lunedì 11 dicembre 2023

Palazzina Laf di Michele Riondino

Tratto dal romanzo Fumo sulla Città di Alessandro Leogrande e diretto da un Michele Riondino al suo esordio come regista, Palazzina Laf riprende certi legami col grande cinema di impegno sociale di autori come Elio Petri. Certo, mancano un Gian Maria Volonté, un Salvo Randone o le musiche di un Ennio Morricone, ma ci sono lo stesso Riondino, Elio Germano e per quanto riguarda il commento musicale c’è Mauro ‘Teho’ Teardo, compositore di musica contemporanea che ha già concorso ai David di Donatello, per dire un premio tra i tanti, come autore di musiche da film.

Primo film – ma non prima opera filmica in assoluto: c’era già stato il documentario di Valentina D’Amico La Svolta – Donne contro l’Ilva del 2010 – a parlare di quello che è stato uno se non il primo esperimento di mobbing di gruppo in Italia, distorsione del mondo del lavoro di cui si parla ancora troppo poco forse perché fa ancora troppa paura e forse perché si andrebbe contro la narrazione di un mondo del lavoro in cui anche la stampa più engagé fa fatica a puntare il dito contro certi impresari o certe multinazionali, Palazzina Laf raggiunge parzialmente lo scopo che si è prefissato.

In effetti, come già hanno notato più blasonati colleghi, manca in quest’opera un certo approfondimento dei personaggi che a Petri, per rimanere a un autore che già abbiamo citato, non mancava: qui non vedrete dialoghi intensi e spaesanti tra un Lulù Massa e un Militina, semmai qualche sparso e rado elemento onirico. E se Riondino nell’interpretare Caterino Lamanna e il suo rapporto ambiguo con Giancarlo Basile (Germano) ci dona un personaggio meno ambiguo di quello interpretato da Di Caprio nell’ultima fatica di Scorsese, ancora meno alfabetizzato alla consapevolezza – e non solo – quindi, c’è chi noterà come i simboli religiosi siano ancora elemento da cui si spera, popolarmente, una salvezza concreta e non metafisica.

 


E’ infatti con un funerale, con quei volti pasoliniani, che inizia la pellicola, per poi proseguire con l’introduzione del protagonista che inveisce contro gli operai che si lamentano davanti alle telecamere per la sicurezza inesistente nell’acciaieria. Caterino lavora in cokeria, perché non sa fare altro. E quando gli viene posta di fronte la possibilità di accedere a una maggior sicurezza economica, lui che si deve sposare con la zingara Anna (Eva Cela) e andare ad abitare in una casa più confortevole, anche se a scapito dei suoi colleghi che dovrà tradire facendo la spia nella palazzina del titolo, dove 70 figure specializzate marcivano in nome di una non meglio specificata riorganizzazione aziendale, non se lo farà ripetere due volte.

Non è cattivo Caterino, semplicemente è un uomo che pensa alle proprie misere tasche e che non sa nemmeno cosa sta facendo, come dimostrerà nel corso del processo il suo atteggiamento col Pubblico Ministero e cogli avvocati. Ed è proprio su questa sua dimensione pre-tragica, da sottoproletario – del resto ce lo ha insegnato già il sopra citato Pasolini che ‘innocente’ non significa ‘innocuo’ – che si innesca una vicenda così come la sua conclusione. Il tutto tra una pioggia quasi rosso sangue, segno di un’atmosfera malsana sia dal punto di vista etico che sul piano meramente materiale, tra sogni rivelatori, tra suoni dissonanti e quella voce che nel ricordare certe sperimentazioni contemporanee apre a uno squarcio di angoscia pura, ma di quella che non diventa mai vera tragedia, perché affinché ci sia dramma, ci deve essere consapevolezza.

