sabato 24 settembre 2022

Il signore delle formiche di Gianni Amelio

Aldo Braibanti (1922-2014) è stato un importante intellettuale italiano. Scrittore, poeta, drammaturgo, da giovane anche partigiano e antifascista. Ma c’era una macchia nella sua vita, almeno così pareva alla società codina e perbenista da cui pare non siamo ancora usciti oggi, sebbene non si intentino più processi ispirati al Codice Rocco: era omosessuale. E per di più un intellettuale socratico. Prendeva sotto la sua ala protettiva dei ragazzi, certo, maggiorenni, e li istruiva sulla letteratura e sull’arte, oltre ad amarli.

Cosa ci poteva essere di più esplosivo in un’Italia che aveva di sicuro conosciuto il boom economico ma che riteneva che quel benessere spettasse solo a una parte della società, quella considerata ‘normale’? E infatti la bomba esplode. Il ragazzo amato da Braibanti viene mandato in manicomio dalla famiglia e curato a forza di elettroshock, mentre il nostro intellettuale viene processato per plagio.

Fin qui, niente da recriminare. Il film è impeccabile nel suo rigore, nel suo mostrarci quelle famiglie distrutte dall’interno dal germe dell’omofobia, e quella società dove persino i compagni sono divisi nell’aiutare o meno una persona che di fatto aveva corso gli stessi rischi degli eterosessuali partecipando alla guerra dalla parte giusta della Storia combattendo per bande in montagna in condizioni non certo accoglienti e per di più senza l’ausilio di un esercito regolare. Eppure qualcosa ci suona storto.

 


Ci suona storto quel finale pavloviano, come direbbe Susanna Nicchiarelli (come ha detto lei stessa parlando del cinema in generale e di alcuni suoi difetti comuni in una sua intervista di qualche tempo fa) con la musica lirica addirittura in sottofondo, per far commuovere, ci suonano un po’ storti quei personaggi, soprattutto Lo Cascio e Germano, ingessati senza che questo sia dovuto a una regia kubrickiana che in qualche modo ci restituisca il senso di una società ingessata dove non ci si può muovere, e sorge in noi il dubbio del didascalismo.

Questa è una di quelle recensioni che un po’ mi costano, perché al di là di una piccolissima regia per teatro non ho mai diretto una scena importante, soprattutto cinematografica, e quindi non saprei dire ‘come avrei fatto io le cose’, per essere costruttivi e non demolitivi, tuttavia forse un set(ting) cinematografico come quello di Hammamet era più nelle corde di Amelio che non questo tipo di storia. Non che Amelio non creda a quello che narra, ma la volontà di condannare (pur sacrosanta) non lascia mai che la storia decolli.

Se non nei momenti in cui vengono mostrate le prove delle opere teatrali di Braibanti (ma forse sarà il mio amore per quell’arte?) e allora ecco che qualcosa si percepisce di commovente, una passione vera e propria, il fuoco della creatività. Per il resto anche la storia d’amore è lasciata quasi fuori scena, come se Amelio sapesse di non avere gli strumenti emotivi per sciorinarla sotto i nostri occhi.

 


Ma allora perché raccontare una storia che ci appartiene solo in parte? Perché non cedere il proprio posto a qualcuno più capace di noi di raccontare una storia simile? E chi avrebbe potuto compiere un gesto del genere al posto di Amelio? Sicuramente il fatto che sia lui, regista comunque noto al pubblico, è importante perché la storia circoli. All’uscita dal cinema ho percepito infatti delusione, la delusione di chi si aspettava un nuovo film su Craxi e invece si trova davanti quest’opera di impegno civile.

Impegno civile che pare una bestemmia oggi che tutto è fiction, come lo è stata la serie di Bellocchio su Moro di cui abbiamo parlato anche in questo blog, oggi che tutto deve far evadere e non pensare, ed ecco che allora questa operina in qualche modo non del tutto compiuta risulta comunque importante, per via di ciò che narra e di come ci fa specchio, in un presente dove parte importante del Parlamento si perita di esultare per la bocciatura di una legge contro l’omofobia.

Quindi, in chiusura, non possiamo non prendere questo film come cartina di tornasole di una serie infinita di contraddizioni in cui è chiuso questo nostro tempo, tra rigurgiti passatisti e voglia di disimpegno, come se fosse ancora possibile non lasciarsi trapassare da tutto ciò che accade e provare almeno dei sentimenti rispetto ciò che avviene attorno a noi, perché, presto, potrebbe accadere dentro di noi. Non si sa mai quali possono essere i casi della vita. 


