giovedì 25 luglio 2024

Padre Pio di Abel Ferrara

Non era facile affrontare un personaggio ingombrante e controverso come Padre Pio da Pietrelcina, personaggio cui l’agiografia ecclesiastica ha affidato tramite la devozione popolare il proprio bisogno di consenso e potere in una Italia che, dopo i massacri e le ferite alla popolazione inferte durante la Prima guerra mondiale, sentiva soffiare il cambiamento del socialismo e sperava in una ventata di aria nuova. 

Non c’è bisogno, del resto, di scomodare pellicole come Uomini Contro di Francesco Rosi: le mutilazioni che certi soldati hanno patito in quella che era una guerra di posizione e logoramento, con conseguente perdita di occhi e arti, sono ben presenti in quest’opera del regista de Il Cattivo Tenente e Fratelli. E del resto, cosa assai interessante, sono proprio i soldati sfigurati quelli che si mostreranno più fedeli ai latifondisti e crudeli coi propri simili. 


In mezzo a queste vicende storiche, e al tentativo dei contadini e delle plebi di alzare la testa per mezzo del simbolo della falce e del martello, si colloca la vicenda della crisi spirituale di Padre Pio (Shia Labeouf): uomo preda di allucinazioni mistiche, durante le quali sente rinfacciarsi la propria passione narcisista per le donne o la codardia che lo ha portato a chiedere alle gerarchie di permettergli di non partire per la guerra. 

E se dalle ultime sequenze è chiaro come Pio fosse vittima e carnefice di sé stesso, cosa che possiamo dire senza tema di spoiler, la sua crisi di uomo di fede in una Chiesa che è collusa con il mondo ancora in gran parte feudale nella repressione delle masse popolari (si veda la strage di Monterotondo, qui rappresentata con il classico iperrealismo di Ferrara) non poteva che essere la crisi di un uomo che sembra ignorare come funziona il mondo là fuori, oltre a quello che lo protegge. 


Non vuole o non può? In realtà Pio è durissimo con un uomo – interpretato da Asia Argento, ma si tratta dell’ennesima visione – che gli confessa di provare attrazione erotica per la figlia che sta crescendo, il che lo colloca sicuramente tra chi non è condiscendente col disordine spirituale. Ma sarebbe stato altrettanto duro con chi provoca disordine politico riducendo alla fame il popolo cui egli distribuisce i sacramenti? 

In più di una intervista, Ferrara ha dichiarato di provare ammirazione per l’uomo di Chiesa che in Sud Italia fece addirittura costruire un ospedale per i poveri, tuttavia la memoria corre a King of New York: lì era un uomo di mafia che voleva compiere la stessa opera nella città statunitense, per motivazioni complesse e non tutte nobili, ma proprio per questo non possiamo non ricordare come Abel Ferrara non sia nuovo a figure che hanno uno spessore e che quindi vivono di contraddizioni. 


Vale dunque la pena farsi trasportare da domande destinate a non avere una risposta certa perché come tali sono fatte per sferzare lo spettatore. Ferrara dal canto suo, come sempre, si conferma uomo dei drammi morali e dei paradossi etici, con l’unica variante che ora il suo cinema si sta realmente facendo europeo, come dimostra il (momentaneo?) allontanamento da un cinema identificatorio seppure mai narcisista. 

Com’è diverso Padre Pio dai precedenti Siberia e Tommaso: qui Ferrara non è alla ricerca di sé stesso, e per una volta si concede il lusso di utilizzare il bisturi non verso di sé ma per scandagliare la Storia. Cinema mutante, in mutazione, dove il desiderio si fa più complesso e si organizza per mostrarci la materia viva di cui siamo fatti noi, sfuggendo ai ricatti dell’autodafé e acquisendo in lucidità.

sabato 13 luglio 2024

Non Riattaccare di Manfredi Lucibello

“Peccato!", mi sono detto mentre scorrevano i titoli di coda del film con la canzone di Motta in sottofondo. Le lacrime me le ero già asciugate prima che, nel finalone, tutto virasse verso il massimo consentito dalle sceneggiature in fatto di climax, rendendo l’opera alla fine poco credibile per un accumulo di ostacoli da superare che lo hanno reso eccessivo. 

