domenica 3 settembre 2023

Gli Oceani Sono i Veri Continenti di Tommaso Santambrogio

Lav Diaz ha spopolato, per via dei primi che ha vinto – Pardo D’Oro, Leone d’Oro, un paio di Premi Orizzonti solo nel nostro Paese – e per via del comunque discreto successo di pubblico. Non stupisce dunque che sia diventato modello ammirato e stimato da una congerie di nuovi registi che sono alla ricerca di un modello di riferimento, ideale e dialettico.

I conti tornano dunque, sulla carta. Meno se si fruisce quest’opera di Tommaso Santambrogio, classe 1992 e varie opere nel proprio curriculum, tra cui il recente documentario Taxiboi (2023) e L’Ultimo Spegne la Luce (2021). Questo Gli Oceani … è il completamento di un precedente corto del 2019 e racconta le vicende di tre gruppi di personaggi: una coppia di artisti, due bambini amanti del football, e una anziana vedova di guerra.

Le storie si intrecciano come da tradizione, fino al finale in cui tutte e tre le narrazioni trovano modo di sostare in una unica inquadratura alla stazione di un treno, ma qualcosa non torna. Manca il ritmo a quest’opera. Manca il dramma, il pathos. Se Santambrogio conosce bene sia il linguaggio della fiction che quello del documentario, quest’opera sembra mescolare entrambe senza che il lavoro finale se ne avvantaggi.  


 

Peccato perché verso la fine assistiamo a una rappresentazione in un teatro di marionette che è di rara delicatezza e poesia, e che sicuramente ripagherà voi spettatori del prezzo del biglietto – anche perché alcune scene mostrano la preparazione dello spettacolo e quindi chi osserva è in qualche modo doppiamente preparato, dagli avvenimenti precedenti prima e dalle note d’autore, diciamo così, poi.

Si vuole un’opera sul desiderio, sull’attesa, sulla frustrazione o sulla sua realizzazione – più tramite l’arte che tramite la vita – purtroppo anche i momenti più drammatici almeno sulla carta, come quel pianto sconsolato della vedova mentre asciuga le lettere del marito che un acquazzone ha infradiciato, non decollano del tutto e ci lasciano con una sensazione di amaro in bocca, di si poteva fare di più.

Bene per compenso che Santambrogio abbia scelto una La Havana di periferia, lontana quindi dai racconti cartolineschi delle zone più cool quali quelle vivisezionate da Wenders nel suo Buena Vista Social Club, ad esempio. Opera sulle tre età della vita – l’infanzia, la maturità e la vecchiaia – forse ha la pretesa di essere eccessivamente filosofica e esemplare, quando le vicende narrate sono a dirla tutta molto comuni e quindi si sarebbero forse dovute sviscerare meglio invece che raccontarle semplicemente all’interno di una cornice pensante.

Nel complesso quindi un lavoro interessante, con dei picchi notevoli che riscattano una generale mancanza di consapevolezza narrativa accettabile in una opera prima ma che, non essendo la pellicola in oggetto tale, ci fa incuriosire verso gli altri lavori del regista, sicuramente da recuperare, nella speranza che i lampi di lirismo intravisti in questo lavoro si moltiplichino e ci stupiscano. 


 

venerdì 25 agosto 2023

La Bella Estate di Laura Lucchetti

Film tratto da un racconto di Cesare Pavese su cui dovremo soprassedere, colpevolmente, per mancata presa visione, La Bella Estate è la storia del passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Ginia (Yile Vianello), una giovane ragazza di umili origini contadine che si guadagna da vivere come sarta, seppure abbia ambizioni da stilista. A farla deviare dal suo percorso piccolo borghese è Amelia (Deva Cassel alla sua prima apparizione cinematografica), modella di nudo per vari pittori nella Torino degli anni Quaranta.

Lo sregolamento dei sensi, per usare una espressione pomposa che però rende bene quanto raccontato nella pellicola, ovvero l’intreccio di ambizioni artistiche e di vita (erotica) porterà Amelia alla malattia e Ginia a dover ricominciare daccapo, e pure dal basso. Ci si perdoni lo spoiler, come dicono i giovani, ma partire dalla fine è d’obbligo per venire a capo di un’opera affascinante ma confusa – non sappiamo se sono le fonti dell’opera o l’ispirazione della regista ad esserlo: indagheremo.