 

domenica 11 settembre 2022

Rimini di Ulrich Seidl

Questo è un film importante, perché mostra delle dinamiche delle relazioni umane che a tutti possono capitare, soprattutto quando ci sono di mezzo gli affetti più cari. Né inno né panegirico pessimista, Seidl con questo film realizzato dopo un decennio di lontananza dalle sale cinematografiche, ci fa vedere un uomo che per gran parte della propria vita è, a modo suo, un ‘puro’.

Richie Bravo infatti è un cantante che tira a campare, come probabilmente ha sempre fatto, della propria arte, al netto di un padre di cui sappiamo solo che oltre che in preda alla demenza senile è anche diciamo eufemisticamente nostalgico che egli mantiene in un istituto. Lo vediamo infatti a inizio film andare a prendere l’anziano genitore per portarlo al funerale della madre assieme anche al fratello.

Richie non condivide le idee politiche del padre, tutt’altro: la sua unica ‘religione’ è infatti l’amore. L’amore delle sue canzoni involontariamente kitsch, che canta sera dopo sera in locali aperti a poche coppie o donne anziane sole riminesi in un autunno che sa di decadenza e vecchiaia dell’anima. E il nostro protagonista fa di tutto per scaldare queste presenze, non solo con la musica.

 


Richie è infatti anche un sex worker, come si direbbe oggi, mestiere che non ne intacca la generosità d’animo con cui lavora e con cui canta. E fin qui, niente di strano o di troppo sconvolgente. Ma presto le cose cambiano. Ecco infatti che una sera, a un concerto in un locale dal nome di ‘007’ arriva Tessa, la figlia che Richie non vede da dodici anni.

Tessa ha bisogno di soldi. Ha deciso che quel genitore, non sappiamo perché, assente, deve ripagarla di tutto ciò che non le ha dato negli anni per la modica cifra di 30.000 euro. E il nostro Richie, colpito nei sentimenti da quella figlia del cui abbandono non sapremo nulla, al netto di una passione smodata per l’alcool e il tabacco e quella ‘strana’ professione, decide di accontentarla, anche se non sarà facile racimolare quella cifra.

Richie non è ricco infatti, e dovrà arrangiarsi. In questo arrangiarsi divente lentamente come la figlia, avido di denaro e non più attento, com’era invece prima, ai sentimenti delle persone che lo avvicinano. E’ questo il punto nodale del film, al di là degli sviluppi materiali che vi lasciamo il piacere di scoprire da soli: una persona a modo suo pura, come abbiamo detto, a contatto con qualcuno che ha trovato una e una sola forma ai propri desideri (i soldi in questo caso), si ‘sporca’.

 


Non che Tessa sia cattiva. Semplicemente ha imparato, anche qui non sappiamo perché, a trasformare i propri vuoti sentimentali in qualcosa che può essere ottenuto facilmente, col ricatto emotivo, per lo meno più facilmente che attraverso una lenta elaborazione del lutto o un lento dialogo con l’altro.

Non è cattivo nemmeno il compagno di Tessa e gli amici di lui, profughi siriani che in Italia vivono ai margini dei margini, dato che nessuno in quest’opera si trova al centro della società che subisce. Eppure. Eppure il bisogno porta a diventare senza scrupoli, a ‘imparare la lezione’. Sarà per questo che, come dirà il padre di Richie a nessuno, nemmeno a sé stesso forse, nel buio della propria stanza, “ognuno ha quello che si merita”.

Ma non è vero. Aveva ragione il ‘primo’ Richie: ognuno merita solo amore. Ma poi la vita è più complicata, e allora ecco che forse questo Rimini è un film politico senza essere di parte, senza essere militante, lascia delle domande a evaporare ai raggi del sole d’inverno, con la neve, in attesa che qualcuno - vero spettatori? - vi mescoli il proprio fiato e dia le proprie risposte. 

 


venerdì 2 settembre 2022

Men di Alex Garland

Confesso che questa è la prima volta che vedo un film di Garland, e che, nella visione, sono rimasto felicemente spiazzato. Pur non avendo fruito opere come Annientamento, di cui leggo meraviglie, quest’ultimo lavoro – ‘analogico’, si affrettano a scrivere i recensori altrove – del regista può spiazzare i fans dell’horror per via di un certo alone surrealista per cui ciò che vediamo non è del tutto spiegabile, ma ci afferra alla gola e non ci lascia più liberi di respirare come prima.