Peccato perché Non Riattaccare è un’ottima opera seconda con molte frecce al suo arco. In primis il tentativo di recuperare un classico come La Voce Umana (da Cocteau a Rossellini fino ad Almodovar!) in maniera non pedissequa né banale. Poi due attori che qui danno un’ottima prova attoriale (soprattutto Barbara Ronchi, ma anche per Claudio Santamaria non dev’essere stato facile dis-incarnare le angosce e i tormenti di un uomo che vedremo nella sua fisicità solo nel finale, al netto di qualche fotografia sul cellulare di lei). 

Infine tutto il percorso che i due protagonisti compiono per arrivare a capire, poco prima del climax di cui sopra, che sarebbe bastato comunicare per far crollare il castello di dolore e relative torri in cui i due si erano autorinchiusi. Ma andiamo con ordine. Irene e Pietro hanno chiuso una relazione sette mesi fa. Siamo nel 2020, quindi in piena pandemia, col divieto di uscire di casa. Irene dorme da un amico, con quell’amico, fino a quando una telefonata non la sveglia. Sono le quattro del mattino. 

E’ Pietro, ex compagno di Irene, che lascia capire alla donna di essere intenzionato, dopo otto giorni di ritiro dal mondo senza più dire una parola ad anima viva, a compiere un gesto estremo. Irene prende quindi l’automobile dell’amico e si dirige verso la casa di lui, lontana solo un’ora di macchina. Durante il viaggio terrà Pietro al telefono sperando che non compia gesti inconsulti, e nel frattempo dovrà gestire tutte le difficoltà del viaggio. 


Pellicola sospesa tra noir e thriller, con quelle inquadrature che si soffermano per lo più sul volto di Ronchi tranno quando vogliono dare un po’ di contesto al viaggio, sarebbe stato l’esempio perfetto di quello che Volonté intendeva quando ingaggiò la battaglia “del corpo-voce”. Al di là infatti di qualche movimento di macchina ingenuamente estetizzante – la plongée sul volto della donna che dorme a inizio film – la nostra protagonista ha praticamente quasi solo il volto e la voce per esprimere, trattenere, dissimulare emozioni, esplodere o cercare di calmare la persona che ha all’altro capo dell’apparecchio. 

E’ un corpo a corpo emotivo quello tra i due personaggi. Pietro cerca a tutti i costi di arrivare a un ‘dunque’, mentre per quasi tutto il viaggio Irene afferma che è più importante ‘andare avanti’. Ci sono momenti in cui la donna scoppia per non dover affrontare di nuovo il dolore, dolore da cui Pietro invece è sopraffatto al punto da essere scisso tra il desiderio di farla finita e quello di ricucire il ricucibile, a ogni costo. 

Ed è proprio perché i due protagonisti alla fine riescono a far crollare il muro del dolore dimostrando che comunicare è più importante del timore della sofferenza, che ci dispiace per quel pastrocchio di finale dove entrambi devono lottare contro i limiti della fisica, quasi. Da un lato se ne capisce il senso: si vuole evitare di costruire un’opera fintamente edificante, dall’altro però si mette a durissima prova la sospensione dell’incredulità. 

Non ci sentiamo però di sconsigliare la visione di questo film: si tratta infatti di un’opera sincera e di ottima fattura, e non ha senso privarsi di un proprio percorso a fianco dei due protagonisti e delle ‘comparse’ che Irene incontrerà nel suo viaggio notturno. E’ raro trovare pellicole che non si limitino a ‘mostrare’ ma che consentono a chi guarda di identificarsi, e quest’opera ci riesce magnificamente. Vale allora la pena soprassedere sulle ultime inquadrature e su certe sbavature per arrivare, tramite questa pellicola, ancora una volta, a una qualche forma di essenza  



domenica 30 giugno 2024

Animali Randagi di Maria Tilli

Era dai tempi di Paris, Texas che non vedevo un road movie così doloroso e sentito. Chiariamoci subito, non sto paragonando l’arte di Maria Tilli a quella di Wim Wenders, dato che ognuno dei due registi utilizza stilemi in parte simili per ottenere effetti diversi. Diverse sono anche le epoche in cui le due pellicole sono state realizzate, e quindi la sensibilità e persino la materia filmica non può essere la stessa. 