Tra sindacalisti di buona volontà, tra invalidi che cercano il loro posto in una società che già tratta male le persone normodotate, figurarsi chi è bisognoso di qualche attenzione in più, tra interessi grandi come il portafogli dei proprietari dell’Ilva e piccoli come i loro cuori, Palazzina Laf ci mostra un mondo kafkiano, che rimpicciolisce gli esseri umani lasciando loro solo qualche fisima a ricordare sintomatologicamente tutto ciò che ha negato loro. Un’opera di impegno civile, come non stanno mancando in questo periodo storico in cui i diritti degli individui come quelli della collettività sono stati prima contrapposti e poi entrambi proditoriamente negati. Qualcuno aveva previsto che sarebbe stato proprio per via delle avverse condizioni politiche che l’arte avrebbe iniziato a riproporsi più attiva di prima. Speriamo che non si tratti solo del classico colpo di coda. 


 

venerdì 8 dicembre 2023

Il Male Non Esiste di Ryusuke Hamaguchi

Molte immagini di questa pellicola nascono come commento visivo alle performance della cantante Eiko Ishibashi, autrice delle musiche di Drive My Car del 2001, a testimoniare una continua e proficua collaborazione tra i due. Questo spiegherebbe, a voler essere solo dei tecnici, il perché di quelle inquadrature fisse, quando ad esempio Takumi (Hitoshi Omika) taglia la legna, o di quella lunga carrellata iniziale quasi che la soggettiva fosse quella del corso d’acqua presente nella pellicola.

Le riesci quasi a vedere quelle immagini proiettate sul palco di una performance della musicista collaboratrice di Jim O’Rourke. Ma la cosa interessante è che stanno bene anche nel contesto di un film autonomo. Il Male Non Esiste racconta la storia, collettiva ma anche individuale, di un paesino nella prefettura di Nagano dove un manipolo di persone avide di soldi pensano di impiantare un glamping, ovvero un camping glamour pensato per lo più per giovani artisti nel cuore di una foresta.

Fanno gola i soldi che il governo elargisce dopo la pandemia, e c’è chi farebbe di tutto per intascarsene una fetta. E così si cerca di passare sopra alle esigenze degli abitanti del villaggio di Mizubiki che vivono grazie a un raggiunto, anche se non facile, equilibrio con la natura. Infatti i padri degli abitanti attuali si sono trasferiti lì anch’essi grazie a fondi statali che dopo la guerra gli hanno permesso di coltivare della terra senza spendere una fortuna.


Tocca ai due portavoce della società in oggetto fare il ‘lavoro sporco’, ma mentre cercano di offrire a Takumi un lavoro all’interno del futuro glamping iniziano entrambi a capirne le ragioni. Sarò una piccola tragedia a ribaltare tutto, mostrando come gli affanni degli uomini siano poca cosa rispetto al ‘piano più vasto’. Il Male Non Esiste sembra proprio dirci questo, coi suoi campi e controcampi, con i suoi rumori fuori scena – gli spari dei cacciatori ad esempio – e le sue carcasse di cervo disperse nel bosco.

Ovvie sono le riflessioni sull’uomo e la sua collocazione nel mondo, ma forse questo film vuole dirci qualcosa di più. I cervi sarebbero aggressivi per l’uomo se si abituassero alla sua presenza, come si sente in una conversazione? Non li attaccano solo perché ne hanno paura? E il contatto sarebbe un valore aggiunto per il glamping o un danno per tutta la comunità? E l’eventuale inquinamento della falda acquifera?

Forse l’uomo ha una sua collocazione ‘strana’ in questo ecosistema. Può decidere di lasciarlo intatto e assecondarne i ritmi, come può decidere di stravolgerlo. Ma se a farne le spese è un innocente, ovvero una di quelle persone che ancora non può né prendere decisioni né prendere attivamente parte alla dissoluzione e all’eventuale sconvolgimento dell’equilibrio, allora non è forse nella possibilità stessa di scegliere e nella consapevolezza che risiede in qualche modo una salvezza, o almeno la sicurezza per sé stessi?

 


domenica 3 dicembre 2023

Kissing Gorbaciov di Andrea Paco Mariani e Luigi D’Alife

Sembra un’era geologica fa, di quelle coi dinosauri (che poi sarebbero i protagonisti di questo documentario, in via d’estinzione appunto), eppure c’è stato un mondo in cui ancora la musica non era solo una forma di intrattenimento tra le altre ma era un modo per dire delle cose sul mondo in cui si viveva. C’erano personaggi con una visione della realtà, che avevano chiaro cosa gli piaceva e cosa no, soprattutto, c’erano persone capaci di andare in direzione ostinata e contraria.

