lunedì 27 novembre 2023

La Chimera di Alice Rohrwacher

Arthur (Josh O’Connor) è appena uscito di prigione. Non ha voglia di rivedere i suoi vecchi amici che lo hanno lasciato catturare dai carabinieri mentre faceva il palo per loro, tombaroli – ovvero trafugatori di materiali prelevati da tombe etrusche – di ‘professione’. Vuole solo tornare nella sua dimora, una casetta di amianto, lavarsi ed essere lasciato in pace. Ma Arthur ha un dono prezioso: “sente” dove sono le tombe e sa indicare con precisione dove iniziare a scavare. Non può dunque essere lasciato in disparte.

Ogni tanto va a trovare Flora (Isabella Rossellini), madre della amata e perduta per sempre Beniamina (Yile Yara Vianello), la quale ha preso sotto la sua ala protettrice Italia (Carol Duarte) che, senza farsi accorgere, tiene un paio di bimbi in casa, con la scusa di pagare all’anziana donna con la servitù le proprie lezioni di canto. Arthur presto si fa convincere a tornare in affari coi vecchi amici per un tale Spartaco, ricettatore da loro mai visto in faccia nel cui studio portano quanto rubato dalle antiche tombe, non ostante la paura per gli spiriti dei morti.

Ma presto una immensa tomba con la statua in marmo di una importante divinità verrà trovata, e a questo punto alla storia viene impressa una svolta. Non vi raccontiamo di più ma vi anticipiamo solo che questo La Chimera è di fatto un film allegorico, dove la vita semplice di chi è senza denaro ma è in contatto col sacro e col mistero viene contrapposta alla fame di ricchezza che toglie umanità e spessore alle persone che abita, pasolinianamente.

 


Tuttavia l’intento allegorico di cui sopra a volte prevale sul racconto e gli elementi fantastici perdono di conseguenza forza. Apprezziamo moltissimo lo sforzo ma questo equilibrio era a nostro avviso più riuscito nella pellicola precedente di Rohrwacher, ovvero Lazzaro Felice del 2018. Eppure non ostante ciò ci sentiamo di esprimere un plauso per la pellicola, sapendo che siamo in Italia nel 2023 e che aver realizzato un’opera del genere oggi non dev’essere stato affatto facile.

Ci teniamo pertanto volentieri dubbi e perplessità in attesa di vedere come evolverà il lavoro della regista, potenzialmente molto interessante al punto da aver portato questo capitolo fino a Cannes quest’anno, dove, pur essendo stato in concorso per la Palma d’Oro, si è accontentato del non disprezzabile premio AFCAE – se ne è insignito in passato Parasite di Bong Joon-Ho. Il legame con la spiritualità forse andava indagato in maniera più approfondita, ma il fatto che oggi ancora se ne senta il bisogno ci pare ottima cosa.

Come affermava Jung e come nota l’antropologia, infatti, i nostri avi avevano un legame con il mondo dei morti e della fantasia, e il fatto di averlo superato potrebbe significare per la nostra contemporaneità solo l’aver reciso i legami con quella dimensione, e non averla assorbita e trasformata. Ben venga pertanto un lavoro come quello qui in esame dove si cerca, forse in maniera un poco naif, forse con una convinzione da rafforzare, di tornare un poco indietro nel tempo e di verificare se la nostra psiche di uomini contemporanei non abbia rinunciato a qualcosa di importante.

Il cinema può del resto servire anche a questa operazione, che è simbolica e quindi molto diversa da ciò che si fa sul lettino dell’analista. Non me ne voglia quindi il lettore se parlo di psiche: non penso che il cinema e quest’opera in particolare dovrebbero sostituire il lavoro dello specialista e di più per le masse, tutt’altro: il cinema come gli antichi aedi potrebbe restituirci un modo di ‘sentire’ più che di ‘ragionare’ e pertanto ci auguriamo di vedere altri lavori simili in futuro, solo un poco più strutturati. 


