Tratto dal romanzo Fumo sulla Città di Alessandro Leogrande e diretto da un Michele Riondino al suo esordio come regista, Palazzina Laf riprende certi legami col grande cinema di impegno sociale di autori come Elio Petri. Certo, mancano un Gian Maria Volonté, un Salvo Randone o le musiche di un Ennio Morricone, ma ci sono lo stesso Riondino, Elio Germano e per quanto riguarda il commento musicale c’è Mauro ‘Teho’ Teardo, compositore di musica contemporanea che ha già concorso ai David di Donatello, per dire un premio tra i tanti, come autore di musiche da film.
Primo film – ma non prima opera filmica in assoluto: c’era già stato il documentario di Valentina D’Amico La Svolta – Donne contro l’Ilva del 2010 – a parlare di quello che è stato uno se non il primo esperimento di mobbing di gruppo in Italia, distorsione del mondo del lavoro di cui si parla ancora troppo poco forse perché fa ancora troppa paura e forse perché si andrebbe contro la narrazione di un mondo del lavoro in cui anche la stampa più engagé fa fatica a puntare il dito contro certi impresari o certe multinazionali, Palazzina Laf raggiunge parzialmente lo scopo che si è prefissato.
In effetti, come già hanno notato più blasonati colleghi, manca in quest’opera un certo approfondimento dei personaggi che a Petri, per rimanere a un autore che già abbiamo citato, non mancava: qui non vedrete dialoghi intensi e spaesanti tra un Lulù Massa e un Militina, semmai qualche sparso e rado elemento onirico. E se Riondino nell’interpretare Caterino Lamanna e il suo rapporto ambiguo con Giancarlo Basile (Germano) ci dona un personaggio meno ambiguo di quello interpretato da Di Caprio nell’ultima fatica di Scorsese, ancora meno alfabetizzato alla consapevolezza – e non solo – quindi, c’è chi noterà come i simboli religiosi siano ancora elemento da cui si spera, popolarmente, una salvezza concreta e non metafisica.
E’ infatti con un funerale, con quei volti pasoliniani, che inizia la pellicola, per poi proseguire con l’introduzione del protagonista che inveisce contro gli operai che si lamentano davanti alle telecamere per la sicurezza inesistente nell’acciaieria. Caterino lavora in cokeria, perché non sa fare altro. E quando gli viene posta di fronte la possibilità di accedere a una maggior sicurezza economica, lui che si deve sposare con la zingara Anna (Eva Cela) e andare ad abitare in una casa più confortevole, anche se a scapito dei suoi colleghi che dovrà tradire facendo la spia nella palazzina del titolo, dove 70 figure specializzate marcivano in nome di una non meglio specificata riorganizzazione aziendale, non se lo farà ripetere due volte.
Non è cattivo Caterino, semplicemente è un uomo che pensa alle proprie misere tasche e che non sa nemmeno cosa sta facendo, come dimostrerà nel corso del processo il suo atteggiamento col Pubblico Ministero e cogli avvocati. Ed è proprio su questa sua dimensione pre-tragica, da sottoproletario – del resto ce lo ha insegnato già il sopra citato Pasolini che ‘innocente’ non significa ‘innocuo’ – che si innesca una vicenda così come la sua conclusione. Il tutto tra una pioggia quasi rosso sangue, segno di un’atmosfera malsana sia dal punto di vista etico che sul piano meramente materiale, tra sogni rivelatori, tra suoni dissonanti e quella voce che nel ricordare certe sperimentazioni contemporanee apre a uno squarcio di angoscia pura, ma di quella che non diventa mai vera tragedia, perché affinché ci sia dramma, ci deve essere consapevolezza.
Tra sindacalisti di buona volontà, tra invalidi che cercano il loro posto in una società che già tratta male le persone normodotate, figurarsi chi è bisognoso di qualche attenzione in più, tra interessi grandi come il portafogli dei proprietari dell’Ilva e piccoli come i loro cuori, Palazzina Laf ci mostra un mondo kafkiano, che rimpicciolisce gli esseri umani lasciando loro solo qualche fisima a ricordare sintomatologicamente tutto ciò che ha negato loro. Un’opera di impegno civile, come non stanno mancando in questo periodo storico in cui i diritti degli individui come quelli della collettività sono stati prima contrapposti e poi entrambi proditoriamente negati. Qualcuno aveva previsto che sarebbe stato proprio per via delle avverse condizioni politiche che l’arte avrebbe iniziato a riproporsi più attiva di prima. Speriamo che non si tratti solo del classico colpo di coda.