Quella musica chiamata rock, o meglio una sua derivazione, il post-punk, aveva prodotto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta gruppi musicali che in tutto il mondo erano in grado di metterci sotto il naso la fine dei sorci che stavamo facendo a botte di tatcherismo, reaganismo e riflusso. Volete dei nomi? Facile: Devo, Pere Ubu, Joy Division, e qui in Italia in particolare band come i Litfiba e i CCCP Fedeli alla Linea.

Questi ultimi due furono protagonisti di una epica tournée in Russia nel periodo precedente al crollo dell’Unione Sovietica, quando grazie a Gorbaciov e alla glasnost/perestrojka si sperava in un socialismo dal volto umano lontano dagli orrori dello stalinismo. Tutto inizia con una manifestazione dal nome Le Idi di Marzo, che si tiene proprio in quel periodo a Melpignano, in cui vari gruppi rock sovietici e italiani si incontrarono e suonarono dei set roventi e intensi.

 


Melpignano, in Salento, era un paese anomalo rispetto alla democristiana terra italica dell’epoca. Governato da un manipolo di giovani comunisti – non giovani ‘di sinistra’, ma proprio comunisti duri e puri – il paesello era attento alle 2000 anime che conteneva e organizzare un raduno rock era un modo per fare festa tutti assieme. A questo evento seguirà appunto la tournée di Litfiba, CCCP e altri in terra sovietica, con due date, una a Mosca e l’altra a Leningrado.

Ecco un estratto da un comunicato congiunto dai due registi. “L’immagine prelevata dall’archivio non deve essere selezionata come semplice indice che testimoni l’avvenuta realtà di un evento passato, ma deve essere invece interrogata come una rappresentazione, cioè come un simbolo che dia la possibilità di sapere cogliere gli elementi della realtà passata e saperli interpretare nel nostro presente”.

E così il documentario diventa un crocevia dialettico, fatto di campi e controcampi tra le immagini e le foto di repertorio e i commenti dei protagonisti dell’epoca ripresi ai nostri giorni. Interessante che molti di loro messi di fronte alle immagini vivano cose che avevano dimenticato e che lo stesso Ferretti, frontman dei CCCP, si lasci andare a un commento che quasi sembra ricordare quello di Bill Pullman in Strade Perdute di Lynch.

 


Lontano dall’agiografia per un mondo perduto, quello del blocco sovietico, che gli stessi protagonisti, ad esempio gruppi rock underground russi, criticano apertamente (“mio padre è un fascista / Mussolini è un fascista / Stalin è un fascista” declama una canzone), è chiaro il gioco punk della band di Zamboni e compagni che pur partendo da una fascinazione “per l’acciaio e il cemento”, per la solidità, ha l’atteggiamento di chi usa quella stessa fascinazione come dispositivo dissacrante per criticare il mondo in cui vive, cioè il nostro.

Ma se la storia dei CCCP è ormai nota a tutti – ricordiamo che in questo stesso periodo a Reggio Emilia c’è una mostra riguardo la storica band, e che, al netto delle ristampe di tutti gli album, i quattro protagonisti si sono esibiti poco tempo fa in un concerto, o meglio in un “Gran Galà Punkettone” – è quell’amarcord negato, che sfocia non nella malinconia ma in un quasi-nichilismo che di quella storia è figlio legittimo, a fare da fil rouge dell’opera e, direbbe Roland Barthes, da punctum.

Ecco che quindi chi vorrà immergersi nelle immagini e nei suoni di quest’opera proverà lo stesso spaesamento che provavano i protagonisti e i comprimari – il pubblico, ça va sans dire – dell’epoca di fronte a una creatura più grande dei suoi creatori perché in fondo il desiderio è, in quanto principio di trasformazione, sempre ingestibile da parte di chi lo contiene. Anche solo per averci ricordato tutto ciò, e quanto è grande la confusione sotto il cielo, è valsa sicuramente la pena di esserci. Anche stavolta. 