Harper (l’attrice Jessie Buckley) è una donna che ha visto il marito morire suicida mentre stavano divorziando. Nelle parole di lui (Rory Kinnear) il suicidio avrebbe fatto sì che lei non si sarebbe mai liberata dai sensi di colpa. Era uno stratagemma, insomma, per far sì che la loro unione risultasse eterna. C’è stato un momento, quando Geoffrey si butta dal piano di sopra, in cui i loro sguardi si incontrano per un’ultima volta. Ma Harper non sa se in quel lasso di tempo lui l’ha vista.

Lei decide quindi di ritirarsi per un certo periodo in un manoir in campagna. Per elaborare il lutto in solitudine. E qui iniziano gli incontri bizzarri. Perché la campagna non è mai stata un posto per donne, con quegli uomini con idee ancora ‘medievali’, come il prete con cui Harper si confida e che le dice che gli uomini picchiano le donne a volte, e che questa è la realtà, o forse perché strani culti pagani, come quello del misterioso Uomo Verde di cui il regista ha studiato declinazioni in tutta Europa, non ti lasciano tranquillo e aprono porte su mondi misteriosi.

 


Ma andiamo con ordine. Harper cammina nel bosco, trova una galleria, scopriremo appartenente a una vecchia ferrovia in disuso, e si mette a giocare con l’eco della propria voce, in una delle scene più belle della pellicola in oggetto dato che ci lascia cogliere la natura vitale e di profonda connessione con sé e le cose della protagonista, a differenza delle sue controparti maschili. Ed ecco che alla parte opposta del tunnel un uomo la intercetta e si mette a correre verso di lei.

Harper fugge, raggiunge casa, ci si chiude dentro ma l’uomo misterioso, per di più nudo, continua a insidiarla. Ecco che la polizia da lei chiamata lo fermerà giusto in tempo. Ma non basta. Dopo l’incontro con un altro strano ragazzo disturbato e col prete di cui sopra, che se ne prende cura, Harper torna nel pub del paese vicino al manoir e scopre che la polizia ha dovuto liberare il folle. Stizzita, abbandona padrone di casa e poliziotto e si rintana in casa.

E’ una amica che pensa di venire a dar man forte alla nostra eroina, ma proprio quando le due stanno per comunicarsi l’indirizzo del luogo da raggiungere la situazione inizia a precipitare e a farsi sia orrorifica che surreale. Non vogliamo anticiparvi altro, per non togliervi il piacere della visione, vogliamo solo dirvi che se sul piano generale la metafora delle relazioni uomo donna è chiara, sul piano diegetico il susseguirsi degli eventi resta misterioso eppure non si sente per nulla un senso di incompiutezza, tutt’altro.

 


Se cercherete in rete altre recensioni oltre questa, ne troverete di tenore diverso. C’è chi ne parla come di un film interessante, c’è chi lo stronca perché il messaggio sarebbe evidente mentre la messa in scena sarebbe incerta. Non è così. Il surrealismo da sempre chiede allo spettatore di abbandonare la razionalità e ‘fidarsi’. Non dell’artista, ma del proprio istinto, delle proprie emozioni. E a noi questo film ha comunicato molto, da questo punto di vista.

La tensione che a un certo punto esplode, il mistero che si fa fitto, su quelle presenze maschili ognuna delle quali rimane quasi incinta dell’altra, in un tunnel dell’orrore senza fine, con ogni personaggio che avanza le proprie pretese, per lo più ossessioni sessuali, sulla protagonista, fino all’agnizione finale e all’arrivo della luce del mattino successivo. No, le cose non accadono per caso nei film di Garland. Per lo meno non in questo film.

La costruzione è sapiente, dal richiamo a Eva la donna peccatrice al tunnel misterioso fino alle presenze che abitano la casa, tutto ciò che vedrete in questo film è frutto non della fantasia di una persona ma di un inconscio messo al servizio della scrittura di scena. Fruire di questo inconscio significa prendere confidenza con la vostra parte non conscia, non razionale. E’ per questo che il film funziona. E’ per questo che vale la pena fruirlo. Possibilmente su di un grande schermo. 


 

 

giovedì 25 agosto 2022

Crimes of the Future di David Cronenberg

Sono uscito dalla visione con un senso di incompiutezza, lo ammetto. Se questo fosse stato l’episodio pilota di una serie, sarebbe stato perfetto. Ma come prodotto stand alone è tutt’altro che soddisfacente. Ci sono sottotrame che non vengono spiegate, ad esempio (vedi l’idendità delle due ragazze tecniche delle apparecchiature utilizzate dai protagonisti), e altre cose tirate via alla bell’e meglio (ma non approfondisco i dettagli per evitare spoiler).

