domenica 8 ottobre 2023

Kafka a Teheran di Ali Asgari e Alireza Khatami

Data l’assonanza col nostro miglior neorealismo, il cinema mediorientale avrebbe potenzialmente una marcia in più nel nostro Paese, e invece anche stavolta questo Kafka a Teheran è stato distribuito solo nelle maggiori città del territorio, anche se, speriamo, molti potranno recuperarlo in rassegne e cineforum che in provincia non mancano mai e allietano le serate invernali di tutti coloro che fanno fatica, magari per motivi lavorativi, a fare un salto in città quando i film sono freschi di uscita. .

Film costituito da nove episodi, in ognuno dei quali un o una protagonista viene inquadrata con la telecamera fissa per tutta la durata dell’episodio, andando così a costruire un quadro straniante e claustrofobico assieme – l’interlocutore del protagonista, o se preferite l’antagonista, è sempre invisibile – Kafka a Teheran ci mostra la quotidianità di donne e uomini che hanno a che fare con la burocrazia o con esigenti datori di lavoro, in poche parole col potere.

E infatti non è tanto il Kafka della Metamorfosi a farci l’occhiolino dal titolo, quanto quello de Il Processo, saldando così intelligentemente il mondo iraniano con quello occidentale in un film che trvalica la denuncia della teocrazia: non a caso almeno due dei nove racconti, quello con protagonista una donna alla ricerca di occupazione, e quello che vede un uomo intento a sottoporsi a un esame psicologico per la patente, a tratti ricordano il nostro di mondo: sarà il caso di parlare di intersezionalità nella denuncia della burocrazia?

 


Cosa importante, poiché se così non fosse il film si presterebbe a un gioco di sguardi fugaci tra “noi” e “loro” allo scopo di assicurarci la nostra sospirata superiorità di Occidentali che hanno rinnegato da almeno tre secoli le ortodossie religiose e le loro commistioni col potere – almeno in apparenza. E invece lo sguardo sui protagonisti non è mai quello meramente di denuncia, in altre parole i personaggi non sono mai solo vittime.

A tratti infatti i nostri si ribellano, e tra l’altro in alcuni casi – vedasi una delazione che finisce a sorpresa con un ricatto – la posizione iniziale si ribalta o è lì lì per farlo. Rivelatore allora la scena finale, che non vi riveliamo ma che ha un alto valore simbolico, quasi a mostrarci un mondo addormentato ma pronto a ricoprirsi di macerie. Non potrebbe essere altrimenti in un universo dove gli individui debbono guardare con attenzione ogni proprio passo perdendo così spesso la linea dell’orizzonte.

Ecco che allora Kafka a Teheran si rivela non come un film perfetto né geniale – la rabbia è troppa per essere dominata e entrare a far parte di una ‘visione’ artistica innovativa – ma è un’opera che, pur soffrendo di limiti oseremmo dire ideologici come la volontà di usare sempre la telecamera fissa, come già detto, e questo a partire dalla visione della città iniziale, tuttavia si mostra vitale e insolita per un certo humor nero assai ‘freddo’ che lascia lo spettatore con la sensazione di un pericolo imminente e non evitabile, da affrontare anzi il prima possibile. 


 

domenica 1 ottobre 2023

Talk to Me di Danny e Michael Philippou

Talk to Me è uno di quei film destinati a dividere. Intanto per le sue non nobili origini: a dirigerlo e sceneggiarlo sarebbero due youtuber australiani. Poi perché non è un film che gioca con la suspense, nel senso che gli sviluppi sono facilmente intuibili e si capisce presto “come andrà a finire”, non ostante si maneggi comunque in maniera efficace il disorientamento “morale” (a un certo punto non si riesce più a capire chi sono i buoni e chi i cattivi, diciamo in maniera spicciola) e questo, ben accettato nei confini di un altro caposaldo del cinema di genere, ovvero il noir, non sempre è un dettaglio benvenuto da parte degli amanti dei film horror.

Questo significa che Talk to Me è un film non solo contaminato, ma è anche un film che parla del mondo degli adolescenti agli adulti, e lo fa sfidandoli su un terreno dove i registi sanno già che rischieranno di perdere, ovvero cercando di sospendere la loro incredulità in quello che per molti è solo cinema di intrattenimento, forse anche di serie B. Eppure la pellicola in oggetto è davvero ben riuscita.