Lo dico per esperienza personale, dato che, mi si perdoni se divago e smetto i panni (anch’io) del kritiko, avendo lavorato in teatro col (mio) corpo nudo e avendo notato che tutte quelle pulsioni e tensioni (sarà la mia età?) poco c’entrano con l’essere privi di protezioni. Tutt’altro. A un corpo senza abiti si apre un mare di possibilità infinite, e proprio il sentore di questa libertà spaventosa gioca a sfavore degli artisti che vengono immancabilmente indicati come perversi e infantili da chi ha la coda di paglia – o da chi è, ahem, fedele alla linea (una qualsiasi).


 

Ma – e qui reindosso i panni del kritiko – sarebbe bastato a Lucchetti relazionarsi coi primi film di Antonioni per scrollarsi di dosso – scusate questo continuo tramestìo di panni – ogni possibile moralismo. Il fatto è che il passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta è delicata per tutti, a causa di quel farsi Crono divoratore dei figli della società di cui facciamo parte, per quasi tutti. Affrontare questo tema non è facile. Ci hanno però provato in tanti, e spiace dirlo ma da questo punto di vista il film all’oggetto non è tra i più riusciti.

Si salvano certi elementi di sensualità assai contemporanea, come il ballo di Ginia e Amelia sotto lo sguardo di una camera mai così attenta al dettaglio senza farsi maniacale dal punto di vista del desiderio, quasi un istante di poesia, oppure l’amplesso tra Ginia e il pittore che di lì a poco la introdurrà all’attività di modella, un amplesso che ambiguamente è ripreso, per via di una sottrazione del sonoro, dal punto di vista di lui – l’unico dei due che gode, e già questa è una spia importante.

Ma, lo voglio sottolineare, questa storia di dissoluzione, per quanto realistica, è troppo filtrata da un punto di vista moralistico e tace tante cose che forse sarebbero dovute essere narrate. Magari in un’altra epoca, magari non in quella fascista. Ma sarebbero potute esistere tranquillamente. E allora spiace che Lucchetti non sia fatta almeno della pasta di quella simpatica coppia di attempati moralisti marxisti Straub e Huillet, cui si può perdonare appunto il moralismo per via del fuoco e delle fiamme della passione, questa sì quasi erotica, per la libertà.

Manca la connessione tra la perdita di libertà storica – non basta chiudere la finestra mentre parla Mussolini per fare i conti con la politica purtroppo – e la perdita di libertà individuale, la quale determina l’impossibilità di sperimentare. Resta una pellicola di cui ricorderemo gli attori, le immagini, la fotografia, la musica, insomma molto, ma della cui anima profonda ed equivoca non sentiremo la mancanza. 


 

domenica 20 agosto 2023

Una Stanza Tutta per Sé di Matan Yair

Titolo ispirato a un celebre scritto di Virginia Woolf, l’ultima fatica cinematografica di Matan Yair è questa coproduzione italo-israeliana, che prevede anche le musiche del nostro Massimo Zamboni, storica chitarra ‘grattuggiata’ dei CCCP Fedeli alla Linea, uno dei più famosi gruppi post punk italiani. Un film che è la storia dell’ingresso nell’età adulta di un diciassettenne, Uri, che vive in una famiglia con madre, sorella (presente solo una volta la settimana col proprio fidanzato), padre (che di lì a poco se ne andrà anche se senza divorziare legalmente) e cane.

Uri dorme in una stanza della casa che la famiglia ha affittato assieme alla madre, da quando questa ha litigato col marito, e la stanza che rimane vuota rimarrà tale a lungo, per non meglio specificate dinamiche di familiarità e abitudini, che però risultano intuibili. Tutto il film ruota attorno a queste dinamiche: quelle familiari, quelle scolastiche, e quelle politiche (attraverso le seconde e le prime).

Uri è un ragazzo introverso i cui pensieri spesso sono ‘strani’. Non migliori né peggiori di quelli socialmente accettati dai coetanei, semplicemente sono pensieri più … individuali. Il fatto è che Uri cerca di affermarli con forza invece di cercare in primis una relazione con l’altro, e per questo spesso si caccia nei guai. Come quando per un compito porta, anziché le foto di un evento storicamente rilevante, le foto della propria madre.

Durante il dibattito voluto comunque dall’insegnante verrà preso in giro dai compagni, e il suo tentativo maldestro di difendersi gli costerà quasi l’espulsione per via di alcuni riferimenti ‘scorretti’ all’Olocausto. Ma non finisce qui. Il fatto che il padre per due anni sparisca impedisce a Uri di partecipare a un viaggio in Polonia a visitare gli ormai destituiti campi di sterminio, con suo grande dispiacere, per motivi burocratici – manca la firma di uno dei genitori in sostanza. Uri per vendicarsi scriverà frasi intimidatorie contro l’insegnante responsabile sul muro della scuola. 

