilità: ‘to shoot’ si dice fotografare in inglese, come usare un’arma qualsiasi. 

Civil War pertanto non è un film su una guerra civile possibile negli Stati Uniti, quanto una pellicola sull’impotenza dell’uomo e del suo voler guardare, sconfessione della volontà di potenza nietzeschiana ma nello stesso tempo opera che non fa sconti a una umanità che, come la nostra da dietro lo schermo di un computer quando critica qualcosa o qualcuno sui social, si occupa di affermare sé e la propria visione del mondo più che cercare legami di senso coi suoi simili. 

Colonna sonora da urlo (i Suicide di Rocket USA ad esempio) che spesso sovrasta più che sottolineare le scene, dettando loro ritmo e senso, macchina quasi sempre a mano ma precisa e ferma, Civil War ci restituisce il senso, metaforicamente, del qui ed ora delle nostre vite. Se infatti secondo i sondaggi molti statunitensi credono che la guerra civile sarà il futuro, anche qui da noi in Europa, circondati da guerre all’estremo est e in Medio Oriente, le cose non vanno meglio. 

Ecco che allora la pellicola di Garland, scrittore prima (The Beach) e sceneggiatore poi, prima di approdare in proprio alle cineprese con Ex Machina, è un feroce monito a cosa potrebbero diventare le nostre vite da un momento all’altro mentre ce ne stiamo nelle nostre virtuali e metaforiche fattorie, fiduciosi del fatto che certe cose non ci toccheranno solo perché, apparentemente, lontane. Ma non è un richiamo moralistico quello del regista: di fatto, si tratta del bisogno di fare i conti col presente, conti che qualsiasi vero artista ambisce a fare.



domenica 14 aprile 2024

La Sala Professori di Ilker Catak

Ogni volta che pensiamo alla scuola inevitabilmente pensiamo alle nostre (dis)avventure con la scuola pubblica, indispensabile strumento di istruzione e formazione alla convivenza sociale e civile ma. In passato si era levata, non ascoltata, la voce di Pasolini a dirci che in fondo anche la scuola è uno strumento coercitivo. Credo, ma non ne sono sicuro, che ci fosse arrivato per ragionamento e non per aver letto Foucault. 

Ma anche Paul B. Preciado recentemente ci ha parlato dell’opzione di sostituire il desiderio che ci abita con le nozioni come di una abitudine nefasta. Ora, il film in oggetto ha come protagonisti ragazzini di dodici anni, quindi in età ancora prepubere, ma non è questo il punto. In questa scuola dove si applica la ‘tolleranza zero’ inevitabilmente (certo, che credevate?) si verificano dei furti. Il corpo docente costringe i capiclasse alla delazione. 

Ma forse la delazione è frutto di una illazione, dato che una insegnante, Carla Nowak (Leonie Benesch) scopre grazie alla videocamera del proprio PC che in realtà a essere colpevole potrebbe essere una segretaria della scuola, madre di uno dei suoi alunni. Di qui il computo dei danni collaterali (fraintendimenti, burocrazia che si oppone all’affrontare i problemi in maniera diretta, il giornalino degli studenti della scuola) aumenterà in maniera esponenziale. 


Catak, regista di origini turche, è per la sua posizione forse il più adatto a raccontarci questa storia fatta di mezze verità, di sentimenti e emozioni che esplodono perché non contemplate dai piani di studi e dalle politiche di democratizzazione. Oggi siamo tutti più consapevoli, forse, ma siamo anche tutti schiavi, come sempre, della kafkiana burocrazia. Non è un caso se il finale, metaforicamente, ci restituisce personaggi che restano delle proprie idee non ostante l’uso della coercizione. 

Al netto di alcune scelte registiche e attoriali ottimali (l’attacco di panico di Carla, ad esempio) il film ci pone di fronte a un bisogno che è quello di raccontare l’attualità ma senza farsi testimonianza civile. Per un verso infatti il riferimento più ovvio è il Fassbinder di Mamma Kunsters va in Cielo, per un altro il pensiero corre a un altro regista immigrato nella Germania contemporanea, quel Fatih Akin che con La Sposa Turca ha ammaliato una intera generazione di cinefili. 