Eppure. Eppure ci starebbe anche il paragone con Dead Man di Jarmusch, perché anche questo Animali Randagi è un viaggio verso la morte con accompagnatori. Vi prego, non lamentatevi per lo spoiler, siate meno meschini di così. In fondo, che per Emir (Ivan Franek) questo sia l’ultimo viaggio è pacifico e dichiarato nella prima parte del film. Come potrebbe essere altrimenti per un malato di tumore allo stadio terminale? 

Toni (Giacomo Ferrara) e Luca (Andrea Lattanzi), due prodi (si fa per dire) conduttori di ambulanza che nel tempo libero si fanno di tutto e di più (dalla cocaina agli acidi alle paste) saranno informalmente incaricati, per una modica cifra da dividersi, di portare l’uomo in Serbia assieme alla figlia Maria (Agnese Claisse), che col padre ha un rapporto ricucibile ma non necessariamente facile. 

I tempi morti sono la chiave per apprezzare e capire il film. Non tanto per prendere la decisione se fare o no il rischioso viaggio (in fondo i soldi fanno sempre comodo) quanto per percepire come quella decisione possa cambiare i protagonisti, così come i dialoghi nel bungalow mentre si attende la riparazione dell’ambulanza a seguito di un non grave incidente. 


“Siete animali domestici, non avete mai avuto a che fare con la libertà, per questo non sapete che cosa fare della vostra vita in questo momento” ammonisce Emir i due accompagnatori fatti di acido ma forse proprio per questo più ‘aperti’ alle parole del loro compagno di viaggio. E poi la meta, la donna che spiega la procedura da seguire (in silenzio e in segreto), l’ultima serata d’addio in una festa di paese, accompagnata da un falò in cui si bruciano senza rimorsi i resti di una vita. 

Cosa resta? Ebbene, resta il viaggio di ritorno (in treno dato che l’ambulanza è fottuta, troppo usurata già in partenza), il silenzio, perché i nostri protagonisti non sono due eroi che improvvisamente prenderanno in mano le proprie vite dopo aver fatto i conti con la morte, ma la possibilità di fare i conti c’è (e forse anche il desiderio). 

Film antiretorico, dove anche la musica, curata da Alessandro Grasso e Daniele Rienzo, con quei pensosi e introversi intrecci di chitarre acustiche arpeggiate o suonate col bottleneck – capite adesso? – si adegua a una introversione necessaria, probabilmente piacerebbe, per opposizione o assonanza, ai registi tedesco e statunitense citati in apertura di recensione. 

Immagini spesso statiche, movimenti di macchina essenziali, bandito ogni virtuosismo registico e attoriale, tutto il film è un lavoro sapiente che si svolge per sottrazione sotto i nostri occhi. C’è anche spazio per i sentimenti, ma senza pigiare troppo l’acceleratore: fanno parte della vita, non la redimono. Almeno, questo è ciò che appare sotto i nostri occhi …  



domenica 23 giugno 2024

L'Amante dell'Astronauta di Marco Berger

Aveva ragione Oscar Wilde: mettete a qualcuno una maschera, e quel qualcuno vi dirà la verità (era così la citazione, più o meno?). Solo che in questo caso la maschera è quella dell'eterosessuale che vuole sedurre un coetaneo gay. E' estate, un gruppo di amici con cugini e compagne si ritrova in una casa vicino a un bosco per trascorrere un periodo tranquillo, ed ecco che Pedro e Max, che si conoscono da quando sono bambini, iniziano ad appiccicarsi l’uno all’altro come francobollo e busta postale. 

Pedro è omosessuale, anche se ha avuto qualche avventura con delle donne (ma come sottolinea, questo non fa di lui un uomo meno gay: si è infatti concesso perché in termini identitari non aveva nulla da perdere). Max è etero anche se tutte le sue ragazze, in particolare Sabrina, la sua ultima girlfriend, sostengono che lui sia molto meno ‘straight’ di quanto sostenga. 