Innanzitutto le dinamiche interpersonali tra i personaggi non sono né stereotipate né macchiettizzate, ma sono anzi assai realistiche. L’incomunicabilità, la difficoltà a prendersi sul serio e di conseguenza a prendere l’altro sul serio è senz’altro il tema dominante, e direi che ci si potrebbe scrivere un saggio a partire da film come questi, con le giuste nozioni di psicologia e sociologia a corredare il tutto. Infine, gli effetti speciali sono asciutti e sono presenti il giusto, come anche l’elemento orrorifico, al punto che potremmo parlare quasi di un film ai confini tra horror e surreale.

 


Eppure i Philippou non ambiscono a travalicare i confini del genere, nel senso che non si vergognano di fare un horror, anche perché il genere non è da oggi che è stato sdoganato e che ha mostrato svariati esempi di possibilità autoriali, e quindi non ci sarebbe nemmeno il bisogno di provare imbarazzo per sé stessi. Ed è questo uno dei punti di forza dell’opera che stiamo analizzando.

Tutti gli altri dettagli, fotografia, recitazione – ma vi avvisiamo: abbiamo visto la versione doppiata! – montaggio e sceneggiatura sono ottimi, e il film che pure può destabilizzare chi cerca nel cinema la lotta del bene certo contro un male scontato, non lascia comunque con l’amaro in bocca chi cerca, ed è disposto a trovarle anche in un’opera horror, emozioni e idee più complesse.

Il rapporto con la famiglia, cosa è famiglia, la fluidità nei rapporti, l’elaborazione del lutto, la frustrazione del non comprendersi, la rabbia, la volontà di allontanare chi reca con sé problematiche che non si vuole imparare a gestire, sono tutte tematiche presenti nel film e che pure non tolgono forza all’elemento sovrannaturale che giustamente ne è al centro. Potremmo dire che se dubitiamo dei personaggi e delle loro pulsioni, o delle loro verità come dei loro ruoli, è perché, in fondo, è nella nostra vita che ci tocca fare i conti con quei dubbi e quelle incertezze. Il fatto che questa materia sia materia di un’opera filmica non è certo cosa da poco. 

 


domenica 24 settembre 2023

Il Caftano Blu di Maryam Touzani

Ricordo a fatica uno scritto del filosofo Gilles Deleuze sul barocco, sulla piega, e un aggiornamento di quel discorso che spostava il tutto sulla piaga della performance art contemporanea da parte della critica Francesca Alfano Miglietti. In buona sostanza il barocco, simboleggiato dalle pieghe ricche di dettagli dell’Estasi di Santa Teresa, porta a riflettere sull’assenza di interiorità, quasi che questa sia solo il rovescio dell’esteriorità.

Non sembri una discettazione da poco perché questo Il Caftano Blu, che si apre sulle immagini delle pieghe del tessuto, in realtà ci mostra tre personaggi alle prese con un quotidiano apparentemente banale, come lo potrebbero vivere in tanti, e quindi forse superficiale. E’ l’attenzione al dettaglio, lo sguardo della regia, che ci mostra il travaglio e la ricchezza di quei tre personaggi sul piano interiore, quasi che esso possa essere mostrato ribaltando la superficie.

Mina e il marito Halim hanno un negozio di sartoria fatta a mano in una medina del Marocco. E già siamo all’elogio della lentezza, dell’arte che ha bisogno di tempo per prendere vita e rivelarsi in tutta la sua ricchezza. I due assumono il giovane Youseff in qualità di apprendista. Tutto sembra procedere secondo copione, ma il desiderio di Yousseff per Halim e la malattia di Mina che prende potere in maniera devastante scompaginano tutto.

 


Ecco, lungi dall’essere un elogio del dolore, o lontano dall’essere un grido verso un Dio con la maiuscola o la minuscola, come lo scriverebbe l’anarchico Artaud, questo film mostra che anche il dolore può essere un’opportunità. Un’opportunità di apertura all’altro, e dunque a sé stessi. Una possibilità per lasciarsi andare. Le confessioni di Halim alla moglie, l’invito di Mina al marito a non credere di non essere degno d’amore, qualunque esso sia, compreso quello omosessuale, le cicatrici sul seno di lei che il marito sfiora con delicatezza.

