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sabato 1 agosto 2020

Lo Straniero di Orson Welles

Dopo “L’Orgoglio degli Amberson” e “It’s All True”, Welles, piegato dai tagli imposti al suo cinema, decide di lavorare su un soggetto non suo e con maggior attenzione alla ‘classicità’, per non vedere una sua nuova opera ancora sfigurata dalla produzione. La scelta cade su questo soggetto di Victor Trivas, il quale collabora poi alla sceneggiatura assieme allo stesso Welles e a John Huston. Certo che per essere un thriller ‘classico’ ci troviamo di fronte a certi grandangoli deformanti tipici del cinema wellesiano e a certi piani sequenza (quello che precede l’uccisione di Meinike) o a un uso delle ombre (la scena sulla nave) che restano comunque impressi nella memoria di chi ama il cinema.

Ma non è questo l’unico motivo di interesse del film. Seppure in maniera un poco didascalica, infatti, “Lo Straniero” risulta essere un saggio sul perturbante, o meglio, un saggio sul subcosciente. In questo senso andrebbe accostato a due film più recenti, ovvero a “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick e a “A History of Violence” di David Cronenberg. Del primo – o meglio del romanzo “Doppio Sogno” di Schnitzler da cui è tratto - riprende appunto l’idea che dentro di noi ci siano forze psichiche di cui non siamo totalmente consapevoli ma che lavorano dentro di noi ugualmente, rendendoci piano piano consci di ciò che è appunto “la realtà”, mentre del secondo anticipa il tema del personaggio doppio che si costruisce una apparente ‘normalità’ per nascondere quello che in realtà è un passato tutt’altro che ‘normale’, dandoci così modo di approfondire quella che è la distanza tra la verità e la superficie delle nostre esistenze.

Veniamo alla storia. Nell’immediato dopoguerra, la Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra è alla ricerca di una delle menti dietro i campi di concentramento, il nazista Franz Kindler (Orson Welles), il quale è riuscito a nascondere le proprie tracce, comprese le proprie fattezze. Di lui si sa solo che ha una forte passione, quasi una ossessione, per gli orologi. Mr. Wilson (Edward G. Robinson) lascia fuggire dalla prigione un suo vecchio collaboratore, Konrad Meinike (Konstantin Shayne), il quale si reca da Kindler a Harper, nel Connecticut, per ‘convertirlo’ alla fede che egli avrebbe ritrovato in carcere.


Ovviamente Meinike, unico a conoscere l’identità di Kindler, viene ucciso da quest’ultimo non prima di essere stato a casa dello stesso Kindler e avere fatto conoscenza con la di lui futura sposa, Mary Longstreet (Loretta Young). Sarà appunto Mary il perno attorno al quale farà leva Mr. Wilson perché Kindler esca allo scoperto e si tradisca. Infatti costui decide di uccidere anche la moglie, facendone sembrare la morte un incidente, dopo essersi convinto che ella, inizialmente propensa a credergli e a non tradirlo, pian piano si convince invece di aver sposato non un uomo amorevole come credeva, ma un assassino freddo e calcolatore.

Privo di grandi dialoghi ad effetto come quelli di “Il Terzo Uomo” di Carol Reed dove Welles protagonista elogia la guerra e compiange la pace – dialogo apprezzatissimo dai destrorsi di ogni risma, ironicamente, ma ne parleremo a suo tempo – o di innovazioni incredibili come il piano sequenza iniziale de “L’Infernale Quinlan”, questo “Lo Straniero” venne indicato dallo stesso regista come ‘il suo peggior film’. In realtà si tratta di un film che omaggia il noir classico pur senza mostrarci un protagonista identitariamente labile come da crismi del genere – l’identità di Kindler infatti è poco chiara per gli altri personaggi, non per lo spettatore che sin da subito, avendo assistito all’omicidio, sa.

E del resto dell’anno successivo è il “Macbeth”, di cui parleremo presto anche su queste colonne, mentre del 1948 è il capolavoro “La Signora di Shanghai”. Ci troviamo quindi di fronte, con questo film, a un regista tutt’altro che in crisi, ma che solo si preoccupa di non uscire troppo, come sarebbe invece sua indole, dai canoni del cinema classico, per non urtare la produzione e quindi invitarla a nozze nell’uso delle proverbiali forbici. E se il classico del genere Welles lo firmerà con il suo già citato “L’Infernale Quinlan”, qui ci troviamo comunque davanti agli occhi un prodotto di ottima fattura.


Certo, il genere che prende vita in Germania negli anni venti con “Il Dottor Mabuse” di Fritz Lang e che poi viene esportato negli Stati Uniti grazie a pellicole del calibro de “La Morte Corre sul Fiume” e “Il Mistero del Falco” qui viene notevolmente ridimensionato, proprio per via della ‘pudicizia’ del regista, ma come accennavamo citando appunto i due rifacimenti successivi, si tratta comunque di una pellicola non solo onesta, ma dalle potenzialità notevoli per diventare qualcosa di più e oltre, se inserito in prospettiva nella storia del cinema.


Ci sarebbe da spendere qualche parola sul rapporto tra ‘individuo’ e ‘società’. Come è possibile che un nazista sotto mentite spoglie si sia potuto inserire in una ‘ridente’ cittadina di provincia, tra onesti ragazzini che passano il loro tempo andando a caccia o al fianco di un assessore comunale che non lesina partite a dama da 25 centesimi di dollaro l’una? Se avete presente il clima mortifero di un film come “Il Portiere di Notte” di Liliana Cavani – altra pellicola che verrà analizzata in questo blog – avete forte la possibilità di toccare con mano la distanza tra l’introspezione tipica del cinema europeo e il ‘pragmatismo’ o meglio il dualismo bene-male tipico dell’arte, oltre che della visione della vita, statunitense – e proprio in questo senso il film di cui all’oggetto è poco ‘sperimentale’.

Non è un caso che Welles si sia poi deciso appunto a partecipare a un film come “Il Terzo Uomo”, dove il piglio da ‘simpatica canaglia’ in qualche modo contrasta con la grevità dei commerci in penicillina scaduta del personaggio, la cui ambiguità è senz’altro più adatta alle sensibilità del pubblico al di qua dell’oceano: si tratta, in quel caso, di una pellicola da mostrare a chi tra i vostri conoscenti sospettiate essere fascista, anche quando non dichiarato – il monologo sugli orologi a cucù farà strage nei cuori dei destrorsi – mentre questo “Lo Straniero” vede le classiche categorie di bene e male ancorate saldamente al loro posto, non ostante questo personaggio che per salvarsi la pelle decide di mascherarsi in simpatico e stimato professore di provincia. Ma i conti con la storia, si sarebbe detto una volta …




Articolo di: Gian Paolo Galasi