I due iniziano così un balletto, inizialmente per puro divertimento (a un certo punto diranno ‘per gioco’ a tutti di essersi messi assieme) che poi sfocerà in qualcosa di diverso dal gioco. Alla sua decima pellicola, ma prima ad arrivare sugli schermi italiani, Marco Berger ci sciorina davanti agli occhi una storia d’amore omosessuale non banale – ci sono appunto in gioco le maschere, i ruoli sociali, e quelle domande sull’identità, su cosa significhi essere etero o essere omosessuali. 

C’è anche un po’ di BDSM, nel senso che a un certo punto i due ragazzi stabiliscono, irretiti dal loro stesso gioco, di scegliere una safe word per poter ‘uscire’ dalla trappola che loro stessi si stanno tendendo e poter parlare sinceramente. E’ interessante questa pellicola, soprattutto perché le reazioni dei compagni o meglio degli spettatori al ‘gioco’ lasciano ben sperare, per un futuro meno omofobo, meno esclusivo. 


Si potrebbe forse rinfacciare all’autore di giocare troppo con l’opera sentimentale e col feuilleton, dato che questo film è tutto sommato un lavoro che ci mostra il lento calarsi dei protagonisti nel loro ruolo di amanti senza nulla concedere a, né interrogare il, voyerismo dello spettatore. Sarebbe insomma stata una pellicola più interessante se avesse giocato con l’eventuale omofobia di uno spettatore più che altro per l’abitudine di vedere al cinema storie d’amore tra un uomo e una donna, o al massimo tra due donne. 

Il finale pertanto può lasciare un po’ delusi i palati più fini, quelli che si sarebbero appunto aspettati un gioco più di fino con lo spettatore, anche perché nella mia sala, quella dove io ho assistito alla proiezione, diverse persone se la sono telata scandalizzate dall’esplicito flirt tra i due uomini – e la cosa ha dato fastidio più a delle donne, da quel che ho potuto notare. 

Non sto sostenendo una tesi secondo la quale il film avrebbe dovuto essere meno crudo e più fiorellini e farfalle, dico al contrario che il gioco con lo spettatore avrebbe potuto essere ancora più ingaggiante e sfidante. Per il resto, come diceva Robin Williams in La Leggenda del Re Pescatore di Terry Gilliam, “non c’è spazzatura nei sentimenti”, pertanto consiglio di godere di questa pellicola senza particolari schemi e senza pretese, solo tenendo presente le limitazioni da me suggerite in questa sede.



domenica 16 giugno 2024

L'Impero di Bruno Dumont

Eppure, dopo essere arrivati al 'dunque' e infine ai titoli di coda, ho provato della rabbia per Dumont, regista che negli anni Novanta è stato tacciato di tutto e di più per via di quel suo film che ancora non sono riuscito a recuperare, L'Humanité, di cui lessi peste e corna su forum e recensioni, per una sua presunta inaccettabile crudezza, e quindi, dopo aver visto almeno P’tit Quinquin, una volta in sala con una nuova opera che per di più prometteva di essere una semi-parodia di Guerre Stellari, ho deciso di dargli una possibilità. 

Ora, l'idea è ottima: ri-giri Star Wars ambientandolo nella periferia francese, tra mucche e granchi, ma il punto fondamentale per rendere un’opera filmica (diciamo un’opera d’arte in generale) notevole è che il creatore ci deve credere. Non basta infatti creare una operazione anticommerciale e per di più parodistica di un genere amato dal pubblico per comprendere perché la gente si affeziona a quel genere di operazioni, ad esempio. 

Tanto più che l’idea di contrapporre bene e male poteva essere intrigante, ci si fosse sforzati per articolarla un po’ di più. Anche l’amore (o il sesso, fate voi) che sfocia tra i due principali antagonisti (nemici come alieni, ma attratti irresistibilmente in quanto abitanti di corpi umani) sarebbe stato interessante come spunto da approfondire, così come quelle astronavi che all’interno sono chiese è una nota visivamente efficace. 

Eppure no: Dumont ha deciso di confezionare un lavoro lento, privo di ritmo e nerbo e con un finale tirato via giusto per chiudere l’opera lasciando la Terra intatta, ma che non ha nessuna valenza né sul piano dell’azione né sul piano simbolico (bene e male che lottando si annullano?). E così l’autore di Coincoin et les Z’inhumains sforna un prodotto freddo e poco sentito. Ed è un peccato. 