 

domenica 19 novembre 2023

The Old Oak di Ken Loach

Chi pensa che Loach faccia film ideologici e con l’umanità divisa tra buoni (i poveri, i lavoratori) e cattivi (i ricchi) stavolta troverà filo da torcere per le proprie accuse. Infatti il regista e il suo fido sceneggiatore Paul Laverty tessono un (ottimo) lavoro in cui i nemici degli ultimi sono spesso i penultimi, disumanizzati da una vita di sacrifici e bocconi amari. Ma andiamo con ordine, pur senza svelare troppo della trama.

In un piccolo paese dell’Inghilterra del Nord, che dà proprio sulla costa, arrivano un gruppo di profughi siriani tra cui la giovane fotografa Yara (Ebla Mari). E già quell’incipit fatto di voci fuori campo a commento dell’arrivo del pullman con a immagine solo le foto della giovane, con un punto di vista soggettivo, ci fa pensare a Fellini, certo un Fellini militante ma la mente va pur sempre all’incipit, muto e in bianco e nero, di E La Nave Va, che di certo resta uno dei film più politici del regista italiano.

Ovviamente il film è incentrato sulle difficoltà dell’integrazione, tra profughi spaventati e pieni di cicatrici non solo interiori (sulle quali però vige una delicata ellisse), e gli abitanti di un paesino un tempo relativamente florido per via del lavoro in miniera mancato il quale si è navigato a vista tra le macerie, per così dire. Ci pensa TJ Ballantyne (Dave Turner), proprietario del diroccato pub Old Oak, a cercare di fare ‘la cosa giusta’, sotto forma di un improvvisato ristorante per i poveri del quartiere locali e non.

 


Ma le cose non andranno per il verso giusto, e anche se il finale è agrodolce, perché qualcosa alla fine si muove in senso positivo, tuttavia resta l’amarezza di una difficoltà e diffidenza di fondo nel mostrare la quale Loach non ci fa sconti. Il mio pensiero è andato infatti a quelle manifestazioni contro i centri di accoglienza di cinque o sei anni fa, coi beni destinati ai rifugiati distrutti dagli abitanti dei quartieri poveri delle nostre città.

Realismo quindi, consapevolezza che il bisogno di comunità sicure e floride, di possibilità di sopravvivenza, ma non solo, negati, producono ‘mostri’ dentro ognuno di noi. Ci sono richiami a pellicole passate di Loach, ad esempio la scena di Yara nella cattedrale che ascolta il coro è una esemplificazione di quel ‘vogliamo non solo il pane ma anche le rose’ che campeggiava sugli striscioni dell’omonimo film.

Ma Loach è comunque magistrale anche nel rappresentare i personaggi ‘negativi’, dai ragazzini che bullizzano e filmano in modo esemplificativo un coetaneo siriano accusato di aver seminato il panico tra le ragazze della scuola e più in generale capro espiatorio delle frustrazioni di un sistema scolastico non adeguato ad integrare perché in difficoltà anche in assenza di immigrati, ai clienti di Ballantyne che cercano nel pub e nelle pinte di birra un porto franco dove lasciar fuori le storture del mondo.

 


In questo senso la pellicola è lodevole perché non macchiettizza i personaggi che dipinge ma ne mostra comunque l’umanità, anche quando questa è rattrappita dalle brutture della vita fino a non sentire ragioni. C’è sempre un cuore umano che batte in quei petti, sebbene ferito e pronto a cercare una rivalsa. Non mancano frecciatine a una società che non sa più reagire verso i potenti, ma che si accontenta di attaccare i più deboli accusati di toglierci anche le briciole che i potenti appunto ci lascerebbero.

