Dopo Videocracy del 2009 Gandini, documentarista italo-svizzero, torna in sala in Italia con questo After Work, documentario che mostra le contraddizioni del presente e apre scenari inquietanti sul futuro dell’epoca transumana. Tutto nasce, come spiega una sociologa, dall’etica del lavoro calvinista. Il lavoro duro e di successo allora non era altro che il segno di una predestinazione divina, un anticipo del paradiso in questo mondo, e così lo abbiamo vissuto ovunque a partire dal XVIII secolo o giù di lì.
Espiare il peccato originale dunque. Ma che legame c’è tra mondi distanti e apparentemente contraddittori come la Corea del Sud dove i PC vengono spenti indipendentemente dalla volontà dei lavoratori alle ore 18 con una riduzione da 68 a 52 ore di lavoro alla settimana, gli Stati Uniti dove nel decidere chi assumere conta l’etica del lavoro e non l’istruzione (pur costosissima), e il Kuwait dove le persone si recano sul posto di lavoro senza fare nulla perché la nazione è già ricca per via del petrolio e quindi il posto di lavoro è una farsa?
E ancora, come conciliare la narrazione della nostra Italia come un paese dove si fatica a trovare lavoro quando in realtà i NEET, che sono tali per scelta, sono il 30 per cento della popolazione? Poco importa: intelligenza artificiale e automazione faranno perdere il lavoro a milioni di persone, pertanto come afferma Elon Musk sarà necessario un reddito di base universale per tutti, pena sperequazioni sociali insostenibili per la collettività a ogni angolo del globo.
Questi sono gli argomenti sul piatto, esemplificati da personaggi che danno vita e carne ai concetti: un giardiniere italiano figlio di un padre che per tutta la vita ha idolatrato e inseguito solo le macchine, i cavalli e le belle donne; un workaholic statunitense che fa conferenze per esaltare altri manager delle multinazionali più in voga a diventare come lui; una coppia di ricchi e privilegiati italiani; una donna che ogni giorno porta i pacchi dai magazzini di Amazon in tutte le case ipervigilata.
E ancora: un manager che tesse l’elogio di Hitler in quanto capace di ispirare i propri sottoposti come ogni capo d’azienda dovrebbe fare; uno ‘statale’ kuwaitiano che per il posto fisso ci stava quasi lasciando le penne, ingollando cibo oltre la sazietà non avendo altri interessi da coltivare nel tempo libero; altri lavoratori pescati ai quattro angoli del globo che evidenziano le contraddizioni del mondo del lavoro nelle società attuali, almeno nei paesi sviluppati, o per meglio dire non sfruttati prima dal colonialismo e poi dalla globalizzazione.
Un ritratto di una umanità inquieta e inquietante, che non riesce a uscire dal circolo vizioso lavoro – denaro, e che pare anzi non poter vivere con dignità né dentro né fuori da quel circolo vizioso. Forse l’immagine del labirinto vegetale che il giardiniere italiano coltiva è l’immagine perfetta di questo uomo del nuovo millennio. Sarà possibile, allora, fare penitenza e tornare indietro a ogni passo falso senza aver perso qualcosa di sé nel tragitto? Allo spettatore, e alla sua vita, l’ardua sentenza.