Questa è parte della materia, incandescente nelle mani di altri, ma delicata e dai toni elegiaci sotto lo sguardo attento di Touzani, quasi che non fosse più il tempo di sperimentare con la forma ma sia arrivato il momento di sperimentare con la lentezza, quella che ci permette di contare i respiri, quella che ci permette di capire di che materia sono costituiti i nostri moti d’animo, quella infine che ci lascia prendere decisioni al di là di quello che è il potere politico o il tornaconto economico.

Questo film, che è veramente rivoluzionario, è stato scelto dal Marocco per essere inviato alla premiazione per l’Oscar al miglior film straniero, e il premio lo meriterebbe tutto. Ci troviamo di fronte a corpi mutanti a causa della malattia, a anime oppresse prima e liberate poi dalla solidarietà e dalla voglia di vivere, a un tempo che si dilata e che coinvolge anche lo spettatore in un ballo, come quello dei tre protagonisti alla finestra, che sembra una promessa di redenzione in questo mondo non ostante la finitezza che reca con sé l’essere umano. Se non è rivoluzione questa … 

 



domenica 17 settembre 2023

Enzo Jannacci. Vengo Anch’io di Giorgio Verdelli

Temo sempre le operazioni-amarcord, perché tendiamo tutti a vedere il nostro passato con un’occhio indulgente e a paragonare con esso impietosamente il presente, che semplicemente non è il tempo della nostra giovinezza e da cui è fisiologico dunque sentirsi lasciati un po’ fuori gioco. Detto questo, il qui presente Enzo Jannacci. Vengo Anch’io non è la prima operazione riassuntiva della carriera del geniale cantautore milanese.

Ricordo chiaramente di aver visto altre operazioni simili, sebbene più brevi, su canali tematici RAI a tardissima notte, e di averne comunque goduto. I protagonisti sono più o meno sempre quelli: i primi collaboratori dell’artista, quindi Dario Fo, Giorgio Gaber, Cochi e Renato, gli amici di ‘seconda generazione’ come Paolo Rossi, Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores, i ‘figli d’arte’ come Vasco Rossi (sarà per molti una sorpresa ma il rocker di Zocca attribuisce a Jannacci l’ispirazione per più di uno dei suoi brani, come spiega benissimo nelle interviste allegate al film).

Non dimentichiamo i collaboratori sparsi, da Mia Martini agli amici del figlio Paolo come J Ax e Elio, e, nota di merito, a Jannacci viene attribuita con esattezza la paternità di un brano come Via Del Campo (nel senso che il milanese rinvenne una melodia del ‘500, la fece ascoltare al genovese dopo averci arrangiato qualcosa di sensato e proprio e il genovese dette vita, su quella melodia, a Via Del Campo … si finì amichevolmente ma comunque tirando di mezzo gli avvocati, come ricorda con esattezza Dori Ghezzi).

 


Il fatto è che, come ci ricorda Vecchioni, Enzo Jannacci aveva un talento naturale per sparigliare le carte. A differenza dei cantautori ‘nobili’ (Guccini, Faber, ma potremmo dire anche Tenco), che sceglievano di stare dalla parte del dolore sempre e comunque, il Nostro invece toccava anche le corde comiche con la propria arte, ma senza farti capire da che parte sarebbe andato a parare.

Senza parlare poi di quel modo di esprimersi a volte criptico che era tipico dei bluesmen come Charley Patton, mi sento di aggiungere dottamente. Eh sì, perché come i musicisti provenienti dal Delta del Mississippi cantavano di vagabondi e personaggi di ogni risma, così Jannacci cantava i ‘diversi’ di ogni risma senza sconti per nessuno, includendo spesso lo sguardo dello spettatore quasi questi fosse un personaggio in più, riuscendo quindi pirandellianamente a sfondare la quarta parete.