Veniamo ora all’inizio. Il primo personaggio che incontriamo è un bimbo di otto anni solitario, che ai bordi di una spiaggia armeggia con un cucchiaio e il fondo del letto del fiume. Sua madre gli dice preoccupata di non mangiare nulla di ciò che raccoglie. Sembra una raccomandazione innocente, e invece scopriamo presto che il piccolo cucciolo d’uomo può mangiare la plastica fondendola con succhi gastrici che escono dalla sua bocca (qualcuno  ha detto “La Mosca!”?).

Il bambino viene ucciso dalla madre, che ne è evidentemente spaventata, e che abbandona il suo corpo non prima di aver contattato il marito perché venga a prenderselo, avvertendo che non si sarebbe fatta però trovare, lei, a fianco di quel corpo ormai senza vita. Dopo questo prologo veniamo introdotti alla corte di Viggo Mortensen, che interpreta un performer il cui corpo produce organi inutili (dei tumori in pratica) e di Léa Seydoux, sua partner in crime che si occupa dei suoi problemi di salute trasformando l’eradicazione di quegli organi dannosi in acclamate performance di body art.

 


E qui, se vogliamo trovare un richiamo artistico, dobbiamo abbandonare il cinema per riascoltare il disco prodotto da David Bowie e Brian Eno nel 1997, ovvero il capolavoro misconosciuto Outside di cui, per la cronaca, un brano, ovvero I’m Deranged, è finito nella colonna sonora di Lost Highway di David Lynch. Ma Viggo non è solo un artista: ha infatti un doppio ruolo nel film, come il suo personaggio de La Promessa dell’Assassino. E sul doppio filo dell’evoluzione della sua arte da un lato, e della sua seconda attività dall’altro, si dipana la trama del film, nei cui dettagli evitiamo di entrare per non rovinarvi il piacere della visione.

Aggiungiamo solo che, fino a qui, il film di Cronenberg appare un sogno neanche poi tanto malato di qualche artista, magari di una ORLAN, più che un futuro distopico (anche perché nel futuro di cui parla il film l’uomo non prova più dolore, cosa assai improbabile per noi che siamo usciti, forse, dall’epidemia del Coronavirus). L’atmosfera onirica, dicevamo, è forte, e da questo punto di vista è avvolgente e centrata. Non c’è un elemento fuori posto.

Sappiamo che molti diranno che Cronenberg ha dipinto un mondo in cui l’uomo ha rinunciato alla sua animalità e ai propri limiti per una dimensione oltreumana, e forse Cronenberg è stato astuto da questo punto di vista, ma noi qui non siamo soliti moraleggiare e allora troviamo più interessante l’aggancio al transumanesimo per la seconda traccia narrativa, quella di cui non vi abbiamo narrato e che scoprirete da soli al cinema, se deciderete di concedere una chance a questo film.

 


Ma è soprattutto un grande canto di addio all’empatia e all’accoglienza nei confronti del diverso questo film. Una madre che uccide un figlio e che ha provato orrore ripensando al fatto di averlo portato in grembo, come la stessa donna confessa in un dialogo intimo con Mortensen, perché diverso internamente da lei, oppure un ufficio burocratico che si occupa da un lato di catalogare i nuovi organi e dall’altro monitora le mutazioni per evitare che dei ‘non più umani’ prendano il largo e vivano la propria vita a fianco a noi, non sono certamente una critica nei confronti delle sperimentazioni artistiche più ardite, non trovate?

E allora se l’altro film di Cronenberg da citare è senz’altro eXistenZ, con i talebani del ‘realismo’ che si opponevano a chi somministrava realtà virtuale a colpi di bioporte, comunque questo nuovo episodio è più centrato del precedente, a meno che tra vent’anni Zuckerberg o chi per esso non ci stupisca con effetti speciali degni di Matrix. Chi per altro ha ventilato un ritorno di Cronenberg agli inizi del proprio cinema si ricrederà senz’altro.