 

lunedì 27 novembre 2023

La Chimera di Alice Rohrwacher

Arthur (Josh O’Connor) è appena uscito di prigione. Non ha voglia di rivedere i suoi vecchi amici che lo hanno lasciato catturare dai carabinieri mentre faceva il palo per loro, tombaroli – ovvero trafugatori di materiali prelevati da tombe etrusche – di ‘professione’. Vuole solo tornare nella sua dimora, una casetta di amianto, lavarsi ed essere lasciato in pace. Ma Arthur ha un dono prezioso: “sente” dove sono le tombe e sa indicare con precisione dove iniziare a scavare. Non può dunque essere lasciato in disparte.

Ogni tanto va a trovare Flora (Isabella Rossellini), madre della amata e perduta per sempre Beniamina (Yile Yara Vianello), la quale ha preso sotto la sua ala protettrice Italia (Carol Duarte) che, senza farsi accorgere, tiene un paio di bimbi in casa, con la scusa di pagare all’anziana donna con la servitù le proprie lezioni di canto. Arthur presto si fa convincere a tornare in affari coi vecchi amici per un tale Spartaco, ricettatore da loro mai visto in faccia nel cui studio portano quanto rubato dalle antiche tombe, non ostante la paura per gli spiriti dei morti.

Ma presto una immensa tomba con la statua in marmo di una importante divinità verrà trovata, e a questo punto alla storia viene impressa una svolta. Non vi raccontiamo di più ma vi anticipiamo solo che questo La Chimera è di fatto un film allegorico, dove la vita semplice di chi è senza denaro ma è in contatto col sacro e col mistero viene contrapposta alla fame di ricchezza che toglie umanità e spessore alle persone che abita, pasolinianamente.

 


Tuttavia l’intento allegorico di cui sopra a volte prevale sul racconto e gli elementi fantastici perdono di conseguenza forza. Apprezziamo moltissimo lo sforzo ma questo equilibrio era a nostro avviso più riuscito nella pellicola precedente di Rohrwacher, ovvero Lazzaro Felice del 2018. Eppure non ostante ciò ci sentiamo di esprimere un plauso per la pellicola, sapendo che siamo in Italia nel 2023 e che aver realizzato un’opera del genere oggi non dev’essere stato affatto facile.

Ci teniamo pertanto volentieri dubbi e perplessità in attesa di vedere come evolverà il lavoro della regista, potenzialmente molto interessante al punto da aver portato questo capitolo fino a Cannes quest’anno, dove, pur essendo stato in concorso per la Palma d’Oro, si è accontentato del non disprezzabile premio AFCAE – se ne è insignito in passato Parasite di Bong Joon-Ho. Il legame con la spiritualità forse andava indagato in maniera più approfondita, ma il fatto che oggi ancora se ne senta il bisogno ci pare ottima cosa.

Come affermava Jung e come nota l’antropologia, infatti, i nostri avi avevano un legame con il mondo dei morti e della fantasia, e il fatto di averlo superato potrebbe significare per la nostra contemporaneità solo l’aver reciso i legami con quella dimensione, e non averla assorbita e trasformata. Ben venga pertanto un lavoro come quello qui in esame dove si cerca, forse in maniera un poco naif, forse con una convinzione da rafforzare, di tornare un poco indietro nel tempo e di verificare se la nostra psiche di uomini contemporanei non abbia rinunciato a qualcosa di importante.

Il cinema può del resto servire anche a questa operazione, che è simbolica e quindi molto diversa da ciò che si fa sul lettino dell’analista. Non me ne voglia quindi il lettore se parlo di psiche: non penso che il cinema e quest’opera in particolare dovrebbero sostituire il lavoro dello specialista e di più per le masse, tutt’altro: il cinema come gli antichi aedi potrebbe restituirci un modo di ‘sentire’ più che di ‘ragionare’ e pertanto ci auguriamo di vedere altri lavori simili in futuro, solo un poco più strutturati. 