Ecco che quindi The Old Oak con quell’insegna dalle lettere cascanti è un po’ il simbolo di una umanità che si intestardisce, comunque, a tirare avanti e a realizzare un po’ di solidarietà umana. Se avete frequentato anche solo un poco ambiti dove ci si rimbocca le maniche, sicuramente vi sarete un poco commossi nel vedere le foto di Yara scorrere sulle note della musica siriana e le facce di chi almeno per un po’ si è goduto un pasto gratuito senza doversi vergognare per le proprie difficoltà.

Ma anche se non vi siete mai trovati in mezzo a queste situazioni, vedrete che verrete comunque toccati dall’umanità di tutti i personaggi di questo film, comprenderete le reazioni e le ragioni di tutti o quasi e senza parteggiare vi troverete a riflettere e financo a commuovervi, e questo non ostante le critiche negative dei Cahier du Cinéma. Ma solo la partecipazione a Cannes 2023 certifica di aver assistito, anche quest’anno, a una edizione di qualità se persino un film che non ha ottenuto riconoscimenti è di questa caratura. 

 


lunedì 13 novembre 2023

Lubo di Giorgio Diritti

Nel 1939, durante la seconda guerra mondiale, Lubo Moser (Franz Rogowski, già protagonista tra l'altro di Disco Boy), uno jenisch o ‘zingaro bianco’ come venivano chiamati i nomadi di origine germanica o celtica, viene inviato come soldato al fronte. Nel frattempo la sua famiglia viene smembrata, e la moglie muore in un tragico incidente mentre si ribella alle forze dell’ordine. Lubo allora decide di reagire, ruba l’identità di un fiduciario di alcune famiglie ebraiche – di cui non sa nulla – dopo averlo ucciso e si mescola con la società civile dell’epoca in cerca di informazioni.

Scopre così un giro legato alla pedopornografia – dato che il fondatore dello Hilsfwerk fur die Kinder der Landstrasse aveva appunto ricevuto una condanna per quel tipo di reati – in buona sostanza, ovvero che apparentemente rispettabili uomini appartenenti alla borghesia e con quel tipo di pulsioni le soddisfavano togliendo i figli a chi dalla società non veniva tutelato ma era considerato un pericolo, con l’aggravante delle teorie educative di stampo religioso.

Non è tutto qui: Moser infatti riesce anche a rifarsi una vita con una cameriera ai piani (Valentina Bellé) di uno degli alberghi dove soggiorna sotto mentite spoglie, e da lei ottiene anche un nuovo figlio, che subirà il trattamento dei suoi figli precedenti. Una volta in mano alla giustizia con una accusa pendente per omicidio, seppur sotto insufficienza di prove, Moser cercherà di fare giustizia a modo suo denunciando la rete di pedofili legata all’associazione per l’educazione dell’infanzia di cui era venuto a conoscenza.

Tratto da fatti realmente accaduti e ispirato al libro di Mario Cavatore “Il Seminatore”, il film di Giorgio Diritti ha alcune pecche di sceneggiatura che attribuiscono al protagonista una monodimensionalità che stride con la realtà storica. Moser infatti è sì un uomo che cerca di ricostruire la propria famiglia, ma è anche l’uomo che ha ucciso un innocente e ne ha rubato l’identità condannando così un certo numero di ebrei allo sterminio.

 


E ovviamente nulla dell’impatto che la Storia ha sulla vita del soggetto in questione viene menzionato o mostrato nella pellicola. Anzi, dopo che Moser è venuto a sapere da un uomo che sta indagando sulla vicenda e che nulla sa ancora di lui dell’accaduto, lo si vede nella scena successiva che suona l’armonica incantato dalla propria musica, non esattamente una scelta esemplare, ma piuttosto una estetizzazione forzata che rende poco credibile ciò che avviene in seguito e soprattutto nel finale di cui non anticipiamo nulla.