Catak ovviamente ha una sua poetica peculiare, che si lascia apprezzare per come usa fotografia, musica (originale di Marvin Miller più alcuni passaggi di Mendelsson), montaggi e raccordi allo scopo di raccontare una storia scomoda che farà riflettere lo spettatore senza necessariamente portarlo alle proprie esperienze scolastiche, ma aiutandolo a ragionare su come la società di oggi si propone sempre di essere inclusiva a botte di regole e definizioni.



domenica 7 aprile 2024

Priscilla di Sofia Coppola

Ha quattordici anni Priscilla Beaulieu (Cailee Spaeny) quando, in Germania dove ha seguito il padre militare, si ritrova a una festa con il già famoso Elvis Presley, anch’egli militare in servizio. Scocca la scintilla. I due si rivedono in alcune occasioni e iniziano a frequentarsi, non ostante le iniziali titubanze della famiglia di lei data la distanza d’età, per poi anni dopo, con lei maggiorenne, convolare a nozze.

Ora Presley a tutti gli effetti, Priscilla, che come tutte le donne pre-rivoluzione sessuale si è scavata la fossa da sola, si ritrova a dover gestire un marito famoso con tutto ciò che ne consegue: scappatelle, manipolazioni, la responsabilità di dover essere il porto sicuro di lui, le poco convinte fughe nel misticismo e nell’LSD. Tratto dall’autobiografia Elvis and Me della moglie del Re del Rock’n’Roll e della scrittrice Sandra Harmon, il film inizia bene ma si perde leggermente verso la seconda metà.

Spaeny è bravissima nel mostrarci la spaesatezza di una donna che impara sulla propria pelle qual è il suo ruolo. Meno convincente Jacob Elordi nei panni di Elvis (ma era comunque difficile interpretare un personaggio simile per carisma e personalità), anche se quelle pillole per dormire o per stare svegli, quei rotocalchi con le immagini di lui con altre donne, i piccoli accessi d’ira e la volontà di non avere controparti maschili forti a fianco rendono comunque bene l’idea.

 


Certo, Sofia Coppola ci ha abituato a una regia da autrice, e pur avendo affrontato ogni pellicola in maniera diversa l’una dall’altra, ci aspettavamo qualcosa di meno anonimo dal punto di vista della messa in scena. Riteniamo tuttavia che, se la regista abbia optato per una ‘normalizzazione’ del proprio sguardo, lo abbia fatto in buona fede allo scopo di rendere universalmente comprensibile questa storia anziché strizzare l’occhio ai cinefili ‘puri’.

Il passaggio dalla ragazzina innamorata e testarda alla donna matura e rassegnata al così fan tutte del matrimonio resta comunque poco chiaro nelle motivazioni di lei, nel senso che ovviamente l’ambiente in cui viviamo ci forma, ma di solito quell’ambiente fa leva in qualcosa che si trova dentro di noi – è per questo che è difficile intercettarne e neutralizzarne la pervasività – e la sola paura di perdere quell’uomo non so se è ragione sufficiente.

In fondo l’Elvis del film è un uomo anche poco attento alle necessità della propria compagna, da quelle sessuali a quelle emotive, un uomo che si pone il problema di che contenuti dare alla gente conseguentemente al proprio successo ma che nello stesso tempo è prono ai discografici quando questi si impongono per far sì che egli rimanga un entertainer puro. Eppure Elvis era più sfaccettato di così anche musicalmente: pensiamo a dischi quali His Hand in Mine, gospel puro cantato secondo tutti i crismi e anche di più.

 


E allora forse la simpatia e l’empatia per Priscilla qui ci mostrano un Elvis monocorde, al punto che non si capisce cosa abbia affascinato la giovane donna, e in questo modo, forse, si toglie un po’ di forza alla storia e alla relazione tra i due, col rischio di non mostrare allo spettatore quanto l’amore può essere anche arma a doppio taglio. Sono tante infatti le pellicole che ne parlano. Di recente abbiamo analizzato May December di Todd Haynes che narra una vicenda simile ma a parti invertite – è lei ad essere più matura e lui più giovane.

Per non parlare poi di Ancora un’Estate di Catherine Breillat. Sono decisamente tanti gli esempi cinematografici che ci raccontano storie d’amore non conformi, ma in tutte queste c’è qualcosa che manca. Sospettiamo ci manchi il vissuto, impossibile a esserci anche solo per motivi legali, per andare più a fondo. Del resto, al netto del fatto che proteggere infanzia e adolescenza sia un bisogno serio, anche affidarsi alle narrazioni di chi ha vissuto certe situazioni in prima persona potrebbe essere controproducente: non sempre chi attenta all’adolescenza altrui è lucido osservatore di se stesso.

