Lav Diaz ha spopolato, per via dei primi che ha vinto – Pardo D’Oro, Leone d’Oro, un paio di Premi Orizzonti solo nel nostro Paese – e per via del comunque discreto successo di pubblico. Non stupisce dunque che sia diventato modello ammirato e stimato da una congerie di nuovi registi che sono alla ricerca di un modello di riferimento, ideale e dialettico.
I conti tornano dunque, sulla carta. Meno se si fruisce quest’opera di Tommaso Santambrogio, classe 1992 e varie opere nel proprio curriculum, tra cui il recente documentario Taxiboi (2023) e L’Ultimo Spegne la Luce (2021). Questo Gli Oceani … è il completamento di un precedente corto del 2019 e racconta le vicende di tre gruppi di personaggi: una coppia di artisti, due bambini amanti del football, e una anziana vedova di guerra.
Le storie si intrecciano come da tradizione, fino al finale in cui tutte e tre le narrazioni trovano modo di sostare in una unica inquadratura alla stazione di un treno, ma qualcosa non torna. Manca il ritmo a quest’opera. Manca il dramma, il pathos. Se Santambrogio conosce bene sia il linguaggio della fiction che quello del documentario, quest’opera sembra mescolare entrambe senza che il lavoro finale se ne avvantaggi.
Peccato perché verso la fine assistiamo a una rappresentazione in un teatro di marionette che è di rara delicatezza e poesia, e che sicuramente ripagherà voi spettatori del prezzo del biglietto – anche perché alcune scene mostrano la preparazione dello spettacolo e quindi chi osserva è in qualche modo doppiamente preparato, dagli avvenimenti precedenti prima e dalle note d’autore, diciamo così, poi.
Si vuole un’opera sul desiderio, sull’attesa, sulla frustrazione o sulla sua realizzazione – più tramite l’arte che tramite la vita – purtroppo anche i momenti più drammatici almeno sulla carta, come quel pianto sconsolato della vedova mentre asciuga le lettere del marito che un acquazzone ha infradiciato, non decollano del tutto e ci lasciano con una sensazione di amaro in bocca, di si poteva fare di più.
Bene per compenso che Santambrogio abbia scelto una La Havana di periferia, lontana quindi dai racconti cartolineschi delle zone più cool quali quelle vivisezionate da Wenders nel suo Buena Vista Social Club, ad esempio. Opera sulle tre età della vita – l’infanzia, la maturità e la vecchiaia – forse ha la pretesa di essere eccessivamente filosofica e esemplare, quando le vicende narrate sono a dirla tutta molto comuni e quindi si sarebbero forse dovute sviscerare meglio invece che raccontarle semplicemente all’interno di una cornice pensante.
Nel complesso quindi un lavoro interessante, con dei picchi notevoli che riscattano una generale mancanza di consapevolezza narrativa accettabile in una opera prima ma che, non essendo la pellicola in oggetto tale, ci fa incuriosire verso gli altri lavori del regista, sicuramente da recuperare, nella speranza che i lampi di lirismo intravisti in questo lavoro si moltiplichino e ci stupiscano.