Sebbene infatti la Confederazione Svizzera dopo una serie di processi si troverà pure a dover risarcire le vittime dello sfruttamento di cui parlavamo, il modo in cui si è arrivato a questa verità appare nel film piuttosto semplificato. Ma come può un uomo ambire alla verità, anche solo per motivi personali, se a sua volta si macchia di un crimine nei confronti di una porzione di umanità e pare per di più non avere nessun rimorso, quando non addirittura una ostilità da anarchico nei confronti delle leggi dello Stato che, però, non gli spetta per mancanza di limpidezza?

Nessuna risposta a queste domande nel film. Ecco che allora Lubo ci sembra un lavoro potenzialmente importante ma pasticciato nella realizzazione. Non sappiamo se per complessità eccessiva dell’opera – che, lo ammettiamo, difficile da realizzare lo dev’essere stata – o se per poca chiarezza delle fonti storiche, dato che non abbiamo letto il romanzo da cui il film è tratto e ce ne dispiace. Ma il dipingere un mondo disperante, senza eroi, sarebbe stato forse meno edificante eppure più realistico.

Certo, si trattava allora di avere nervi saldi e mani, a livello di scrittura, abili, cosa che Diritti e Fredo Valla, autore in proprio di documentari e già collaboratore del regista in Un Giorno Devi Andare di dieci anni fa tra gli altri, dimostrano almeno qui di non possedere del tutto. Non ci sentiamo di sconsigliare a priori la visione dell’opera, importante per temi e comunque interessante come realizzazione, ma vi consigliamo di tenere presenti le nostre critiche prima di sedervi in sala e durante la proiezione.

 


domenica 5 novembre 2023

Il Libro delle Soluzioni di Michel Gondry

Acclamato con la sua opera seconda Se Mi Lasci Ti Cancello (qualcuno dovrebbe punire in un girone infernale apposito chi attribuisce certi titoli in italiano ai film stranieri … ) ovvero Eternal Sunshine of a Spotless Mind, film distopico con Jim Carrey, Kate Winslet, Kirsten Dunst e Mark Ruffalo, come uno tra i migliori autori della sua generazione, capace di accontentare pubblico e critica, Gondry ha proseguito la sua carriera con film come L’Arte del Sogno e Be Kind Rewind.

Non un regista comune, dotato di una fantasia rutilante, fuori dagli schemi. In quest’ultima fatica, intitolata Il Libro delle Soluzioni, Gondry si occupa di metacinema ma lo fa a modo suo, da alieno. E proprio alla musica occorre riferirsi se vogliamo capire meglio di cosa si tratta. C’è una scena in cui il regista Mark Becker (Pierre Niney) guida un’intera orchestra allo scopo di creare i temi dei personaggi e poi una musica d’atmosfera che sembra uscita dalla penna di qualche autore del Novecento.

Ecco, Gondry sembra un Captain Beefheart alle prese con la propria passione per la surrealtà, una surrealtà che non deve molto a Bréton ma tanto alla propria individuale fantasia, per quanto riguarda il rapporto con la materia cinema. Siamo tutti abituati a vedere lavori metacinematografici (“questa masturbazioncella del set nel set” come la chiamava sprezzante Carmelo Bene) che ci ha fornito invero opere notevoli, da Effetto Notte a Otto e Mezzo, e ovviamente quest’opera ne condivide la malinconia di fondo. 


 

Eh sì, perché essere creativi implica una notevole effusione di energie. Non è una cosa per i deboli di cuore. Ma veniamo alla trama. Mark è un regista la cui opera non piace ai produttori. Con l’aiuto delle fide Sylvia (Frankie Wallack), Gabrielle (Camille Rutherford), di cui si innamora, e di Charlotte (Blanche Gardin) riesce a rubare gli hard disk con tutto il girato e a portarlo a casa della matrigna Denise (Françoise Lebrun)

Mark decide inoltre di buttare le sue medicine, quelle con cui sta cercando di curare la depressione. Non vuole più sentirsi manipolato. Due sono quindi le cose che deciderà di fare: finire il film e dedicarsi al Libro delle Soluzioni, un volume che dovrà contenere soluzioni geniali per ogni conflitto. In mezzo, l’acquisto di una casa diroccata per farne il proprio studio di produzione, la nomina a sindaco del paesello di provincia in cui si è arroccato Mark, e la sua storia d’amore con Gabrielle.

