Parigi, la contemporaneità. Lino Massaro è un ottimo avvocato che, per un tragico scherzo del destino, contrae una malattia neurologica, volgarmente definita “la follia dei sentimenti”, per colpa della quale non può più mentire. Invaso da questa nuova realtà, decide di partire e di vagare per la Francia a piedi, con una borsa semivuota e un libretto degli assegni, mentre Léa, la moglie, e il fido amico Michel cercano in tutti i modi di capire se egli sia ancora vivo e, soprattutto, come riportarlo a casa.
Nel frattempo Massaro vaga, fa l’autostop, dorme in un fienile per ripararsi da un temporale, si compra una tromba in un mercatino delle pulci e una camicia per partecipare al festival di Avignone. Ci sarà spazio anche per un nuovo amore? E’ una commedia agrodolce dai toni discretamente visionari quella allestita da Lelouch e dalla moglie (qui co-sceneggiatrice) Valérie Perrin, impreziosita dalle canzoni di Didier Barbelivien e dalla musica originale del trombettista di origine libanese Ibrahim Maalouf.
Eppure quest’opera, che vorrebbe essere un peana intonato a favore del vivere una vita seguendo la legge del cuore e non quella della razionalità piccolo borghese, è un po’ troppo democristiana per fare centro. Bene lo straniamento iniziale dovuto ad alcuni giochi di ruolo che non vi anticipo, ma allora perché non giocarci fino alla fine? Come diceva il buon Rimbaud, infatti, “Io accetto il caos, non sono sicuro che il caos accetti me”.
E allora se cuore dev’essere, e quindi rottura della quarta parete della finzione borghese, perché non rompere fino in fondo e non lasciarci nelle incertezze, come dev’essere, ricompensandoci solo con quella sensazione di essere comunque nel posto giusto al momento giusto che il caos o il cuore ci regalano, dato che il percorso è più importante della meta del viaggio, perché il cuore ci centra?
Senza contare alcuni dettagli che non stanno in piedi – perché tre ragazzi sessantottini salvati da dei poliziotti che li stavano inseguendo dovrebbero voler violentare la propria salvatrice? Certo c’è l’esigenza di Lelouch e compagna di far vedere che la politica non è una soluzione nella vita ma c’è anche una cosa che si chiama coerenza con la realtà, e ce ne deve essere un minimo anche in un film o la sospensione dell’incredulità precipita.
Resta quindi la sensazione di un messaggio ‘monco’, come se quest’ultimo fosse più un proclama ideologico che non qualcosa di vissuto dai suoi creatori. Cosa possibilissima, dato che essere artista non è di per sé una posizione privilegiata nell’essere più attenti alle questioni dell’eudàimonia o fioritura che dir si voglia. Certo potrebbe essere d’aiuto, ma non è necessariamente un automatismo.
Abbiamo dunque assistito, ieri in sala, a un prodigio a metà, forse debitore – e quindi schiacciato sui modelli? – di quel “Parole, Parole, Parole” con cui Alain Resnais decenni fa affrontava un altro tema moderno, quello della depressione, con più spirito, maggior lena e maggior tatto. Ecco, avere quel Kad Merad che in una immaginaria prigione urla mentre la mdp si allontana velocemente da lui per creare un effetto drammatico a buon mercato, ancora mi urta …














