Titolo ispirato a un celebre scritto di Virginia Woolf, l’ultima fatica cinematografica di Matan Yair è questa coproduzione italo-israeliana, che prevede anche le musiche del nostro Massimo Zamboni, storica chitarra ‘grattuggiata’ dei CCCP Fedeli alla Linea, uno dei più famosi gruppi post punk italiani. Un film che è la storia dell’ingresso nell’età adulta di un diciassettenne, Uri, che vive in una famiglia con madre, sorella (presente solo una volta la settimana col proprio fidanzato), padre (che di lì a poco se ne andrà anche se senza divorziare legalmente) e cane.
Uri dorme in una stanza della casa che la famiglia ha affittato assieme alla madre, da quando questa ha litigato col marito, e la stanza che rimane vuota rimarrà tale a lungo, per non meglio specificate dinamiche di familiarità e abitudini, che però risultano intuibili. Tutto il film ruota attorno a queste dinamiche: quelle familiari, quelle scolastiche, e quelle politiche (attraverso le seconde e le prime).
Uri è un ragazzo introverso i cui pensieri spesso sono ‘strani’. Non migliori né peggiori di quelli socialmente accettati dai coetanei, semplicemente sono pensieri più … individuali. Il fatto è che Uri cerca di affermarli con forza invece di cercare in primis una relazione con l’altro, e per questo spesso si caccia nei guai. Come quando per un compito porta, anziché le foto di un evento storicamente rilevante, le foto della propria madre.
Durante il dibattito voluto comunque dall’insegnante verrà preso in giro dai compagni, e il suo tentativo maldestro di difendersi gli costerà quasi l’espulsione per via di alcuni riferimenti ‘scorretti’ all’Olocausto. Ma non finisce qui. Il fatto che il padre per due anni sparisca impedisce a Uri di partecipare a un viaggio in Polonia a visitare gli ormai destituiti campi di sterminio, con suo grande dispiacere, per motivi burocratici – manca la firma di uno dei genitori in sostanza. Uri per vendicarsi scriverà frasi intimidatorie contro l’insegnante responsabile sul muro della scuola.
Senza rivelarvi altro, credo che da queste righe possiate tutti intuire come la materia sia incandescente. In fondo stiamo parlando di un Paese, come ci ha mostrato in alcuni documentari Eyal Sivan in passato, dove la Storia e i torti subiti per millenni – la schiavitù in Egitto, l’Esodo, la terra promessa, l’Olocausto etc. – hanno un peso e una rilevanza notevole nella costruzione di ogni identità, e ne formano anche la mentalità, per lo più vittimista.
Ma tutto ciò ci è mostrato come in controluce, come in filigrana. Yair non condanna, semplicemente mostra. Dinamiche familiari, dinamiche sociali, dinamiche legate alla crescita individuale. Tutti i personaggi sono umani, anche l’insegnante di ginnastica che ha paura di essere preso in giro per i suoi occhiali, accogliendo così il suggerimento di Uri a inizio film, o che cerca di spiegare ridicolmente ma mettendoci impegno allo stesso Uri le dinamiche familiari servendosi di bastoncini e figure geometriche.
Ecco allora che il divenire adulti ci si mostra per quello che è, ovvero qualcosa che, quando raggiunge un equilibrio, sembra un miracolo, per via di come era accidentato e sistemato in maniera casuale il materiale di partenza. Certo non si tratta di un film dalle grandi speranze, dato il lavoro umile cui accederà il protagonista a fine film, ma quante persone attorno a noi hanno trovato un equilibrio seppur fragile in un modo simile?
Film che parla di persone ‘normali’, senza parlarci di ‘norme’, Una Stanza Tutta per Sé ci mostra che cosa è la crescita senza indicarci una meta precisa, uguale per tutti, e in questo è se non un capolavoro – Pasolini avrebbe forse molto da aggiungere – quanto meno un film onesto su un giovane ragazzo che cerca, tra mille difficoltà, il proprio posto nel mondo e alla fine sembra trovarne uno. Non è un messaggio di speranza: è un messaggio di saggezza. A modo suo …