Difficile scrivere qualcosa di adeguato per quest’opera cinematografica: la serietà di una recensione stona con l’andamento anarchico e scanzonato, ma non per questo poco significativo, del lavoro di Gondry. Trattare di temi come la malattia mentale e la creatività senza patire il confronto coi grandi del passato era impossibile, e allora Gondry ha scelto una strada obliqua e personale per non trovarsi in difficoltà. Diremmo che è riuscito a farci passare un’ora e mezza piuttosto interessati a capire dove voleva andare a parare, e avere avuto l’attenzione degli spettatori, piuttosto divertiti, non è cosa da poco oggi. 


 

lunedì 30 ottobre 2023

Anatomia di una Caduta di Justine Triet

Vi ricordate Anatomia di un omicidio di Otto Preminger? Con quell’analisi al vetriolo del sistema penale statunitense che però si fa riflessione più ampia sui meccanismi che stanno dietro la giustizia con uno sconforto di base nei confronti degli uomini che dovrebbero far scivolare quei meccanismi ben oliati verso il trionfo? Ecco, qui, in questo film che dal titolo echeggia quel capolavoro, c’è quel lavoro di fioretto di accusa e difesa durante il processo.

Per il reso l’opera Palma D’Oro al Festival di Cannes di quest’anno si vuole thriller hichcockiano sebbene con qualche smagliatura. Fino a due terzi del film ho pensato di trovarmi di fronte al miglior film dell’anno. Ma poi. Per intanto, scordatevi quello che si legge in altre recensioni, ovvero che la protagonista si sdoppia fino a annullarsi nel personaggio della verità giudiziale. Niente di tanto sofisticato, almeno non per i miei occhi.

Ecco, diciamo che Anatomia di una Caduta sarebbe, si fosse svolta la parte centrale non in flashback, un ottimo mélo alla Douglas Sirk o alla Reiner Werner Fassbinder, se preferite, e questa è appunto la parte migliore del film, quella a mio avviso più interessante: l’analisi non confermabile, perché non esiste mai una sola verità, delle relazioni tra madre, padre e figlio, con quello psichiatra ridicolo e risibile che durante il processo si preoccupa – come farebbero veramente quegli specialisti – solo di dimostrare la propria professionalità e non colpevolezza.

Ci sono un paio di colpi di scena, certo, molto intriganti e come dire, molto densi, ma non è questo il punto. Ora, andiamo con ordine? Sandra (l’omonima Huller) è una scrittrice di successo che come in ogni film che si rispetti mescola fantasia e realtà autobiografica nei propri libri. Sta concedendo un’intervista a una giovane studentessa quando improvvisamente il marito (Samuel Theis) inizia a mettere una musica altissima per farsi compagnia, apparentemente, mentre svolge dei lavori in soffitta.

 

La studentessa lascia la casa impossibilitata a registrare la scrittrice, mentre il di lei figlio Daniel (Milo Machado Graner), ipovedente a causa di un tragico incidente, porta il cane a sgranchirsi le zampe sulla neve. Al ritorno troverà a tastoni il padre cadavere, apparentemente precipitato dalla soffitta della loro dimora. Di qui, a seguito dell’impossibilità da parte dei coroner di escludere un intervento terzo nella tragedia, il processo per la moglie, unica presente in casa e quindi imputabile.