Impossibile infatti pensare a quest’opera, che purtroppo, lo ribadiamo, lascia precludere a un seguito oppure si chiude nel segno dell’incompiutezza, senza tutto ciò che ci è stato presentato prima dal regista. Del resto se è vero come è stato detto che questo lavoro doveva essere realizzato a seguito di Crash, con quella pellicola ha poco a che spartire, a parte la tematica della chirurgia come nuovo sesso: il film infatti è molto parlato, le spiegazioni ci sono e sono anche rassicuranti, lontane da un lavoro che invece sbatteva in faccia agli americani il loro bisogno di narcisismo e amore per tutto ciò che tecnologicamente rappresentava un prolungamento del proprio ego.



domenica 21 agosto 2022

Nido di Vipere di Kim Young-hoon

Tarantino ha fatto scuola. L’ha fatta non solo in patria. Quel cinema post moderno e violento, dove le narrazioni vengono spezzate o magari rese circolari per puro amore di simmetria narrativa è arrivato fino in Corea del Sud. Kim Young-hoon ha vinto persino premi in vari circuiti internazionali oltre che essere campione d’incassi in patria con questo film, tratto da un romanzo del giapponese Keisuke Sone.

Noi non vediamo il motivo di tanto successo, dato che ci siamo trovati di fronte a una pellicola vecchia di più di vent’anni e in più ammorbata da quel fenomeno ‘straniamento’ che si prova quando un prodotto culturale viene trapiantato in lidi diversi da quello da cui è nato. In fondo la Corea del Nord condivide con gli Stati Uniti il tipo di ‘regime’ politico, e questo lo aveva sottolineato anche Kim Ki-duk nel suo Il Prigioniero Coreano. Ma.

I soldi, dunque. I soldi, la violenza e una certa ricerca sul significato delle nostre vicende sentimentali sono al centro di questo polpettone pulp. Un uomo, sposato e con madre demente a carico, trova una borsa contenente denaro, molto denaro, in un armadietto. Essendo inserviente, inizialmente la deposita tra gli oggetti smarriti. Ma poi. In quel lasso di tempo noi scorriamo come in un flashback le vicende che porteranno al deposito di quella borsa. 


 

Vediamo così un paio di scagnozzi della malavita che vogliono spennare un pollo di tutto il suo denaro. Vediamo una prostituta con un compagno violento alla quale un cliente si offre di porre fine alle sue sofferenze. Vediamo la madame di questa prostituta offrirle la soluzione definitiva alle complicazioni poste in essere dalle azioni del volonteroso ma stupido cliente, tormentato dai sensi di colpa sotto forma di allucinazioni. Scopriamo la vera identità del pollo. E così via, fino al finale dove scopriamo tutto.

Ora, come dicevamo la struttura del film è presa di pari peso dai film di Tarantino, e il suo scopo non è solo quello di attizzare la fame di agnizione dello spettatore, ma anche quello di spezzare la narrazione perché una più lineare non sarebbe interessante; non sarebbe, in una parola, credibile. E’ tipico della narrativa postmoderna infatti spezzettare una storia tra vari punti di vista, nessuno dei quali è definitivo o consonante con quello del narratore, che in pratica si ritira, inesistente, lasciando che tutto sia raccontato dal punto di vista dei personaggi.

Mancando il narratore onnisciente, la storia si dipana sotto i nostri occhi in maniera parziale, certo, o meglio mostrandoci varie parzialità (come nel capostipite di questo cinema, ovvero Rashomon di Kurosawa) che però si stagliano più vive e spontanee della realtà oggettiva. E questa è la sfida di questo tipo di narrativa, che si tratti di letteratura o che si tratti di cinema: mostrarci qualcosa di palpitante, un dettaglio, che sia più brillante e vivo della ‘verità’ stessa. 


 

Un dettaglio, come la borsa piena di soldi, così vivo da abbagliare sia i personaggi sia lo spettatore. Un dettaglio che, forse, solo alla fine tornerà al suo posto. Ma questa narrativa ormai è stata superata. Se pensiamo al cinema coreano, il tema dello strozzinaggio è stato già affrontato, e in maniera molto più cogente, dal già citato Kim Ki-duk con Pietà. L’oriente infatti ha, a partire dagli anni Novanta, ma anche prima, prodotto un cinema di stampo ‘pittorico’ dove l’immagine sostituisce l’elemento narrativo soggettivo del cinema post moderno.