Un peccato perché confrontarsi col cinema commerciale è sempre una sfida. Un peccato perché si poteva iniettare in quel cinema commerciale sangue vivo, dalla sessualità che in quel tipo di opere è assente (perché sono prodotti ‘per famiglie’?) a una riflessione su bene e male non banale. Si poteva infine lavorare sui codici per sovvertirli, per produrre altro. Invece ho visto un’operazione fruendo la quale il poco pubblico presente in sala si addormentava. 

Ma cinema d’autore e fantascienza sono davvero antinomici o difficili da conciliare? Al netto delle dichiarazioni recenti di Lynch sul suo Dune, esistono almeno un paio di risultati perfettamente riusciti, ovvero il 2001 di Kubrick e la sua risposta sovietica Solaris di Tarkovskij, per non parlare poi di Blade Runner, che non ostante le varie versioni attraverso cui è passato prima di arrivare al director’s cut risulta un lavoro notevole sotto tutti i punti di vista o, tornando più indietro, il famoso L’Invasione degli Ultracorpi di cui sono stati fatti anche diversi remake. 

Certo, poter enumerare quattro risultati notevoli in oltre un secolo (ma sicuramente ho tralasciato qualcosa) in cui comunque la fantascienza ha prodotto opere notevoli soprattutto su carta, è scoraggiante, ma varrebbe la pena riflettere sul perché. Suggerisco modestamente che non è facile riflettere sul ruolo che la tecnica e la tecnologia hanno nelle nostre vite e come ci modificano, per cui alle opere già citate vale la pena aggiungere certi lavori del primo Cronenberg, che se pur siano body horror più che sci-fi, comunque con la tecnologia applicata all’essere umano hanno molto a che fare. 

E allora vale la pena ripercorrere queste filmografie allo scopo di porci quanto meno dei problemi, sollevare domande, alimentare dibattiti culturali, pur a partire da un’operazione spompa come L’Impero. Forse chiediamo troppo a un lavoro che parte da intenti polemici, ma si sa che è solo puntando in alto che riusciremo a ottenere, in futuro, qualcosa di più. Per il mentre, una visione disinteressata di quest’opera, a puro scopo conoscitivo, non vedo perché negarla comunque …



domenica 9 giugno 2024

Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos

Un uomo succube del proprio datore di lavoro il quale, in cambio di benefits aziendali come la racchetta rotta da McEnroe durante il più famoso torneo della sua vita, deve sottostare a tutta una serie di ordini tra cui quello di provocare un incidente d’auto mortale. Un uomo che ritrova la moglie dispersa in un tragico incidente di lavoro che inizia a sospettare la donna ritrovata non sia veramente sua moglie, e che nello stesso tempo si scopre attratto dalla carne umana. 

Infine, una donna parte di una delle mille sette pseudoreligiose statunitensi che forse ha trovato la donna che può riportare in vita i morti. Queste le trame dei tre mediometraggi che compongono l’ultima fatica di Yorgos Lanthimos e del suo fedele, ritrovato sceneggiatore Efthymis Filippou. Assieme ovviamente agli attori cardine del progetto Poor Things!, ovvero Emma Stone, Sarah Margaret Qualley (già con Tarantino ed Ethan Coen) e Willem Dafoe. 

Sarebbe bello pensare che dopo la sbornia di successo del precedente Povere Creature! il Nostro sia tornato al cinema ‘strano’ e cupo delle origini, e così è almeno sulla carta. Almeno sulla carta. Non fraintendeteci, il film è interessante e ricco di spunti, di humor nero e di tutte le cose che i due, regista e sceneggiatore, hanno centellinato nel corso di un ventennio. 

Si respira la stessa libertà dalla verosimiglianza de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ad esempio. Come le relazioni distorte di Dogtooth. Ma non possiamo notare che ci sia qualcosa di ‘piacionesco’ in quest’ultimo Lanthimos, che pur rimanendo un regista ‘non per tutti’ – non possono quindi esserci esodi da parte dei vecchi fans gelosi di aver perso un segreto ben custodito – ha diluito il suo geist per motivi più che comprensibili. 