 

domenica 19 novembre 2023

The Old Oak di Ken Loach

Chi pensa che Loach faccia film ideologici e con l’umanità divisa tra buoni (i poveri, i lavoratori) e cattivi (i ricchi) stavolta troverà filo da torcere per le proprie accuse. Infatti il regista e il suo fido sceneggiatore Paul Laverty tessono un (ottimo) lavoro in cui i nemici degli ultimi sono spesso i penultimi, disumanizzati da una vita di sacrifici e bocconi amari. Ma andiamo con ordine, pur senza svelare troppo della trama.

In un piccolo paese dell’Inghilterra del Nord, che dà proprio sulla costa, arrivano un gruppo di profughi siriani tra cui la giovane fotografa Yara (Ebla Mari). E già quell’incipit fatto di voci fuori campo a commento dell’arrivo del pullman con a immagine solo le foto della giovane, con un punto di vista soggettivo, ci fa pensare a Fellini, certo un Fellini militante ma la mente va pur sempre all’incipit, muto e in bianco e nero, di E La Nave Va, che di certo resta uno dei film più politici del regista italiano.

Ovviamente il film è incentrato sulle difficoltà dell’integrazione, tra profughi spaventati e pieni di cicatrici non solo interiori (sulle quali però vige una delicata ellisse), e gli abitanti di un paesino un tempo relativamente florido per via del lavoro in miniera mancato il quale si è navigato a vista tra le macerie, per così dire. Ci pensa TJ Ballantyne (Dave Turner), proprietario del diroccato pub Old Oak, a cercare di fare ‘la cosa giusta’, sotto forma di un improvvisato ristorante per i poveri del quartiere locali e non.

 


Ma le cose non andranno per il verso giusto, e anche se il finale è agrodolce, perché qualcosa alla fine si muove in senso positivo, tuttavia resta l’amarezza di una difficoltà e diffidenza di fondo nel mostrare la quale Loach non ci fa sconti. Il mio pensiero è andato infatti a quelle manifestazioni contro i centri di accoglienza di cinque o sei anni fa, coi beni destinati ai rifugiati distrutti dagli abitanti dei quartieri poveri delle nostre città.

Realismo quindi, consapevolezza che il bisogno di comunità sicure e floride, di possibilità di sopravvivenza, ma non solo, negati, producono ‘mostri’ dentro ognuno di noi. Ci sono richiami a pellicole passate di Loach, ad esempio la scena di Yara nella cattedrale che ascolta il coro è una esemplificazione di quel ‘vogliamo non solo il pane ma anche le rose’ che campeggiava sugli striscioni dell’omonimo film.

Ma Loach è comunque magistrale anche nel rappresentare i personaggi ‘negativi’, dai ragazzini che bullizzano e filmano in modo esemplificativo un coetaneo siriano accusato di aver seminato il panico tra le ragazze della scuola e più in generale capro espiatorio delle frustrazioni di un sistema scolastico non adeguato ad integrare perché in difficoltà anche in assenza di immigrati, ai clienti di Ballantyne che cercano nel pub e nelle pinte di birra un porto franco dove lasciar fuori le storture del mondo.

 


In questo senso la pellicola è lodevole perché non macchiettizza i personaggi che dipinge ma ne mostra comunque l’umanità, anche quando questa è rattrappita dalle brutture della vita fino a non sentire ragioni. C’è sempre un cuore umano che batte in quei petti, sebbene ferito e pronto a cercare una rivalsa. Non mancano frecciatine a una società che non sa più reagire verso i potenti, ma che si accontenta di attaccare i più deboli accusati di toglierci anche le briciole che i potenti appunto ci lascerebbero.

Ecco che quindi The Old Oak con quell’insegna dalle lettere cascanti è un po’ il simbolo di una umanità che si intestardisce, comunque, a tirare avanti e a realizzare un po’ di solidarietà umana. Se avete frequentato anche solo un poco ambiti dove ci si rimbocca le maniche, sicuramente vi sarete un poco commossi nel vedere le foto di Yara scorrere sulle note della musica siriana e le facce di chi almeno per un po’ si è goduto un pasto gratuito senza doversi vergognare per le proprie difficoltà.