Ecco dunque che in Pistol Opera, rimake de La Farfalla sul Mirino ad opera dello stesso Seijun Suzuki, vediamo durante una scena calare come assi nella manica tre pannelli enormi con tre riproduzioni di opere di Goya. Questa scena di un film assai criticato anche dai cinefili, ma a mio avviso geniale, è la perfetta rappresentazione di un cinema, quello orientale, che forse ha già superato, ora che viene celebrato, la sua stagione più creativa (raggiunta con i vari Kitano, Chan-wook, Zangke, Hsiao-hsien solo per citarne alcuni) e che ora si sta appiattendo sulla sperimentazione in vitro mescolandosi con elementi di successo ma già ben rodati del cinema occidentale.

Continueremo a seguire con interesse questo tipo di cinema, certo, ma come anche nel più riuscito La Donna del Fiume di Lou Ye, da noi recensito poche settimane fa, ci stiamo avvicinando a un cinema ultracitazionista dove il confine tra il vivere di vita propria e il vivere di luce riflessa si assottiglia sempre di più. Là c’erano ancora ottimi bagliori di luce, e la storia e la messa in scena si reggevano sulle proprie gambe, qui, sebbene dal punto di vista tecnico tutto sia al suo posto, possiamo percepire una certa stanchezza, e una certa perplessità si è appropriata di noi in quanto spettatori. 


 

sabato 13 agosto 2022

Nope di Jordan Peele

Lo ammetto, questo film è fatto proprio bene. Ho letto che è costato circa 68 milioni di dollari – contro i 4,5 del precedente Get Out! – e sono tutti soldi spesi bene. Purtroppo a fine visione non ho avuto quella sensazione di aver assistito a un capolavoro o a un film molto, molto interessante. Dovessi dargli un voto, sarebbe un sei e mezzo, e questo anche a fronte dell’hype scatenato un po’ ovunque sul web da questa uscita. Intendiamoci, il film ha un messaggio ‘profondo’ e interessante, e come scrivevamo è fatto benissimo, tuttavia non c’è smarginatura – come direbbe Carmelo Bene – ma è tutto dentro il frame della cornice cinematografica.

Ma andiamo con ordine. Otis Haywood è un addestratore di cavalli per il cinema. Dice di discendere dall’uomo, anch’egli di colore come lui, che cavalcò per la prima volta davanti a delle cineprese, per la precisione alle macchine fotografiche disposte da Edweard Muybridge, lo stesso fotografo che per primo fotografò il movimento dell’essere umano. Ovviamente è una sua invenzione, ma il business è business. Haywood muore in circostanze misteriose sotto gli occhi del figlio OJ (Otis Junior), che prende in mano, con scarso successo tanto che si trova a vendere quasi tutti i cavalli, l’attività paterna, spesso aiutato dalla sorella Em (Emerald).

I due vanno a vendere i cavalli a un uomo, Ricky ‘Jupe’ Park che da giovane ha fatto parte di una sitcom comprendente una scimmia che un giorno dà di matto e uccide tutti sul set tranne appunto il nostro personaggio, che si salva miracolosamente. Ma una minaccia si materializza sopra le nuvole della fattoria di OJ, che fratello e sorella decidono trattarsi di un UFO, e quindi si procurano le più moderne attrezzature per poterlo filmare e poter diventare ricchi, svoltando quindi rispetto alle proprie possibilità economiche grazie alla scoperta. Questa, in buona sostanza, la trama del film, cui non aggiungiamo altro per evitare spoiler.

 


Che dire di Nope? Innanzitutto che si tratta di un film il cui tema non è solo l’ossessione dell’uomo contemporaneo per l’immagine e la sua monetizzazione, come ho letto in quasi tutte le recensioni scritte a un giorno dalla sua presenza in sala. No, il film è più profondo di così. Il tema, col richiamo all’abisso di Nietzsche che ti scruta se tu lo scruti, è un trattato su quanto sia impossibile domare la natura, sia quella animale sia quella umana. La scimmia assassina, i cavalli che fuggono all’improvviso appena sentono rumori strani, l’UFO stesso – non spiego meglio per non rovinarvi la sorpresa – rappresentano ciò.

Il punto è che la tecnologia, la cattura dell’immagine – lo dico perché ho scattato fotografie per dieci anni – non sono altro che un tentativo, lo scrive anche Susan Sontag, di catturare ciò che ci angoscia, dalla paura di non fare una bella esperienza del turista fino al desiderio di fermare il tempo alle angosce primordiali, come quelle di cui si occupa questa pellicola. Ecco che allora potremmo addirittura citare Bataille, che in un suo libro sulla storia dell’erotismo spiega che il cristianesimo e tutta la nostra cultura – pensate a quanto è stato iconico Cristo per secoli – cercano di scongiurare la nostra, ultima, mortalità, quindi la nostra intima tendenza al caos, all’entropia.