Nel documentario vengono anche raccontate l’amicizia e la collaborazione con Zavattini, e alcuni tentativi di dedicarsi all’arte della recitazione teatrale finiti con un clamoroso insuccesso – ma non era uomo da mezze misure il Nostro: a volte come a Sanremo godeva di scelte suicide, artisticamente parlando. Non pensiate che l’atmosfera del documentario sia quella della celebrazione, quanto quella della narrazione da parte di amici, e quindi una celebrazione sì ma della vita in sé.

 


Dai primi trascorsi nella band di Celentano con Gaber alla collaborazione con un curioso Boldi batterista, accediamo agli ultimi anni e agli ultimi successi, fino a una toccante lettera scritta a Vasco in persona e una serie di collaborazioni ‘minori’ come quella con Ramazzotti e Ruggeri in una inedita veste di coristi.

Non è strano allora che l’aspetto critico – non tutte le collaborazioni ad esempio furono di peso, il sospetto è che alcuni personaggi cercarono di ricambiare la curiosità dell’artista milanese allo scopo di accedere a un gradino superiore, quello della cultura, passaggio che da soli non sarebbero mai riusciti a ottenere – venga meno, ma senza far mancare comunque un ritratto a tutto tondo dell’uomo. Difficile pensare a un documentario su Jannacci dove non si rida, ad esempio.

Ecco che allora si esce dalla sala con la sensazione di avere alcune idee più chiare sull’artista, cosa che francamente non fa mai male, ma non sulle epoche da lui attraversate, ad esempio. Gli anni Sessanta, gli anni Settanta, e poi il riflusso, cosa furono per Jannacci? Era davvero così impermeabile e monolitico, era davvero così ontologicamente coerente con se stesso e incorruttibile dagli umori del mondo là fuori? Per queste e altre domande, dovremo aspettare un altro documentario … 


 

domenica 10 settembre 2023

Io Capitano di Matteo Garrone

Leone d’Argento per la miglior regia e Premio Mastroianni per il miglior attore emergente (il senegalese Seydou Sarr), l’ultima fatica di Matteo Garrone è forse destinata a far parlare di sé come sempre avviene in questa Europa ‘sazia e disperata’ (come cantavano trent’anni fa i CCCP Fedeli alla Linea). Non ricordo più quale performer di arte contemporanea – ma ricordo trattarsi di una donna – disse qualche anno fa: nel mondo quando un artista tocca temi sensibili si parla dei temi, in Europa invece si dibatte dell’opera d’arte stessa.

Infatti non sono mancate, anche se giustificate, le critiche a questo lavoro di Garrone. Un’Africa troppo cartolinesca nella prima parte, l’utilizzo di una troupe tutta italiana e non mista – cosa che avrebbe permesso una contaminazione narrativa senz’altro più interessante – e delle musiche seppur ispirate tuttavia troppo didascaliche, soprattutto nella scena del ballo quasi all’inizio della pellicola. Eppure, mentre aspettavo di entrare in sala, chi stava uscendo dalla visione precedente la mia confidava di non essere consapevole del percorso narrato dal film, e quindi la sua funzione l’opera ce l’ha, decisamente.

Seydou e Moussa sono due cugini sedicenni che, dal Senegal, decidono di partire per l’Europa, per mantenere le proprie famiglie e diventare musicisti di successo. Per realizzare il proprio sogno di vedere bianchi che gli chiedono autografi attraverseranno il deserto, l’inferno delle prigioni libiche, i lager, la traversata su una bagnarola che sta in acqua per miracolo piena di uomini, donne e bambini. Ma il realismo non è tutto in questo film. Certo lo stregone può sembrare un poco di maniera, ma le sequenze oniriche fanno pensare un po’ a Pasolini e un po’ al miglior Kusturica, anche senza avere la spinta interiore di quegli autori che però era unica e irripetibile.



Rimane la sensazione di aver visionato una pellicola leggermente patinata, nel senso che se ci fosse stato Bunuel alla macchina da presa, o anche solo un Bressane, l’aspetto magico sarebbe sorto autonomamente dalle immagini, così come forse questa commistione sarebbe stata più allucinatoria, violenta e quindi reale per lo spettatore. Ma siamo in Italia nel 2023, e quindi non possiamo lamentarci più di tanto. Certo, come hanno sottolineato in tanti, ci sono registi locali, premiati anche da noi a Cannes ad esempio, come Moussa Traoré, Mati Diop, o Moussa Sene Absa.