Ma anche se non vi siete mai trovati in mezzo a queste situazioni, vedrete che verrete comunque toccati dall’umanità di tutti i personaggi di questo film, comprenderete le reazioni e le ragioni di tutti o quasi e senza parteggiare vi troverete a riflettere e financo a commuovervi, e questo non ostante le critiche negative dei Cahier du Cinéma. Ma solo la partecipazione a Cannes 2023 certifica di aver assistito, anche quest’anno, a una edizione di qualità se persino un film che non ha ottenuto riconoscimenti è di questa caratura. 

 


lunedì 13 novembre 2023

Lubo di Giorgio Diritti

Nel 1939, durante la seconda guerra mondiale, Lubo Moser (Franz Rogowski, già protagonista tra l'altro di Disco Boy), uno jenisch o ‘zingaro bianco’ come venivano chiamati i nomadi di origine germanica o celtica, viene inviato come soldato al fronte. Nel frattempo la sua famiglia viene smembrata, e la moglie muore in un tragico incidente mentre si ribella alle forze dell’ordine. Lubo allora decide di reagire, ruba l’identità di un fiduciario di alcune famiglie ebraiche – di cui non sa nulla – dopo averlo ucciso e si mescola con la società civile dell’epoca in cerca di informazioni.

Scopre così un giro legato alla pedopornografia – dato che il fondatore dello Hilsfwerk fur die Kinder der Landstrasse aveva appunto ricevuto una condanna per quel tipo di reati – in buona sostanza, ovvero che apparentemente rispettabili uomini appartenenti alla borghesia e con quel tipo di pulsioni le soddisfavano togliendo i figli a chi dalla società non veniva tutelato ma era considerato un pericolo, con l’aggravante delle teorie educative di stampo religioso.

Non è tutto qui: Moser infatti riesce anche a rifarsi una vita con una cameriera ai piani (Valentina Bellé) di uno degli alberghi dove soggiorna sotto mentite spoglie, e da lei ottiene anche un nuovo figlio, che subirà il trattamento dei suoi figli precedenti. Una volta in mano alla giustizia con una accusa pendente per omicidio, seppur sotto insufficienza di prove, Moser cercherà di fare giustizia a modo suo denunciando la rete di pedofili legata all’associazione per l’educazione dell’infanzia di cui era venuto a conoscenza.

Tratto da fatti realmente accaduti e ispirato al libro di Mario Cavatore “Il Seminatore”, il film di Giorgio Diritti ha alcune pecche di sceneggiatura che attribuiscono al protagonista una monodimensionalità che stride con la realtà storica. Moser infatti è sì un uomo che cerca di ricostruire la propria famiglia, ma è anche l’uomo che ha ucciso un innocente e ne ha rubato l’identità condannando così un certo numero di ebrei allo sterminio.

 


E ovviamente nulla dell’impatto che la Storia ha sulla vita del soggetto in questione viene menzionato o mostrato nella pellicola. Anzi, dopo che Moser è venuto a sapere da un uomo che sta indagando sulla vicenda e che nulla sa ancora di lui dell’accaduto, lo si vede nella scena successiva che suona l’armonica incantato dalla propria musica, non esattamente una scelta esemplare, ma piuttosto una estetizzazione forzata che rende poco credibile ciò che avviene in seguito e soprattutto nel finale di cui non anticipiamo nulla.

Sebbene infatti la Confederazione Svizzera dopo una serie di processi si troverà pure a dover risarcire le vittime dello sfruttamento di cui parlavamo, il modo in cui si è arrivato a questa verità appare nel film piuttosto semplificato. Ma come può un uomo ambire alla verità, anche solo per motivi personali, se a sua volta si macchia di un crimine nei confronti di una porzione di umanità e pare per di più non avere nessun rimorso, quando non addirittura una ostilità da anarchico nei confronti delle leggi dello Stato che, però, non gli spetta per mancanza di limpidezza?

Nessuna risposta a queste domande nel film. Ecco che allora Lubo ci sembra un lavoro potenzialmente importante ma pasticciato nella realizzazione. Non sappiamo se per complessità eccessiva dell’opera – che, lo ammettiamo, difficile da realizzare lo dev’essere stata – o se per poca chiarezza delle fonti storiche, dato che non abbiamo letto il romanzo da cui il film è tratto e ce ne dispiace. Ma il dipingere un mondo disperante, senza eroi, sarebbe stato forse meno edificante eppure più realistico.