Eppure questo meccanismo è un’arma a doppio taglio, perché proprio l’atto del guardare è legato all’atto del desiderare, e quindi al cupio dissolvi che viene acceso dall’osservare un pericolo estremo direttamente. Questo ci permette di fare un paragone tra OJ, che abbassa lo sguardo dicendo ‘No’ per non osservare la ‘cosa dall’altro mondo’ e Henry McHenry, che nell’abisso di sé stesso guarda direttamente, per osservarsi così com’è, e impazzisce, in Annette di Carax, film dello scorso anno.

 


Come non comprendere dunque che la ‘cosa’ dello spazio non è altro che una proiezione della nostra natura predatoria? Come non metterla in relazione con la nostra capacità manipolatoria nei confronti degli animali, per addomesticarli, e con ciò che la società stessa fa con noi ‘educandoci’ (ricordate Mario Mieli che parlava di ‘educastrazione’)? In fondo non c’è molta differenza, tutt’altro. Ma allora se il film di Peele mi permette di ragionare su tutto ciò, perché il mio giudizio nei suoi confronti è così basso?

Per un semplice motivo. Questo film è troppo trattenuto. Come scrivevo all’inizio della recensione, non esce dai margini. Ad esempio, citando un altro musical dato che ho parlato di Annette, Dancer in The Dark di Von Trier ci lascia con il dubbio se le catastrofi che capitano a Selma sono necessarie per fare un film di condanna della pena di morte o se invece sono dettate dal sadismo insito nel regista nei confronti dei suoi personaggi femminili. Il problema non è se Von Trier sia un sadico, ovviamente, ma questa ambiguità, la possibilità di farne esperienza come spettatore – e quindi la possibilità di fare esperienza della propria ambiguità per lo spettatore – è ciò che manca in questo film, che pertanto si riduce ad essere un film didascalico. Meno di quelli di Nolan, molto più di altri di cui abbiamo tessuto le lodi in questo blog.

Ovviamente dato quanto se ne sta parlando, non possiamo non invitarvi a recarvi al cinema e a verificare quanto abbiamo scritto coi vostri occhi. Abbiamo infatti la sensazione che alcuni spettatori, con cui abbiamo parlato in questi due giorni, rischino di perdersi. Questo film pertanto rischia di passare per complesso e per profondo, di conseguenza. Non che non lo sia. Ma ‘profondo’ nel senso di ‘pieno di significati’ (che non sono significanti), e non nel senso di ‘abissale’ come invece parrebbe essere, o potrebbe essere dato il genere … 


 

mercoledì 3 agosto 2022

X A Sexy Horror Story di Ti West

Confesso che l’horror dei giorni nostri mi lascia spesso con l’amaro in bocca. Ho trovato incredibile, per dirne una, il successo tributato a Get Out! Scappa di Jordan Peele, per via di alcune scene impossibili dal punto di vista logico (ne dico una: la scena in cui il protagonista è legato mani e collo a una poltrona ma riesce comunque a infilarsi dei batuffoli di cotone nelle orecchie e quindi a sfuggire al controllo psicologico dei suoi antagonisti) che rendono impossibile la sospensione dell’incredulità. E non sapete quanto ho dovuto litigare con la fandom di questo film per questo motivo. Pare che i veri ipnotizzati fossero loro.

Non ho poi ancora recuperato i film, soprattutto The Lighthouse e The Witch, di Robert Eggers. Non per pigrizia, ma è che c’è sempre qualcosa di interessante da recuperare nel passato quando non vado al cinema a vedere uscite recenti, senza contare le altre mie passioni, come la musica o il disegnare. Per cui parto con una visione monca del genere contemporaneo, ma ieri mi sono recato in sala per vedere questo X A Sexy Horror Story di Ti West di cui vi riferisco, complice un agosto privo almeno per ora di altre visioni nuove interessanti e incuriosito dal mix di erotismo e horror, che sulla carta era molto intrigante.

L’erotismo infatti è un genere cinematografico che ti lascia completamente aperto, mentre al contrario l’horror gioca su reazioni di chiusura, sul senso del pericolo e non sulla fiducia. Chissà che contrasto si sarebbe potuto creare, mi sono detto. Ovviamente parliamo per stereotipi, dato che poi esiste tutto un cinema erotico a tema sadomaso dove già le carte si mescolano un poco. Ma non è questo il punto. Diciamo allora che Ti West ha voluto omaggiare i capisaldi del genere slasher, come Non Aprite Quella Porta, senza cadere nella calligrafia, anzi cercando di dire qualcosa sia sullo ieri che sull’oggi. Riuscendoci a pieno. 