 

Senza rivelarvi altro, credo che da queste righe possiate tutti intuire come la materia sia incandescente. In fondo stiamo parlando di un Paese, come ci ha mostrato in alcuni documentari Eyal Sivan in passato, dove la Storia e i torti subiti per millenni – la schiavitù in Egitto, l’Esodo, la terra promessa, l’Olocausto etc. – hanno un peso e una rilevanza notevole nella costruzione di ogni identità, e ne formano anche la mentalità, per lo più vittimista.

Ma tutto ciò ci è mostrato come in controluce, come in filigrana. Yair non condanna, semplicemente mostra. Dinamiche familiari, dinamiche sociali, dinamiche legate alla crescita individuale. Tutti i personaggi sono umani, anche l’insegnante di ginnastica che ha paura di essere preso in giro per i suoi occhiali, accogliendo così il suggerimento di Uri a inizio film, o che cerca di spiegare ridicolmente ma mettendoci impegno allo stesso Uri le dinamiche familiari servendosi di bastoncini e figure geometriche.

Ecco allora che il divenire adulti ci si mostra per quello che è, ovvero qualcosa che, quando raggiunge un equilibrio, sembra un miracolo, per via di come era accidentato e sistemato in maniera casuale il materiale di partenza. Certo non si tratta di un film dalle grandi speranze, dato il lavoro umile cui accederà il protagonista a fine film, ma quante persone attorno a noi hanno trovato un equilibrio seppur fragile in un modo simile?

Film che parla di persone ‘normali’, senza parlarci di ‘norme’, Una Stanza Tutta per Sé ci mostra che cosa è la crescita senza indicarci una meta precisa, uguale per tutti, e in questo è se non un capolavoro – Pasolini avrebbe forse molto da aggiungere – quanto meno un film onesto su un giovane ragazzo che cerca, tra mille difficoltà, il proprio posto nel mondo e alla fine sembra trovarne uno. Non è un messaggio di speranza: è un messaggio di saggezza. A modo suo … 


 

sabato 12 agosto 2023

Fratello e Sorella di Arnaud Desplechin

C’è un breve testo, nell’ultimo libro del chitarrista d’avanguardia americano Marc Ribot “Unstrung”, in cui si racconta di una giovane donna della piccola borghesia ebraica che vive da hippie fino a che la vita non le inferisce i propri colpi. Quando questi sono troppi, la famiglia d’origine è ben contenta di aiutarla ma solo a patto che ella dia soddisfazione al gruppo sociale d’origine pentendosi, ingrassando, diventando brutta e fedele alle regole sociali, religione ebraica compresa. L’ho letto proprio mentre attendevo di entrare in sala oggi pomeriggio. Guarda il caso – eh? Il caso? – si tratta del percorso opposto a quello dei  protagonisti di questo film.

Non so, tornando un attimo alla mia divagazione, perché Ribot abbia inserito questo bel testo nella sua ultima raccolta, tra un ricordo del contrabbassista Henry Grimes e la sceneggiatura di un remake di Psycho ambientato in un Airbnb. O meglio, lo capisco eccome. Gli è che Ribot, come i personaggi interpretati in questa pellicola da Cotillard e Poupaud, appartiene proprio a quel milieu sociale. Un background che ci attira come falene – ecco spiegato, in parte, anche il perché del successo enorme dei film di Woody Allen – perché sono i rimasugli della nostra identità e della nostra storia a essere sparpagliati come interiora nella bottega del macellaio, e noi li osserviamo tra il terrore e il fascino. 

Ecco perché la storia d’amore e odio tra fratello e sorella in quest’ultima fatica di Desplechin sembra trattata a volte in maniera pretestuosa, a tratti incompleta: perché la nostra società non è, purtroppo aggiungo, ancora morta, seppure sia agonizzante, e di conseguenza non la si può ancora autopticizzare. Eppure. Eppure il volto di Cotillard parla più di mille altre inquadrature di altri film – cosa diceva Deleuze a proposito del concetto di visage-paysage nelle sue conferenze sul cinema a Vincennes? – per non parlare poi di quell’immagine surreale di Poupaud che dal proprio appartamento vola all’ospedale dove è ricoverata la madre in fin di vita per un incidente dopo aver consumato dell’oppio.

