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mercoledì 23 dicembre 2020

Happiness di Todd Solondz

C’è una scena magnifica e terribile in questo film, quando Billy, il figlio dello psicanalista pedofilo, si confronta col padre, gli chiede se egli avrebbe abusato di lui prima o poi come ha abusato dei suoi compagni di scuola, e sentendosi rispondere di no scoppia in un pianto semiliberatorio. Quando l’ho rivisto ieri notte ho proprio pensato che viviamo invece in un mondo che simili confronti li evita, per via di un insulso bisogno di mediazione. Prima che iniziate a insultarmi, sappiate che il rapporto coi miei defunti genitori non è stato per nulla limpido, quindi parlo di certe cose con cognizione di causa. 

Ma torniamo al film. “Happiness” esce due anni dopo un altro film meraviglioso di Todd Solondz, quel “Fuga dalla scuola media” che vinse il Sundance Festival e che vede protagonisti dei preadolescenti che sono già dei piccoli mostri, come poi gli adulti di questa nuova pellicola. Se proprio in quegli anni il fotografo e regista Larry Clark mostrava, forte delle proprie esperienze adolescenziali, quanto problematico sia il crescere, Solondz ci mostra cosa significa essere bambini e poi adulti nella società americana – ma aggiungerei in ogni società.

E quindi potreste vedervi i seguenti film in ordine: “Fuga dalla scuola media”, “Kids” e “Happiness” e, se non vi suiciderete per la disperazione, avrete un bel quadro di cosa significhi nascere, crescere, vivere nel mondo contemporaneo. “Happiness” in particolare, racconta la storia di tre sorelle: Joy (Jane Adams), la più fragile e frustrata, che aspira a essere una musicista ma che per vivere lavora in un call center outbound prima e, in preda a una specie di crisi esistenziale, come insegnante di inglese per stranieri poi; Trish (Cynthia Stevenson) è spostata a uno psicoanalista pedofilo (Dylan Baker) e ha due figli, di cui uno undicenne col complesso di non riuscire a masturbarsi come i suoi compagni di scuola, Helen (Lara Flynn Boyle) è la scrittrice di sordidi romanzetti scandalistici – tipo ‘stuprata a 11 anni’ – che si maledice per non essere autentica in quello che fa. 


 

Attorno a queste figure femminili ruotano altri autentici disastri umani, forme mutanti che non possono uscire dall’immaginario di un David Cronenberg solo perché i personaggi dei film di quest’ultimo sono sì preda di deliri psicotici, ma quasi sempre sono alla ricerca di sé stessi, di un senso dell’esistenza e dell’amore, a differenza dei personaggi di Solondz che sono privi di spessore e quindi tremendamente comuni. Ad esempio c’è Andy, che dopo essersi preso un sonoro due di picche da Joy la insulta pesantemente al ristorante prima di suicidarsi, oppure Vlad, un ex ladro venuto in USA dalla Russia che ha una breve relazione con la stessa Joy al solo scopo di estorcerle del denaro, Allen (Phillip Seymour Hoffman in uno dei suoi ruoli più complessi), un maniaco complessato che sbava dietro a Helen ma si ritrova poi a fare da confidente alla violentata e omicida Kristina, il padre di uno dei compagni di scuola del figlio dello psicanalista pedofilo che convive con l’allarmante paura che il figlio possa essere gay.

C’è di che rabbrividire, ne convenite? E infatti molti attori che hanno lavorato a questa pellicola ci hanno pensato a lungo, mentre una lunga teoria di altri attori hanno deciso di non partecipare all’opera per paura di ritorsioni da parte degli Studios – ricordate il Benicio del Toro di “Paura e Delirio a Las Vegas” che per anni non ha più lavorato a un solo frame perché ritenuto pericoloso come il personaggio interpretato? Ecco. Ma il film è interessante per tantissimi motivi. Innanzitutto perché ci pone di fronte a uno spaccato d’America e non solo – i miei vicini di casa o le persone che fanno la spesa con me al supermarket non sono né migliori né peggiori dei personaggi di questo film. E poi perché non pone mai i personaggi sotto la lente d’ingrandimento del cinismo, anzi. 

Vedi anche: Todd Solondz e l’American Ugliness

Torniamo alla scena madre, quella di cui abbiamo parlato all’inizio di questa recensione. Billy e suo figlio sono sul divano. Li abbiamo già visti dialogare due volte in quell’ambiente familiare nel corso del film. In entrambe le occasioni l’oggetto di discussione, più che imbarazzante per lo spettatore, erano i primi toccamenti, infruttuosi e frustranti, del ragazzino. Ora il figlio, col il volto stravolto dall’angoscia, domanda al padre cosa egli abbia fatto coi suoi compagni di classe, e il padre risponde come stesse parlando a un adulto, e col linguaggio di un adulto, senza sconti. Sono solo tre minuti, in un film che dura due ore e dieci, ma sono tra i minuti più intensi che abbia mai visto in un film.  

 


Non così con, per assonanza, la scena finale di “Grazie per la cioccolata” di Chabrol, dove il personaggio interpretato dalla Huppert è troppo nobilitata dai magistrali movimenti di macchina e dalla musica di Liszt. Qui è diverso: qui siamo di fronte a un film non autoriale – certo che Solondz è un autore, ma non all’europea – dove le telecamere non giocano con lo spettatore per emozionarlo o straniarlo, ma fanno solo un onesto, funzionale mestiere. Del resto lo scopo dei film di Solondz, come ha detto un mio più illustre collega, non è quello di ampliare la visione dello spettatore, ma di inchiodarlo alla sua realtà di piccolo mostro, come fosse un qualsiasi burocrate eichmanniano.

Da dove deriva allora il fascino di una pellicola del genere? Semplice: non c’è fascino. Non c’è trucco e non c’è inganno. Qui non vedrete ipnotici serial killer da cui farsi rassicurare perché sono troppo altro da noi. Qui non ci sono ingiustizie consumate ai danni di persone innocenti con cui identificarsi. No. Qui sarete messi di fronte alla vostra vera natura. Se avrete il coraggio di guardare films come “Happiness” o il seguito del 2009 “Perdona e Dimentica” – girato con un nuovo cast, ma i personaggi sono gli stessi del prequel – vi meritate nient’altro che una pacca sulla spalla e l’invito a andare a pulire per bene il vostro cesso. 

Nato a Newark, nel New Jersey, dove sono ambientate molte delle sue pellicole, nel 1959, mentre studiava a New York ha lavorato come insegnante di inglese per studenti immigrati – cosa vi fa venire in mente tutto ciò? – e ha lavorato a poche pellicole se confrontiamo il suo parterre con quello di autori meno interessanti seppure più blasonati, ma il suo caustico humor nero gli ha spesso inibito accesso a risorse economiche importanti, sebbene alla fine sia riuscito, stringendo i denti, a recuperare quanto necessario per promuovere le proprie opere. 


 

Stilisticamente si tratta di un regista che compone opere di discreta fattura ma niente di che se siete interessati al cinema più visionario – Terry Gilliam, Orson Welles, scordateveli. Dal punto di vista umano però raramente si vedono autori che scavano con la stessa perseveranza nelle pieghe dell’animo dei propri personaggi, e quindi di sé stessi, come fa Solondz. Soprattutto questo è il motivo per cui vi sfidiamo a gustarvi il suo cinema, e per questo motivo in futuro vi proporremo l’analisi di altre sue opere. 

Vedi anche: quindici film sulla pedofilia

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Articolo di: Gian Paolo Galasi