Confesso che questa è la prima volta che vedo un film di Garland, e che, nella visione, sono rimasto felicemente spiazzato. Pur non avendo fruito opere come Annientamento, di cui leggo meraviglie, quest’ultimo lavoro – ‘analogico’, si affrettano a scrivere i recensori altrove – del regista può spiazzare i fans dell’horror per via di un certo alone surrealista per cui ciò che vediamo non è del tutto spiegabile, ma ci afferra alla gola e non ci lascia più liberi di respirare come prima.
Harper (l’attrice Jessie Buckley) è una donna che ha visto il marito morire suicida mentre stavano divorziando. Nelle parole di lui (Rory Kinnear) il suicidio avrebbe fatto sì che lei non si sarebbe mai liberata dai sensi di colpa. Era uno stratagemma, insomma, per far sì che la loro unione risultasse eterna. C’è stato un momento, quando Geoffrey si butta dal piano di sopra, in cui i loro sguardi si incontrano per un’ultima volta. Ma Harper non sa se in quel lasso di tempo lui l’ha vista.
Lei decide quindi di ritirarsi per un certo periodo in un manoir in campagna. Per elaborare il lutto in solitudine. E qui iniziano gli incontri bizzarri. Perché la campagna non è mai stata un posto per donne, con quegli uomini con idee ancora ‘medievali’, come il prete con cui Harper si confida e che le dice che gli uomini picchiano le donne a volte, e che questa è la realtà, o forse perché strani culti pagani, come quello del misterioso Uomo Verde di cui il regista ha studiato declinazioni in tutta Europa, non ti lasciano tranquillo e aprono porte su mondi misteriosi.
Ma andiamo con ordine. Harper cammina nel bosco, trova una galleria, scopriremo appartenente a una vecchia ferrovia in disuso, e si mette a giocare con l’eco della propria voce, in una delle scene più belle della pellicola in oggetto dato che ci lascia cogliere la natura vitale e di profonda connessione con sé e le cose della protagonista, a differenza delle sue controparti maschili. Ed ecco che alla parte opposta del tunnel un uomo la intercetta e si mette a correre verso di lei.
Harper fugge, raggiunge casa, ci si chiude dentro ma l’uomo misterioso, per di più nudo, continua a insidiarla. Ecco che la polizia da lei chiamata lo fermerà giusto in tempo. Ma non basta. Dopo l’incontro con un altro strano ragazzo disturbato e col prete di cui sopra, che se ne prende cura, Harper torna nel pub del paese vicino al manoir e scopre che la polizia ha dovuto liberare il folle. Stizzita, abbandona padrone di casa e poliziotto e si rintana in casa.
E’ una amica che pensa di venire a dar man forte alla nostra eroina, ma proprio quando le due stanno per comunicarsi l’indirizzo del luogo da raggiungere la situazione inizia a precipitare e a farsi sia orrorifica che surreale. Non vogliamo anticiparvi altro, per non togliervi il piacere della visione, vogliamo solo dirvi che se sul piano generale la metafora delle relazioni uomo donna è chiara, sul piano diegetico il susseguirsi degli eventi resta misterioso eppure non si sente per nulla un senso di incompiutezza, tutt’altro.
Se cercherete in rete altre recensioni oltre questa, ne troverete di tenore diverso. C’è chi ne parla come di un film interessante, c’è chi lo stronca perché il messaggio sarebbe evidente mentre la messa in scena sarebbe incerta. Non è così. Il surrealismo da sempre chiede allo spettatore di abbandonare la razionalità e ‘fidarsi’. Non dell’artista, ma del proprio istinto, delle proprie emozioni. E a noi questo film ha comunicato molto, da questo punto di vista.
La tensione che a un certo punto esplode, il mistero che si fa fitto, su quelle presenze maschili ognuna delle quali rimane quasi incinta dell’altra, in un tunnel dell’orrore senza fine, con ogni personaggio che avanza le proprie pretese, per lo più ossessioni sessuali, sulla protagonista, fino all’agnizione finale e all’arrivo della luce del mattino successivo. No, le cose non accadono per caso nei film di Garland. Per lo meno non in questo film.
La costruzione è sapiente, dal richiamo a Eva la donna peccatrice al tunnel misterioso fino alle presenze che abitano la casa, tutto ciò che vedrete in questo film è frutto non della fantasia di una persona ma di un inconscio messo al servizio della scrittura di scena. Fruire di questo inconscio significa prendere confidenza con la vostra parte non conscia, non razionale. E’ per questo che il film funziona. E’ per questo che vale la pena fruirlo. Possibilmente su di un grande schermo.



