Certo, si trattava allora di avere nervi saldi e mani, a livello di scrittura, abili, cosa che Diritti e Fredo Valla, autore in proprio di documentari e già collaboratore del regista in Un Giorno Devi Andare di dieci anni fa tra gli altri, dimostrano almeno qui di non possedere del tutto. Non ci sentiamo di sconsigliare a priori la visione dell’opera, importante per temi e comunque interessante come realizzazione, ma vi consigliamo di tenere presenti le nostre critiche prima di sedervi in sala e durante la proiezione.

 


domenica 5 novembre 2023

Il Libro delle Soluzioni di Michel Gondry

Acclamato con la sua opera seconda Se Mi Lasci Ti Cancello (qualcuno dovrebbe punire in un girone infernale apposito chi attribuisce certi titoli in italiano ai film stranieri … ) ovvero Eternal Sunshine of a Spotless Mind, film distopico con Jim Carrey, Kate Winslet, Kirsten Dunst e Mark Ruffalo, come uno tra i migliori autori della sua generazione, capace di accontentare pubblico e critica, Gondry ha proseguito la sua carriera con film come L’Arte del Sogno e Be Kind Rewind.

Non un regista comune, dotato di una fantasia rutilante, fuori dagli schemi. In quest’ultima fatica, intitolata Il Libro delle Soluzioni, Gondry si occupa di metacinema ma lo fa a modo suo, da alieno. E proprio alla musica occorre riferirsi se vogliamo capire meglio di cosa si tratta. C’è una scena in cui il regista Mark Becker (Pierre Niney) guida un’intera orchestra allo scopo di creare i temi dei personaggi e poi una musica d’atmosfera che sembra uscita dalla penna di qualche autore del Novecento.

Ecco, Gondry sembra un Captain Beefheart alle prese con la propria passione per la surrealtà, una surrealtà che non deve molto a Bréton ma tanto alla propria individuale fantasia, per quanto riguarda il rapporto con la materia cinema. Siamo tutti abituati a vedere lavori metacinematografici (“questa masturbazioncella del set nel set” come la chiamava sprezzante Carmelo Bene) che ci ha fornito invero opere notevoli, da Effetto Notte a Otto e Mezzo, e ovviamente quest’opera ne condivide la malinconia di fondo. 


 

Eh sì, perché essere creativi implica una notevole effusione di energie. Non è una cosa per i deboli di cuore. Ma veniamo alla trama. Mark è un regista la cui opera non piace ai produttori. Con l’aiuto delle fide Sylvia (Frankie Wallack), Gabrielle (Camille Rutherford), di cui si innamora, e di Charlotte (Blanche Gardin) riesce a rubare gli hard disk con tutto il girato e a portarlo a casa della matrigna Denise (Françoise Lebrun)

Mark decide inoltre di buttare le sue medicine, quelle con cui sta cercando di curare la depressione. Non vuole più sentirsi manipolato. Due sono quindi le cose che deciderà di fare: finire il film e dedicarsi al Libro delle Soluzioni, un volume che dovrà contenere soluzioni geniali per ogni conflitto. In mezzo, l’acquisto di una casa diroccata per farne il proprio studio di produzione, la nomina a sindaco del paesello di provincia in cui si è arroccato Mark, e la sua storia d’amore con Gabrielle.

Difficile scrivere qualcosa di adeguato per quest’opera cinematografica: la serietà di una recensione stona con l’andamento anarchico e scanzonato, ma non per questo poco significativo, del lavoro di Gondry. Trattare di temi come la malattia mentale e la creatività senza patire il confronto coi grandi del passato era impossibile, e allora Gondry ha scelto una strada obliqua e personale per non trovarsi in difficoltà. Diremmo che è riuscito a farci passare un’ora e mezza piuttosto interessati a capire dove voleva andare a parare, e avere avuto l’attenzione degli spettatori, piuttosto divertiti, non è cosa da poco oggi.