E’ un momento particolare per l’arte questo 2024. Già musicalmente, quest’anno – si veda il mio altro blog Complete Communion – noto che gli artisti abbiano smesso di graffiare se non a livello superficiale – una Kim Gordon avrà sempre i valvolari aperti al massimo, così come una Beth Gibbons spingerà sempre sull’acceleratore del dramma, ma – ma manca la volontà di far sì che l’arte smetta l’autoreferenzialità non nei temi – quello di Lanthimos è un ritratto impietoso degli Stati Uniti di oggi – bensì nella forma. Mancano quelle svisate, quei disequilibri che per anche poco meno di un secondo fanno irrompere la vita vera nelle opere d’arte. 

Non credo che un artista, oggi, abbia voglia di mettersi a nudo – perché poi? – anche solo per pochi istanti, magari emozionando un pubblico che poi, finita la visione, torna a obbedire al proprio capoufficio o al proprio marito (o moglie), pur con tutti i dissidi del caso, come è tipico di società bloccate come lo sono quelle occidentali – bloccate a livello di ascensore sociale, a livello di permeabilità di valori, di contaminazioni, etc. – e stiamo parlando della parte ancora privilegiata del mondo. 

Tutto ciò non mi ha impedito di godermi la visione dell’opera, solo che mentre guardavo quelle immagini oltre che coglierne l’aspetto metaforico e attendere un poco perché quell’aspetto si facesse carne viva – cosa che è avvenuta, non subito ma è avvenuta – mi domandavo che citazioni non avessi colto da altre opere d’arte, cinematografiche o meno. Domande da critico insomma, critico che certe carrellate hanno fatto sobbalzare ad esempio. 

Ma quello che conta è che tutto sommato siamo tutti in bolle più o meno scomode e l’arte non colpisce più come un treno deragliandoci come è avvenuto dagli anni Cinquanta in poi fino a pochi decenni or sono – diciamo 2010? – quando, anziché progettare una società inclusiva dove godere tutti delle stesse insoddisfazioni bene o male c’era la richiesta di una società semplicemente non esclusiva dove sperimentarsi, da soli o a piccoli o grandi gruppi. 


Mi perdonerete pertanto se vi ho rubato tempo rispetto al compito di questo scritto che doveva essere recensire, ma ritengo che almeno un paio di tracce relative a un problema che riguarda noi come pubblico e la nostra influenza non irrilevante sul lavoro degli artisti che amiamo andavano condivise e lasciate a macerare nell’animo di chi mi legge. 

Detto questo, ho provato piacere nel vedere un attore come Willem Dafoe ancora sulla cresta dell’onda sebbene un po’ schiacciato da una regia – ma non si può essere sempre anarchici e/o luciferini – attenta a far risaltare quello che una volta si sarebbe definito ‘il significato’, sebbene virato in salsa bolaniana, come nel vedere una Emma Stone versatile come al solito e una regia e fotografia che richiederebbero una analisi attenta o forse no, visto che sono tre anni che non vedo un film brutto da questi punti di vista e sto aspettando la svisata che vada oltre il bello o il ben fatto. 

Svisata che non arriva. In un’epoca dove è difficile trovare chi azzarda qualcosa di poco professionale per raccogliere facili consensi – siamo tutti ormai troppo consapevoli per farci prendere in giro con uscite di bocca buona – quello che manca è appunto l’ignoranza – quella di cui parlava Sun Ra, il bandleader e pianista – da cui possa uscire qualcosa di individuale e unico. Quel mix di apprendimento e dimenticanza che invocava Carmelo Bene, nemico dichiarato del cinema, che pure ha frequentato a lungo. 

E allora chiudo questa divagazione ricordandovi che quando troveremo un’operazione filmica originale, strana, per usare una parola abusata, che crea disagio, giusto per utilizzare un altro termine preso dal linguaggio quotidiano, saremo di fronte a qualcosa di non previsto, e quindi a una operazione geniale per come ha raggiunto il business e da tenerci stretta. Per ora ben vengano opere come questo ultimo, un po’ annacquato, Lanthimos, almeno fino a che gli artisti non sentano, nei nostri desideri di spettatori, aria nuova.



domenica 19 maggio 2024

Ritratto di un Amore di Martin Provost

 La visione di questa pellicola mi ha ricordato quella de La Bella Estate di Laura Lucchetti dello scorso anno. Lì c’era un chinare il capo della diversità nei confronti della massa (fascista) non tanto convinto, nel senso che in quest’oggi in cui viviamo tensioni simili si potrebbe pensare che ‘è la vita che è fatta di sacrifici’, qui invece, in questa pellicola, c’è una strana commistione di elementi contemporanei e altri, diciamo, non completamente masticati e digeriti, pensati quindi. 