 


E allora, eccovi la trama rigorosamente no spoiler. Due anziani coniugi cercano di salvare la giovane vittima di un incidente stradale e vengono a loro volta investiti da un camion. Dal letto di ospedale l’anziano padre farà di tutto per far riavvicinare due dei tre figli, interpretati appunto da Marion Cotillard e Melvil Poupaud, felici l’uno dell’altra fin quando lui era un fallito come scrittore e lei si stava affermando come attrice, poi dichiarati nemici quando lui si sottrae all’ala protettrice della sorella e per di più rivela cose scandalose su di lei nei propri libri, col progredire della propria carriera.

La materia diventa quindi sempre più incandescente. Lei vorrebbe che lui pagasse il suo orgoglio, testuali parole, con la prigione. E allora viene in mente un altro film, Pola X di Leos Carax, dove però il rampollo borghese e ribelle fallisce e si perde. Si perdona qualche ridondanza o manierismo, pertanto, come quel piano sequenza prima dello spettacolo teatrale, ormai un classico dopo Birdman di Inarritu, ma si lasciano apprezzare quegli stacchi temporali tra una sequenza e l’altra propri, tra l’altro, di un altro capolavoro del messicano, ovvero 21 Grammi. Non c’è quella frammentazione, ma qualcosa di quello sperimentare con la linea spazio temprale sì, ed è efficace oltre che incisivo.

Rimane solo l’enigma del finale, con quell’inquadratura, ancora, sul volto della protagonista femminile, su quel suo spogliarsi della propria storia e abbracciare l’altro che, pare suggerire purtroppo in questo caso in maniera un po’ posticcia Desplechin, pare essere la medicina suggerita per allontanarsi dai propri demoni interiori. Peccato perché l’intento era nobile e l’intuizione è comunque quella giusta, tranne che per quella adorazione per la Storia con la Esse maiuscola. E’ per tutti questi motivi che consideriamo questa pellicola la migliore vista quest’anno, alla pari con As Bestas di Rodrigo Sorogoyen. Dove quest’ultimo sopravanza in geometria e coerenza, Desplechin se la gioca mettendo in scena un pathos e in parte una fantasia che mancava da parecchio al cinema contemporaneo. Noi vi abbiamo avvisati. 


 

mercoledì 9 agosto 2023

After Work di Eric Gandini

Dopo Videocracy del 2009 Gandini, documentarista italo-svizzero, torna in sala in Italia con questo After Work, documentario che mostra le contraddizioni del presente e apre scenari inquietanti sul futuro dell’epoca transumana. Tutto nasce, come spiega una sociologa, dall’etica del lavoro calvinista. Il lavoro duro e di successo allora non era altro che il segno di una predestinazione divina, un anticipo del paradiso in questo mondo, e così lo abbiamo vissuto ovunque a partire dal XVIII secolo o giù di lì.

Espiare il peccato originale dunque. Ma che legame c’è tra mondi distanti e apparentemente contraddittori come la Corea del Sud dove i PC vengono spenti indipendentemente dalla volontà dei lavoratori alle ore 18 con una riduzione da 68 a 52 ore di lavoro alla settimana, gli Stati Uniti dove nel decidere chi assumere conta l’etica del lavoro e non l’istruzione (pur costosissima), e il Kuwait dove le persone si recano sul posto di lavoro senza fare nulla perché la nazione è già ricca per via del petrolio e quindi il posto di lavoro è una farsa?

E ancora, come conciliare la narrazione della nostra Italia come un paese dove si fatica a trovare lavoro quando in realtà i NEET, che sono tali per scelta, sono il 30 per cento della popolazione? Poco importa: intelligenza artificiale e automazione faranno perdere il lavoro a milioni di persone, pertanto come afferma Elon Musk sarà necessario un reddito di base universale per tutti, pena sperequazioni sociali insostenibili per la collettività a ogni angolo del globo.

 


Questi sono gli argomenti sul piatto, esemplificati da personaggi che danno vita e carne ai concetti: un giardiniere italiano figlio di un padre che per tutta la vita ha idolatrato e inseguito solo le macchine, i cavalli e le belle donne; un workaholic statunitense che fa conferenze per esaltare altri manager delle multinazionali più in voga a diventare come lui; una coppia di ricchi e privilegiati italiani; una donna che ogni giorno porta i pacchi dai magazzini di Amazon in tutte le case ipervigilata.

