Dopo “L’Orgoglio degli Amberson” e “It’s All True”, Welles,
piegato dai tagli imposti al suo cinema, decide di lavorare su un soggetto non
suo e con maggior attenzione alla ‘classicità’, per non vedere una sua nuova
opera ancora sfigurata dalla produzione. La scelta cade su questo soggetto di
Victor Trivas, il quale collabora poi alla sceneggiatura assieme allo stesso
Welles e a John Huston. Certo che per essere un thriller ‘classico’ ci troviamo
di fronte a certi grandangoli deformanti tipici del cinema wellesiano e a certi
piani sequenza (quello che precede l’uccisione di Meinike) o a un uso delle
ombre (la scena sulla nave) che restano comunque impressi nella memoria di chi
ama il cinema.
Ma non è questo l’unico motivo di interesse del film.
Seppure in maniera un poco didascalica, infatti, “Lo Straniero” risulta essere
un saggio sul perturbante, o meglio, un saggio sul subcosciente. In questo
senso andrebbe accostato a due film più recenti, ovvero a “Eyes Wide Shut” di
Stanley Kubrick e a “A History of Violence” di David Cronenberg. Del primo – o
meglio del romanzo “Doppio Sogno” di Schnitzler da cui è tratto - riprende
appunto l’idea che dentro di noi ci siano forze psichiche di cui non siamo
totalmente consapevoli ma che lavorano dentro di noi ugualmente, rendendoci
piano piano consci di ciò che è appunto “la realtà”, mentre del secondo
anticipa il tema del personaggio doppio che si costruisce una apparente
‘normalità’ per nascondere quello che in realtà è un passato tutt’altro che
‘normale’, dandoci così modo di approfondire quella che è la distanza tra la
verità e la superficie delle nostre esistenze.
Veniamo alla storia. Nell’immediato dopoguerra, la
Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra è alla ricerca di
una delle menti dietro i campi di concentramento, il nazista Franz Kindler
(Orson Welles), il quale è riuscito a nascondere le proprie tracce, comprese le
proprie fattezze. Di lui si sa solo che ha una forte passione, quasi una
ossessione, per gli orologi. Mr. Wilson (Edward G. Robinson) lascia fuggire
dalla prigione un suo vecchio collaboratore, Konrad Meinike (Konstantin
Shayne), il quale si reca da Kindler a Harper, nel Connecticut, per
‘convertirlo’ alla fede che egli avrebbe ritrovato in carcere.
Ovviamente Meinike, unico a conoscere l’identità di Kindler,
viene ucciso da quest’ultimo non prima di essere stato a casa dello stesso
Kindler e avere fatto conoscenza con la di lui futura sposa, Mary Longstreet
(Loretta Young). Sarà appunto Mary il perno attorno al quale farà leva Mr.
Wilson perché Kindler esca allo scoperto e si tradisca. Infatti costui decide
di uccidere anche la moglie, facendone sembrare la morte un incidente, dopo
essersi convinto che ella, inizialmente propensa a credergli e a non tradirlo,
pian piano si convince invece di aver sposato non un uomo amorevole come
credeva, ma un assassino freddo e calcolatore.
Privo di grandi dialoghi ad effetto come quelli di “Il Terzo
Uomo” di Carol Reed dove Welles protagonista elogia la guerra e compiange la
pace – dialogo apprezzatissimo dai destrorsi di ogni risma, ironicamente, ma ne
parleremo a suo tempo – o di innovazioni incredibili come il piano sequenza
iniziale de “L’Infernale Quinlan”, questo “Lo Straniero” venne indicato dallo
stesso regista come ‘il suo peggior film’. In realtà si tratta di un film che
omaggia il noir classico pur senza mostrarci un protagonista identitariamente
labile come da crismi del genere – l’identità di Kindler infatti è poco chiara
per gli altri personaggi, non per lo spettatore che sin da subito, avendo
assistito all’omicidio, sa.
E del resto dell’anno successivo è il “Macbeth”, di cui
parleremo presto anche su queste colonne, mentre del 1948 è il capolavoro “La
Signora di Shanghai”. Ci troviamo quindi di fronte, con questo film, a un
regista tutt’altro che in crisi, ma che solo si preoccupa di non uscire troppo,
come sarebbe invece sua indole, dai canoni del cinema classico, per non urtare
la produzione e quindi invitarla a nozze nell’uso delle proverbiali forbici. E
se il classico del genere Welles lo firmerà con il suo già citato “L’Infernale
Quinlan”, qui ci troviamo comunque davanti agli occhi un prodotto di ottima
fattura.
Certo, il genere che prende vita in Germania negli anni
venti con “Il Dottor Mabuse” di Fritz Lang e che poi viene esportato negli
Stati Uniti grazie a pellicole del calibro de “La Morte Corre sul Fiume” e “Il
Mistero del Falco” qui viene notevolmente ridimensionato, proprio per via della
‘pudicizia’ del regista, ma come accennavamo citando appunto i due rifacimenti
successivi, si tratta comunque di una pellicola non solo onesta, ma dalle
potenzialità notevoli per diventare qualcosa di più e oltre, se inserito in
prospettiva nella storia del cinema.
Ci sarebbe da spendere qualche parola sul rapporto tra
‘individuo’ e ‘società’. Come è possibile che un nazista sotto mentite spoglie
si sia potuto inserire in una ‘ridente’ cittadina di provincia, tra onesti
ragazzini che passano il loro tempo andando a caccia o al fianco di un
assessore comunale che non lesina partite a dama da 25 centesimi di dollaro
l’una? Se avete presente il clima mortifero di un film come “Il Portiere di
Notte” di Liliana Cavani – altra pellicola che verrà analizzata in questo blog
– avete forte la possibilità di toccare con mano la distanza tra
l’introspezione tipica del cinema europeo e il ‘pragmatismo’ o meglio il
dualismo bene-male tipico dell’arte, oltre che della visione della vita,
statunitense – e proprio in questo senso il film di cui all’oggetto è poco
‘sperimentale’.
Non è un caso che Welles si sia poi deciso appunto a
partecipare a un film come “Il Terzo Uomo”, dove il piglio da ‘simpatica
canaglia’ in qualche modo contrasta con la grevità dei commerci in penicillina
scaduta del personaggio, la cui ambiguità è senz’altro più adatta alle
sensibilità del pubblico al di qua dell’oceano: si tratta, in quel caso, di una
pellicola da mostrare a chi tra i vostri conoscenti sospettiate essere
fascista, anche quando non dichiarato – il monologo sugli orologi a cucù farà
strage nei cuori dei destrorsi – mentre questo “Lo Straniero” vede le classiche
categorie di bene e male ancorate saldamente al loro posto, non ostante questo
personaggio che per salvarsi la pelle decide di mascherarsi in simpatico e
stimato professore di provincia. Ma i conti con la storia, si sarebbe detto una
volta …
Articolo di: Gian Paolo Galasi