Eppure prendiamo atto che quest’anno ben tre pellicole nell’arco di poco tempo trattano questo tema, che quindi ci si dispiega davanti agli occhi come un tema caldo, sintomatologico. Forse il punto vero è che non sappiamo bene cosa è l’adolescenza, e quindi non sappiamo nemmeno davvero cosa è l’età adulta. Ci avevano provato in passato registi come Larry Clark a dircelo, ma non li abbiamo probabilmente voluti ascoltare. Per paura … 


 

sabato 30 marzo 2024

Orlando, My Political Biography di Paul B. Preciado

Figura di riferimento per il mondo trans-queer e artista poliedrico, Paul B. Preciado con Orlando, My Political Biography realizza un documentario metacinematografico che è omaggio al mondo trans-queer e a Virginia Woolf, la quale nel suo omonimo libro mette in scena un uomo che nel corso di una vita lunga secoli si trasforma in donna, da un lato ribadendo un legame fortissimo con la natura che l’uomo ordinario, vittima dell’eterpatriarcato tanto quanto le persone queer, ha perso, dall’altro commentando avvenimenti storici e politici dal punto di vista di un uomo che, mutando sesso e genere, perde il proprio potere e vede il mondo riconfigurarsi a misura della propria transizione.

Godardianamente, Preciado decide di lasciare che Orlando venga interpretato da ben 26 persone questioning/queer, dai 6 ai 70 anni, l* qual* dovranno donare al protagonista di questo documentario il proprio corpo e le proprie biografie interpretando i fatti salienti della vita del protagonista. Preciado non nasconde la depressione, e l’istituzionalizzazione conseguente, che toccò a Woolf per il fatto di non poter vivere da lesbica in un’epoca puritana come quella in cui visse. Non nasconde nemmeno quanto sia degradante dover mentire agli psichiatri dicendo loro quel che vogliono sentirsi dire allo scopo di ottenere i tanto agognati ormoni, ad esempio.

E’ la persona transgender che compie una performance mutando il proprio corpo, o è la società che muta e performa modificandosi di fronte alle scelte delle persone transgender? Sicuramente tutte e due le affermazioni sono vere, e così oltre che alle vicissitudini di Orlando possiamo assistere anche a quelle di Marsha P. Johnson che dovette vivere di aiuti statali, impossibilitata a trovare un lavoro qualsiasi a causa delle proprie scelte. E così, tra narrazioni decennali smentite – le  persone transgender non si sentono solo, o forse mai, intrappolate in un corpo sbagliato: è tutto più complesso e più poetico assieme di così – e negazioni di diritti fondamentali denunciate, il film si snoda sotto i nostri occhi.

 


Quale sarà la performance dello spettatore di fronte a questa creatura ibrida? Io personalmente, per motivi che non posso rivelare perché sono profondi e io stesso non ne ho contezza, mi sono sorpreso a sorridere nei momenti ironici ma anche a commuovermi di fronte alla ricchezza del mondo interiore delle persone transgender di cui ho fatto la conoscenza grazie a questo lavoro. E forse è proprio questa scoperta dell’interiorità, sebbene un’interiorità non dogmatica, il dono più grande che le persone trans fanno a chi, pur essendo cis, è comunque vittima della stessa società.

Parrebbe infatti che la società sia ciò che annichilisce il nostro essere, obbligandoci a non vedere altro se non ciò che ci permette di sopravvivere come ‘parti’ di essa e non come ‘individui’ che la trascendono, e allora ecco che improvvisamente la filosofia di Preciado, che ho imparato a apprezzare grazie a libri quali Terrore Anale, che al di là del titolo solo apparentemente provocatorio racconta come quello che viene definito ‘eteropatriarcato’ violenta anime e corpi non solo di chi non si conforma a un dato modello, diventa universale perché la liberazione dei corpi e delle menti trans dai pregiudizi vale anche per noi.

Certo, la lotta delle persone queer o transgender ha delle proprie specificità che non possono essere annullate o allungate come un brodo, anestetizzate in un ipotetico messaggio universale da ‘siamo tutti nella stessa barca’, ma che la società in cui viviamo ci faccia violenza tramite le sue istituzioni, ad esempio la scuola cui Preciado nei suoi libri dedica pagine degne del miglior Pasolini, è innegabile e occorrerebbe far cadere il velo di Maya dagli occhi di tutti. Si spera che questo sia ciò che succeda anche con pellicole come questa, ed è per tale motivo che la visione di opere come Orlando, My Political Biography può essere utile anche se non si è transgender, queer o ally. 