Certo, il viaggio dal Senegal alla Libia e poi la traversata del Mediterraneo sono rotte complesse, e sono state narrate con abilità, ma da questo punto di vista, si poteva fare di più come già detto. Eppure. Eppure vale forse la pena lasciarsi andare a queste immagini, a una urgenza che spinge le persone alla fratellanza e ad aiutarsi vicendevolmente che noi Europei abbiamo perso – se non nella versione rabbiosa di alcune cronache di questi giorni.

E proprio per aver descritto, alla fine, dei personaggi umani, umanissimi, va premiata questa pellicola di Garrone – che proprio al realismo magico dichiara di essersi ispirato – con almeno una visione. Non sappiamo come vivranno qui da noi quei ragazzi, ma come disse una volta il vignettista Vauro, un africano che arriva a dormire sui marciapiedi d’Europa la notte ha comunque vinto la lotteria. Cosa significherà vivere tra di noi, nelle nostre città, e cosa significherà avere a che fare con la fame e una vita di espedienti, è una narrazione che si farà un’altra volta sebbene già i Dardenne ce ne abbiano dato un assaggio – di cui qui avete trovato ampio resoconto. 

 


domenica 3 settembre 2023

Gli Oceani Sono i Veri Continenti di Tommaso Santambrogio

Lav Diaz ha spopolato, per via dei primi che ha vinto – Pardo D’Oro, Leone d’Oro, un paio di Premi Orizzonti solo nel nostro Paese – e per via del comunque discreto successo di pubblico. Non stupisce dunque che sia diventato modello ammirato e stimato da una congerie di nuovi registi che sono alla ricerca di un modello di riferimento, ideale e dialettico.

I conti tornano dunque, sulla carta. Meno se si fruisce quest’opera di Tommaso Santambrogio, classe 1992 e varie opere nel proprio curriculum, tra cui il recente documentario Taxiboi (2023) e L’Ultimo Spegne la Luce (2021). Questo Gli Oceani … è il completamento di un precedente corto del 2019 e racconta le vicende di tre gruppi di personaggi: una coppia di artisti, due bambini amanti del football, e una anziana vedova di guerra.

Le storie si intrecciano come da tradizione, fino al finale in cui tutte e tre le narrazioni trovano modo di sostare in una unica inquadratura alla stazione di un treno, ma qualcosa non torna. Manca il ritmo a quest’opera. Manca il dramma, il pathos. Se Santambrogio conosce bene sia il linguaggio della fiction che quello del documentario, quest’opera sembra mescolare entrambe senza che il lavoro finale se ne avvantaggi.  


 

Peccato perché verso la fine assistiamo a una rappresentazione in un teatro di marionette che è di rara delicatezza e poesia, e che sicuramente ripagherà voi spettatori del prezzo del biglietto – anche perché alcune scene mostrano la preparazione dello spettacolo e quindi chi osserva è in qualche modo doppiamente preparato, dagli avvenimenti precedenti prima e dalle note d’autore, diciamo così, poi.

Si vuole un’opera sul desiderio, sull’attesa, sulla frustrazione o sulla sua realizzazione – più tramite l’arte che tramite la vita – purtroppo anche i momenti più drammatici almeno sulla carta, come quel pianto sconsolato della vedova mentre asciuga le lettere del marito che un acquazzone ha infradiciato, non decollano del tutto e ci lasciano con una sensazione di amaro in bocca, di si poteva fare di più.

Bene per compenso che Santambrogio abbia scelto una La Havana di periferia, lontana quindi dai racconti cartolineschi delle zone più cool quali quelle vivisezionate da Wenders nel suo Buena Vista Social Club, ad esempio. Opera sulle tre età della vita – l’infanzia, la maturità e la vecchiaia – forse ha la pretesa di essere eccessivamente filosofica e esemplare, quando le vicende narrate sono a dirla tutta molto comuni e quindi si sarebbero forse dovute sviscerare meglio invece che raccontarle semplicemente all’interno di una cornice pensante.