 

Ma partiamo dall’inizio. La trama. Un gruppo di attori di film per adulti, con tanto di regista appassionato di Nouvelle Vague che vorrebbe tanto girare un film erotico d’autore, e produttore che poi è il ragazzo della protagonista interpretata da Mia Goth, si ritirano in un ranch in mezzo al nulla vicino a un lago infestato dai coccodrilli allo scopo di girare un film intitolato La Figlia del Contadino, di cui non vi raccontiamo la trama perché ci pare ovvia. Accolti all’inizio con diffidenza, sembra che il nucleo di attori stia ingranando col lavoro. Fino a che il personaggio di Mia Goth non si incontra con una strana anziana signora, moglie del proprietario di casa.

Non vogliamo togliervi il gusto della visione, pertanto non aggiungeremo altro alla narrazione degli eventi, tuttavia vogliamo dirvi che come sarà evidente a fine proiezione il personaggio di Goth e l’anziana signora sono l’una il doppio dell’altra, che entrambe credono di meritare più di quanto il mondo dia loro, che condividono quest’etica con un predicatore televisivo, uno dei tanti che impesta(va?) gli Stati Uniti e di cui ho memoria essendo stato da ragazzino fan dell’heavy metal e avendo visto in prima persona cosa quei predicatori dicevano della ‘musica del peccato’.

E’ dunque quello di Ti West un atto d’accusa contro l’American Dream. Il fatto che la giovane pornostar sia vittima in questo film non ne fa un personaggio edificante. Tutt’altro. Diciamo allora che poi quello di West potrebbe essere letto anche come un messaggio di allarme per tutti coloro che tentano di portare energie positive – fossero anche solo quelle dell’amore e del sesso – nel mondo, perché quel tentativo potrebbe far scatenare energie opposte da parte di persone vecchie e impotenti – anche solo ‘dentro’. In fondo che cosa ci ha detto Wilhelm Reich a proposito del fascismo? 


 

Si badi bene, quello di Ti West non ci pare un invito a rinunciare. E nemmeno la sua è una visione manichea, con i ‘buoni’ pornomani che vogliono portare pace e amore nel mondo – uno degli attori ha fatto la guerra nel Vietnam con i Marines e pare non se ne sia pentito non ostante abbia visto “contadini pronti a sparar(gli) ovunque” – e i ‘cattivi’ anziani che vogliono mantenere la pace (dei sensi) nel mondo. Tutt’altro. Gli attori e la troupe cercano di fare soldi, come tutti. Lo fanno mescolando desiderio e passione, ma anche capacità di fingere (sono attori dopotutto) e volontà di trionfo, si sarebbe detto una volta. 

E per quanto riguarda i due anziani coniugi, sono troppo vecchi, forse, per reggere l’urto della gioventù e ritornare a rivivere momenti felici. Hanno pertanto un aspetto a tratti malinconico, di una tristezza che invita all’empatia. Questo non li giustifica, tuttavia Ti West è consapevole di quanto ombre e luci facciano parte di ognuno di noi, al punto da rendere gli antagonisti simili per certi versi. La critica verso il mondo del porno poi e, per esteso, dei social network di oggi dove conta l’apparire se vogliamo, sono condotti con la consapevolezza di essere prodotto, seppure contro-prodotto, della stessa morale puritana e calvinista, basata sul successo economico come marchio della grazia divina, che vorrebbero combattere almeno a parole.

L’unico tasto dolente del film è che tutto questo mi è arrivato, non ostante la notevole fattura delle immagini, a livello razionale e non emotivo. E’ questa la differenza tra il cinema che amo, quello dei Lynch e dei Carax, o dei Lanthimos, e la massa di pellicole che escono al cinema ai giorni nostri, dove non sempre ma per lo più i concetti vengono trasmessi come se fossero più importanti delle emozioni, che viaggiano, ma siamo dopo il post moderno e quindi ciò è anche comprensibile, su binari sicuri tramite il ricalco più o meno fedele di un genere, che sia l’horror o il cinema d’autore. Ma detto che era difficile fare un film horror oggi che risultasse credibile e non stantio, questo film tra il discreto e il buono vale il prezzo del biglietto e vale la pena comunque di essere visto.