Pierre Bonnard (Vincent Macaigne) è un pittore post-impressionista, autore anche di scenografie teatrali, illustrazioni e litografie (che non vengono mai mostrate nel corso della messa in scena cinematografica purtroppo) e condivide lo studio (nel film invece vive in solitaria) con altri due pittori del gruppo degli ‘indépendents’, artisti che non si piegano alle avanguardie e arriva a colpire e ispirare persino Henri de Toulouse-Lautrec. 

Nella sua attività di pittore arriva a conoscere come modella e a innamorarsi di Marthe (Cécile de France), con cui instaura una relazione che, seppure mai arrivata agli sponsali, proseguirà per tutta la vita di lei. Pierre ha una mecenate, Misia (Anouk Grinberg) che forse è stata anche sua amante, modella e provetta pianista che, morto il ricco marito, abbandonerà la sua arte per rinchiudersi in relazioni con uomini facoltosi che però le tarperanno le ali creative.

 


Ecco, c’è un momento di forte tensione nel film, appunto, quando Marthe e Misia litigano nella casa sul fiume fuori Parigi dove la donna più giovane vive col pittore, in cui la ragazza rinfaccia alla ricca donna di aver rinunciato alla propria arte per farsi mantenere, che è tutto contemporaneo. Mentre il legame a tre con una giovane studentessa che poi, rifiutata da Pierre, si toglierà la vita, è affrontato con timidezza e poca convinzione. 

E così ci si trova di fronte ad un’opera cinematografica che, giustamente, dovrebbe vivere di tensioni contemporanee – tutte le opere d’arte parlano dell’oggi, anche quelle antiche – ma lo fa in maniera non sempre convinta. Spiace anche che lo stile pittorico di Bonnard e le sue altre attività ‘collaterali’ vengano poco esplicitate, perché c’è stato sicuramente un intreccio tra arte e vita che ha solo del didascalico in questa proposta. 

Non fraintendetemi, per due ore rimarrete comunque incollati allo schermo perché i personaggi hanno comunque una loro magneticità e un loro fascino, proprio perché ci raccontano di una vita alternativa alla nostra, non fatta di cartellini da timbrare e stipendi fissi – ci sono ancora, a proposito? – e giornate che passano tutte uguali, con tutti i rischi del caso, compreso quello di avvicinarsi alla morte. 


Sarà per questo che la gente comune rifiuta l’arte e cerca modelli di vita meno ambiziosi anche se più noiosi? Questo il film non lo dice, e non pone nemmeno questa domanda, anche se sarebbe stato interessante lo facesse: si limita a farci annusare l’aria della libertà senza però mostrarci come ci si prendono responsabilità e oneri, che non mancano, ma è tutto come pervaso dall’atmosfera di un sogno, quello appunto della messa in scena, il che conferisce alla pellicola qualcosa di ambiguo e incompiuto. 

Ecco, diciamo che il film soffre di una intenzionalità non limpida, gli manca un quid di capacità di rivendicare un modo di vivere e un mondo che non è il nostro e non ce lo sbatte in faccia con coraggio; alla fine pertanto non si capisce perché qualcuno dovrebbe vivere come pittore. Non si parla dell’ispirazione, di come essa ti cambia, di quali prospettive apra e quali chiuda … insomma, non si capisce perché qualcuno dovrebbe affrontare quella strada nella propria vita. 

Eppure una certa, diciamo, fragranza, si percepisce, e allora vale la pena perdere due ore della propria vita sapendo però che si uscirà con più domande che risposte, senza che questo fosse lo scopo della pellicola, che è quello di raccontare una storia d’amore, forse il mito dell’amore, tra due soggetti liberi dalle convenzioni sociali ma la cui libertà non sappiamo se sia stata esplorata fino in fondo.