Nel complesso quindi un lavoro interessante, con dei picchi notevoli che riscattano una generale mancanza di consapevolezza narrativa accettabile in una opera prima ma che, non essendo la pellicola in oggetto tale, ci fa incuriosire verso gli altri lavori del regista, sicuramente da recuperare, nella speranza che i lampi di lirismo intravisti in questo lavoro si moltiplichino e ci stupiscano. 


 

venerdì 25 agosto 2023

La Bella Estate di Laura Lucchetti

Film tratto da un racconto di Cesare Pavese su cui dovremo soprassedere, colpevolmente, per mancata presa visione, La Bella Estate è la storia del passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Ginia (Yile Vianello), una giovane ragazza di umili origini contadine che si guadagna da vivere come sarta, seppure abbia ambizioni da stilista. A farla deviare dal suo percorso piccolo borghese è Amelia (Deva Cassel alla sua prima apparizione cinematografica), modella di nudo per vari pittori nella Torino degli anni Quaranta.

Lo sregolamento dei sensi, per usare una espressione pomposa che però rende bene quanto raccontato nella pellicola, ovvero l’intreccio di ambizioni artistiche e di vita (erotica) porterà Amelia alla malattia e Ginia a dover ricominciare daccapo, e pure dal basso. Ci si perdoni lo spoiler, come dicono i giovani, ma partire dalla fine è d’obbligo per venire a capo di un’opera affascinante ma confusa – non sappiamo se sono le fonti dell’opera o l’ispirazione della regista ad esserlo: indagheremo.

Lo dico per esperienza personale, dato che, mi si perdoni se divago e smetto i panni (anch’io) del kritiko, avendo lavorato in teatro col (mio) corpo nudo e avendo notato che tutte quelle pulsioni e tensioni (sarà la mia età?) poco c’entrano con l’essere privi di protezioni. Tutt’altro. A un corpo senza abiti si apre un mare di possibilità infinite, e proprio il sentore di questa libertà spaventosa gioca a sfavore degli artisti che vengono immancabilmente indicati come perversi e infantili da chi ha la coda di paglia – o da chi è, ahem, fedele alla linea (una qualsiasi).


 

Ma – e qui reindosso i panni del kritiko – sarebbe bastato a Lucchetti relazionarsi coi primi film di Antonioni per scrollarsi di dosso – scusate questo continuo tramestìo di panni – ogni possibile moralismo. Il fatto è che il passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta è delicata per tutti, a causa di quel farsi Crono divoratore dei figli della società di cui facciamo parte, per quasi tutti. Affrontare questo tema non è facile. Ci hanno però provato in tanti, e spiace dirlo ma da questo punto di vista il film all’oggetto non è tra i più riusciti.

Si salvano certi elementi di sensualità assai contemporanea, come il ballo di Ginia e Amelia sotto lo sguardo di una camera mai così attenta al dettaglio senza farsi maniacale dal punto di vista del desiderio, quasi un istante di poesia, oppure l’amplesso tra Ginia e il pittore che di lì a poco la introdurrà all’attività di modella, un amplesso che ambiguamente è ripreso, per via di una sottrazione del sonoro, dal punto di vista di lui – l’unico dei due che gode, e già questa è una spia importante.

Ma, lo voglio sottolineare, questa storia di dissoluzione, per quanto realistica, è troppo filtrata da un punto di vista moralistico e tace tante cose che forse sarebbero dovute essere narrate. Magari in un’altra epoca, magari non in quella fascista. Ma sarebbero potute esistere tranquillamente. E allora spiace che Lucchetti non sia fatta almeno della pasta di quella simpatica coppia di attempati moralisti marxisti Straub e Huillet, cui si può perdonare appunto il moralismo per via del fuoco e delle fiamme della passione, questa sì quasi erotica, per la libertà.

Manca la connessione tra la perdita di libertà storica – non basta chiudere la finestra mentre parla Mussolini per fare i conti con la politica purtroppo – e la perdita di libertà individuale, la quale determina l’impossibilità di sperimentare. Resta una pellicola di cui ricorderemo gli attori, le immagini, la fotografia, la musica, insomma molto, ma della cui anima profonda ed equivoca non sentiremo la mancanza.