 



domenica 24 marzo 2024

May December di Todd Haynes

Questo è il classico esempio di film dalla cui visione si esce con un certo imbarazzo. Non dico l’imbarazzo per certi blasonati critici che ne hanno parlato bene senza se e senza ma, che quello è d’ordinanza e significa che abbiamo neuroni funzionanti, intendo quello, un po’ sfumato perché la pellicola in oggetto non presenta elementi trash nemmeno involontari, solo buchi di regia e sceneggiatura che ne fanno un’opera incompleta per, almeno sembrerebbe, mancanza di coraggio.

Ed è un peccato perché Todd Haynes con opere come Velvet Goldmine, I’m Not There e Lontano dal Paradiso ci aveva colpito in maniera positiva per come sapeva mettere in scena cose così diverse come il glam rock, l’imprendibile vita da rockstar da un lato, e le differenze di classe, l’omosessualità e l’integrazione razziale dall’altro. Un regista completo tutto sommato, capace di toccare stili e tensioni diverse e di mettere il tutto in scena con un gusto non banale.

Certo, l’universo femminile e la sua rappresentazione richiedono per un regista maschile sempre un sovrappiù di sforzo, e arrivare alla fine a dichiarare bandiera bianca o meglio un democristiano e serafico ‘ora la palla, dalla vita reale, passa all’attrice sul set’ è un po’ meno di quanto avremmo voluto vedere. Ma andiamo con ordine, per farvi capire meglio.

Il film si ispira a una storia reale. E’ di carne e ossa questa donna adulta che ha tratto a sé un dodicenne e che, dopo essersi fatta la prigione pur essendo incinta di lui, con strascichi sulla stampa scandalistica, lo ha poi sposato una volta maggiorenne. Tema caldo, caldissimo, e non tanto dal punto di vista erotico quanto per tutta una serie di motivi: la rete protettiva attorno all’infanzia e all’adolescenza che mette in atto la nostra società, ad esempio, e il cosa pensiamo di quelle età, come le concepiamo.

Da questo punto di vista, e anche per tutto il periodo passato da Gracie (Julianne Moore) in prigione con un bimbo piccolo in grembo cui non viene mai fatto un accenno neanche minimo, il film è una grande occasione sprecata. Ma lo è anche per come viene raccontata la vicenda dell’avvicinamento della giovane attrice Elizabeth (Nathalie Portman), che dovrà interpretare Gracie in un film, ai personaggi reali.

 


Superficiale ma non giudicata per questo dal regista – mi sono immaginato come avrebbe lavorato invece su tale personaggio un Robert Altman, ad esempio – che rimane ineffabile e forse pure un po’ troppo, come quando lei si diverte a immaginarsi a fare sesso col giovane Charles nel retro del negozio dove il ‘fattaccio’ è avvenuto sul serio, o come quando descrive l’incrocio di sguardi sul set durante le scene di sesso a degli studenti della scuola dei figli di Gracie e dello stesso Charles.

Superficiale inoltre in una scena di seduzione – non preparata da nulla, nemmeno da quelle fantasie cui accennavamo – funzionale a mostrare come poi la coppia ufficiale ‘opera’ quando litiga, sebbene il momento di verità sia offuscato proprio dalle dinamiche che lo producono, poco chiare e forzate. Insomma, questo dramma che forse si vorrebbe ispirato anche al nobile passato del cinema,  penso a un Kurosawa su tutti, per cui non si può arrivare alla verità, ma solo a pareri soggettivi, diventa una lezione moralista insopportabilmente retorica e rinunciataria anziché un momento di verità per lo spettatore stesso, ad esempio.

Si salvano forse alcuni momenti, tra cui quello in cui Charles sul tetto di casa fuma assieme al figlio in un tentativo di avvicinamento tra i due, anch’esso però irrealistico: nessuno al primo tiro va così in confusione, occorre una certa frequentazione con la cannabis per ottenere degli effetti anche solo lontanamente simili a quelli che si producono nella scena del film. Insomma, questa volta si poteva decisamente fare di meglio.

Spero solo che la difficoltà nel gestire una storia del genere non sia stata dettata dalla fretta – i film si sa sono opere collettive e un regista deve essere bravo a muoversi su più livelli, ma non sempre ce la si fa – o peggio ancora da una certa disaffezione che ci parrebbe strana in un regista quale Todd Haynes, di solito molto chiaro non tanto nel prendere delle parti, cosa anche abbastanza inutile, quanto nell’interesse genuino che ha sempre mostrato per i suoi personaggi. Solo il tempo ci potrà dire dove sta la verità, forse.