Fortunatamente per Sandra, a difenderla c’è l’amico di una vita nonché avvocato interpretato da Swann Arlaud che dovrà fare slalom tra le accuse sempre più pressanti del Pubblico Ministero, cosa che farà con grande determinazione. In mezzo, tutto ciò che abbiamo scritto nella prima parte di questa recensione. Poi il finale, che non vi sveliamo per quelli di voi che hanno piacere nel godersi un film ‘vergini’ di nozioni, eventuali condanne o assoluzioni.

Lo ribadisco: la parte che mi ha convinto di più è quella dell’analisi delle tensioni familiari, con una Huller bravissima nell’esporre le ragioni e la visione della vita di coppia col marito di Sandra, per di più in una lingua che non è la sua. Ne emergono luci e ombre di un rapporto con una personalità forse troppo fragile da un lato, con tanto di velleità frustrate, e di una forse troppo egoriferita dall’altra, capace di giustificare tutto ciò che la riguarda con una maturità che però di fronte alle pressioni del marito cede alla rabbia più spesso di quanto essa stessa voglia ammettere.

La parte che mi ha convinto di meno è quella appunto del raggiungimento della verità processuale, e non perché debole, ma perché non condotta con la stessa sensibilità e intelligenza di quella precedentemente da me esposta. Eppure se dovessi consigliare questo film, lo farei senza problemi: e pazienza se tutti si soffermeranno sulle somiglianze con Hitch, mentre quelli che per me sono i veri referenti del lavoro in oggetto ve li ho già forniti nel corso di questa modesta recensione. 


 

lunedì 23 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese

Ispirato a fatti realmente accaduti negli anni ’20 del secolo scorso, racchiusi nel libro omonimo di David Grann del 2017, l’ultima fatica di Martin Scorsese racconta la vicenda della tribù nativa degli Osage in Oklahoma e del tentativo da parte di un gruppo di bianchi, vicesceriffo William Hale (Robert De Niro) in testa, di rubar loro terre e ricchezze sposandone le donne e facendoli ammalare o uccidendoli in tutti i modi possibili.

Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) è la pedina principale di questo gioco, uomo che nell’esercito durante la guerra ha fatto il cuoco ma che si è preso comunque una brutta malattia allo stomaco, il quale spinto appunto dal ricco parente sposa Mollie (Lily Gladstone) per carpirne i beni mobili e immobili. E’ la banalità del male il focus del film: il personaggio interpretato da DiCaprio non è infatti né buono né cattivo.

E’ solo un personaggio abituato ad obbedire, a non usare la propria testa, e come obbedisce allo zio fino quasi a uccidere la propria consorte, così obbedirà poi all’FBI e al Governo federale nel denunciarlo una volta che le maglie della giustizia gli si stringono addosso. Ma quando arriva il momento del confronto con la moglie, si tira indietro, facendo così capire di non essere lì con la testa e forse nemmeno troppo col corpo, mero strumento dell’esecuzione della volontà altrui.

 


Tre ore e mezza di film che volano, non ostante abbia registrato stanchezza nelle file dietro la mia – la quarta come di prammatica – sotto forma di risate e visite al gabinetto molto frequenti da un certo momento in poi. Che il pubblico si prenda le sue libertà è un conto, che debba essere educato ancora nel 2023 allo stare in sala risulta lapalissiano quanto straniante. Ma non siamo qui per giudicare, ci interessa soltanto riportare l’effetto che il film di Scorsese ha avuto su chi ne ha preso visione.

Personalmente ho scelto una domenica pomeriggio proprio per avere il tempo giusto per gustarmelo, in una sala giustamente semipiena e con qualche dubbio che mi ronza in testa. Non ho visto di certo un capolavoro come Taxi Driver o come L’ultima Tentazione di Cristo, ma nemmeno un film moscio come, giudizio di cui mi assumo la responsabilità, Silence – sarà che col mio passato cattolico a differenza del regista in esame non ho intenzione di trovare una quadra: la religione a me è stata imposta ed è quanto di più lontano ci sia dal mio sentire, come stabilito una volta appropriatomi della mia esistenza.