E ancora: un manager che tesse l’elogio di Hitler in quanto capace di ispirare i propri sottoposti come ogni capo d’azienda dovrebbe fare; uno ‘statale’ kuwaitiano che per il posto fisso ci stava quasi lasciando le penne, ingollando cibo oltre la sazietà non avendo altri interessi da coltivare nel tempo libero; altri lavoratori pescati ai quattro angoli del globo che evidenziano le contraddizioni del mondo del lavoro nelle società attuali, almeno nei paesi sviluppati, o per meglio dire non sfruttati prima dal colonialismo e poi dalla globalizzazione.

Un ritratto di una umanità inquieta e inquietante, che non riesce a uscire dal circolo vizioso lavoro – denaro, e che pare anzi non poter vivere con dignità né dentro né fuori da quel circolo vizioso. Forse l’immagine del labirinto vegetale che il giardiniere italiano coltiva è l’immagine perfetta di questo uomo del nuovo millennio. Sarà possibile, allora, fare penitenza e tornare indietro a ogni passo falso senza aver perso qualcosa di sé nel tragitto? Allo spettatore, e alla sua vita, l’ardua sentenza. 

 


domenica 6 agosto 2023

Una donna chiamata Maixabel di Icìar Bollaìn

L’ETA (Euskadi Ta Askatasuna, ovvero “Paese Basco e Libertà”) nasce nel 1958 come associazione studentesca il cui scopo era, appunto, supportare l’indipendentismo basco. Verso la metà degli anni Sessanta i sui quadri si convertono alla lotta armata. Gillo Pontecorvo al cinema ne aveva già immortalato le gesta con Ogro, opera che ritraeva l’omicidio di Luis Carreto Blanco detto appunto Ogro (“L’Orco”), successore designato di Francisco Franco e che vede protagonista il nostro Gian Maria Volonté nei panni del capo di una cellula di terroristi.

Ma gli attentati dell’ETA hanno colpito anche poliziotti, guardie civili, personalità della politica di quell’epoca. Per parlare nuovamente di quel periodo la regista Icìar Bollaìn (Il Matrimonio di Rosa, Yuli – Danza e Libertà), che in passato ha partecipato come attrice anche a pellicole di Ken Loach e di Victor Erice, mette in scena l’omicidio e il calvario giudiziario degli assassini di Juan Marìa Jàuregui, e della famiglia dell’assassinato.

Dopo decenni di prigionia, si apre infatti l’opportunità per chi si è dissociato dall’ETA ma sta ancora scontando la propria sentenza di iniziare un percorso, con psicologa al seguito, per riavvicinarsi alla società civile incontrando le vittime dell’associazione indipendentista. Veniamo quindi non solo a conoscere come si svolgono gli incontri, ma anche a sapere quali erano le dinamiche di quegli anni e come venivano e si sentivano coinvolte quelle persone.

E’ questo forse il punto più debole dell’opera. Difficile per un europeo colto ma anche meno di questi anni, del 2023, capire come la passione politica potesse portare delle persone a uccidere altri esseri umani senza porsi tante domande, senza nemmeno sapere chi fossero quegli individui ma solo eseguendo ordini. Oggi sarebbe facile bollare il tutto come follia ideologica, e questo film presterebbe il fianco a tale lettura, tuttavia, forse, l’approfondimento avrebbe portato a girare un altro film o forse un pur interessantissimo documentario. 


Bollaìn invece sceglie di soffermarsi sul rapporto tra vittime e (non più) carnefici, sul loro riavvicinamento, e in Maixabel, moglie dell’uomo politico ucciso e nella vita reale fautrice della conciliazione tra vittime del terrorismo spagnolo e società civile, coglie un potente ritratto di donna che cerca, in modo sano e pulito, di ricucire le proprie e le pubbliche ferite biografiche e storiche. Sceglie pertanto di soffermarsi su due dei tanti ex militanti, quelli che accettano il percorso di confronto.

Percorso non semplice perché innanzitutto i due devono relazionarsi con le proprie scelte, comprendere che avevano la possibilità di compiere una azione piuttosto che un’altra e quali erano le reali motivazioni dietro di esse, allo scopo di smettere di sentirsi vittime del potere politico e della società – interessanti quegli scorci coi prigionieri che vanno in permesso a casa e si ritrovano o soli o accolti esclusivamente dalle proprie madri – e di riacquistare una propria statura umana, nel senso appunto della propria tridimensionalità.

Il finale, lo vedrete da soli, rende giustizia a un percorso umano difficile e irto di difficoltà, dove esseri umani che in qualche modo si sono persi riescono a recuperare il proprio senso di esistere e la propria, mai data una volta per tutte, umanità. I fiori che rappresentano il passato e il futuro assieme ne sono simbolo perfetto, mentre tutta l’ultima sequenza sembra dirci che non è possibile ottenere giustizia solo dall’altro, punendo e sorvegliando, ma che solo dall’intimo delle coscienze si possono risanare certe ferite. Restiamo quindi dell’opinione che la pellicola sia, pur con certe aporie da noi descritte, una lezione necessaria. 


 

sabato 17 giugno 2023

Ritorno a Seoul di Davy Chou

Freddie (Park Ji-min) è una ragazza di origini coreane adottata da una famiglia francese. Per una oscura volontà del fato un suo viaggio di ferie in Giappone diventa un tentativo, in Corea, di risalire alle proprie radici. Qui Freddie fa amici, conosce la propria famiglia d’origine, e si ritrova, nel corso degli anni, a lavorare per una società che fabbrica armi, che lei vende alla Corea del Sud perché si possa difendere da quella del Nord.

Ma è destinata a rimanere déraciné Freddie. Film non tanto sulle radici quanto sulle relazioni, Ritorno a Seoul ci mostra quanto è difficile lasciarsi andare alle proprie emozioni (c’è chi ci prova con l’amore, chi con l’alcool) e quanto è difficile accogliere proprio quelle emozioni. Sulle percussioni di Bela Lugosi’s Dead Freddie prova ad esempio a coinvolgere tutte le persone incontrate in un locale senza preoccuparsi di pregiudizi o di cosa penseranno gli altri di lei, ma durerà poco.

La vita sociale in Corea infatti non è strutturata per reggere l’emotività delle persone, le quali possono certo avere una famiglia, hanno addirittura il diritto di cercarla se l’hanno persa, ma nessuno ti fornisce un libretto di istruzioni o ti insegna avvicinandoti e prendendoti per mano su come affrontare una sensazione, un rimorso, un vuoto. Non esiste solidarietà umana in Corea, come forse non esiste da nessuna parte (per questo il film è importante).

Molte sono le scene di ballo nel film, come se la protagonista avesse bisogno di scaricare le tensioni che cova con qualcosa di fisico, di corporale, laddove il solo sesso da Tinder non è sufficiente. Ma poi non c’è mai una agnizione, un riconoscimento, un momento di liberazione dove si incontra veramente l’altro. E allora questo cinema diventa l’unico cinema politico del giorno d’oggi, l’unico film di denuncia di una situazione disumana che è quella che tutti ci troviamo a vivere.

 


E quella madre che in un attimo decide di abbracciarti e riavvicinarsi, ma che poi cancella il proprio indirizzo di posta elettronica per non farsi più ritrovare non è altro che un sintomo. Nessuno è veramente cattivo, anche se non mancano gli istanti di crudeltà come quando la protagonista rifiuta il regalo di un amico che le confida un innamoramento (“tanto gli passerà”), eppure nessuno è veramente umano. Nessuno sa accogliere, come se avvicinarsi all’altro fosse avvicinarsi a un mistero che fa paura.

Ecco allora il perché della scelta della canzone dei Bauhaus. I personaggi del film sono forse come vampiri emozionali destinati a spegnersi e a finire in una bara per sempre, un giorno, senza aver mai vissuto. Peccato che il film non indugi e non si spenda nel recuperare le radici storiche di questa situazione. Da un lato è cosa che sta nella pelle di ognuno di voi, per cui non ci sarebbe bisogno di una palingenesi per intendersi, ma dall’altro ci mancano quei lampi alla Carax di Boy Meets Girl (il vicino di stanza di Alex, Holiday in Cambodia dei Dead Kennedys che spiega tutto).

Film fatto quasi esclusivamente di tempi morti (non vediamo mai Freddie al lavoro, e dato ciò che la occupa sarebbe stato un altro film da fare dirigere a un altro regista, tipo un Paul Verhoeven o un Oliver Stone), Ritorno a Seoul è un film parsimonioso e attento alle sfumature. Si esce dalla visione con la sensazione che non si tratti di una pellicola, ma della nostra vita quotidiana. E sarebbe il caso che se ne uscisse anche col desiderio di mutarla, questa quotidianità fondata sul vuoto e sul nulla.