Ma francamente non capisco nemmeno chi ha definito quest’opera come stanca, come non coinvolgente. Personalmente l’ho trovata anche lontana dal rischio retorica, dato che ogni personaggio è preso in trappola in una rete di relazioni, pensieri e conseguenze – sulla propria psiche come sul proprio fisico – da essere maledettamente realistico. In fondo siamo dalle parti di Hannah Arendt e della sua ‘banalità del male’, come già accennato. L’unica cosa che mi sento di rimproverare al regista è di averci dato un De Niro troppo monocorde, nel suo essere cattivo ‘e basta’, o meglio senza averci concesso di comprendere le motivazioni intime che lo spingono ad agire come agisce … 

 


domenica 8 ottobre 2023

Kafka a Teheran di Ali Asgari e Alireza Khatami

Data l’assonanza col nostro miglior neorealismo, il cinema mediorientale avrebbe potenzialmente una marcia in più nel nostro Paese, e invece anche stavolta questo Kafka a Teheran è stato distribuito solo nelle maggiori città del territorio, anche se, speriamo, molti potranno recuperarlo in rassegne e cineforum che in provincia non mancano mai e allietano le serate invernali di tutti coloro che fanno fatica, magari per motivi lavorativi, a fare un salto in città quando i film sono freschi di uscita. .

Film costituito da nove episodi, in ognuno dei quali un o una protagonista viene inquadrata con la telecamera fissa per tutta la durata dell’episodio, andando così a costruire un quadro straniante e claustrofobico assieme – l’interlocutore del protagonista, o se preferite l’antagonista, è sempre invisibile – Kafka a Teheran ci mostra la quotidianità di donne e uomini che hanno a che fare con la burocrazia o con esigenti datori di lavoro, in poche parole col potere.

E infatti non è tanto il Kafka della Metamorfosi a farci l’occhiolino dal titolo, quanto quello de Il Processo, saldando così intelligentemente il mondo iraniano con quello occidentale in un film che trvalica la denuncia della teocrazia: non a caso almeno due dei nove racconti, quello con protagonista una donna alla ricerca di occupazione, e quello che vede un uomo intento a sottoporsi a un esame psicologico per la patente, a tratti ricordano il nostro di mondo: sarà il caso di parlare di intersezionalità nella denuncia della burocrazia?

 


Cosa importante, poiché se così non fosse il film si presterebbe a un gioco di sguardi fugaci tra “noi” e “loro” allo scopo di assicurarci la nostra sospirata superiorità di Occidentali che hanno rinnegato da almeno tre secoli le ortodossie religiose e le loro commistioni col potere – almeno in apparenza. E invece lo sguardo sui protagonisti non è mai quello meramente di denuncia, in altre parole i personaggi non sono mai solo vittime.

A tratti infatti i nostri si ribellano, e tra l’altro in alcuni casi – vedasi una delazione che finisce a sorpresa con un ricatto – la posizione iniziale si ribalta o è lì lì per farlo. Rivelatore allora la scena finale, che non vi riveliamo ma che ha un alto valore simbolico, quasi a mostrarci un mondo addormentato ma pronto a ricoprirsi di macerie. Non potrebbe essere altrimenti in un universo dove gli individui debbono guardare con attenzione ogni proprio passo perdendo così spesso la linea dell’orizzonte.

Ecco che allora Kafka a Teheran si rivela non come un film perfetto né geniale – la rabbia è troppa per essere dominata e entrare a far parte di una ‘visione’ artistica innovativa – ma è un’opera che, pur soffrendo di limiti oseremmo dire ideologici come la volontà di usare sempre la telecamera fissa, come già detto, e questo a partire dalla visione della città iniziale, tuttavia si mostra vitale e insolita per un certo humor nero assai ‘freddo’ che lascia lo spettatore con la sensazione di un pericolo imminente e non evitabile, da affrontare anzi il prima possibile.