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sabato 19 dicembre 2020

New Rose Hotel di Abel Ferrara.

 “Dov’è il tuo cuore?”, dice la voce off di Willem DeFoe, qui alla sua prima collaborazione col Maestro, mentre si spupazza un paio di ragazze per il proprio compleanno assieme a un Christopher Walken che, impotente per via delle gambe spezzate, si diverte con la video camera in quanto sostituto del proprio fallo? Lo sappiamo tutti che Abel Ferrara è il primo moralista del cinema contemporaneo. E lo amiamo per questo. Perché in un mondo dove contano solo i tuoi desideri più superficiali, quelli con cui ti si prende all’amo e non quelli profondi che fondano il tuo essere, avere un artista come lui capace di tenere dritta la barra e di mostrarti cosa significa perdersi, o ritrovarsi, è una benedizione.

Ma andiamo con ordine. Il raccontino da cui è tratto il film è stato scritto da William Gibson, padre della letteratura cyberpunk, a inizio anni Ottanta, e pubblicato addirittura qui in Italia dalla beneamata Urania nella storica raccolta “La Notte che Bruciammo Chrome”. “New Rose Hotel” Ci mostra un mondo preda delle multinazionali dei farmaci, che sono disponibili a fare letteralmente di tutto pur di sfornare brevetti miliardari e ottenere così soldi e potere. E così è anche in questo film del 1998 diretto da Ferrara, con la sceneggiatura dello psichiatra con ambizioni letterarie Christ Zois, che dal precedente “The Blackout”, di cui vi relazioneremo tra qualche settimana, sostituisce il teologo Nicholas St. John, correo della precedente ‘trilogia del peccato’, dando così vita alla seconda fase della carriera del newyorchese.

In questo mondo torbido e malato dunque, dove le case farmaceutiche sembrano succursali della Yakuza, Fox (Christopher Walken) e X (Willem Defoe) lavorano al mercato nero delle defezioni, lì dove si fanno “i soldoni”. Ed ecco che in una delle loro serate tutta bava sulle ragazzine che fanno karaoke a Shinjuku – magico quartiere di Tokyo, dove incidentalmente vive e trascorre il proprio tempo a scattare il fotografo Daido Moriyama, amico del più famoso Nobuyoshi Araki – i due hanno un’idea geniale: servirsi della piccola prostituta italiana Sandii (Asia Argento) per convincere Hiroshi, uno scienziato coi fiocchi, ad abbandonare la moglie (Gretchen Moll) e il lavoro con la Maas per passare alla concorrenza. 


 

Sembra andare tutto per il verso giusto, se non che Sandii è una doppiogiochista e, una volta che Hiroshi arriva a Marrakech, fa scoppiare una epidemia di un misterioso virus – ho scritto virus? Avete letto virus? – in cui lui e i suoi collaboratori trovano la morte. Ed ecco che il conto di Fox e X, quello coi soldi della Maas, magicamente scompare. Fox perde la testa e si suicida, mentre X si rifugia in un cubicolo, nemmeno una stanza, del New Rose Hotel dove passeremo una buona mezz’ora del film in compagnia dei suoi ricordi delle scopate con Sandii e dei dialoghi con Fox. Verremo così a mettere insieme un puzzle cui, come al protagonista, ci mancheranno dei pezzi, ma con qualche dettaglio in più.

E’ un film strano, “New Rose Hotel”, probabilmente un unicum nella filmografia mondiale, e per questo motivo è stato tanto bistrattato. Non lo hanno aiutato quei dialoghi un po’ così – “Tira più un pelo di fica … “, oppure “Cerco il pompino perfetto”, ma di cosa pensate che parli la gente di potere quando si ritrova a tramare o a divertirsi nel tempo libero? – e l’assenza di azione tipica del thriller, cosa che questo film del resto non è. “New Rose Hotel” infatti si presenta come film di fantascienza atipico – come lo sarà anche “4:44”, sempre con Defoe protagonista – ma in realtà è un film alla Godard dove Ferrara ci fa riflettere sullo statuto ontologico delle immagini e incidentalmente segna la fine dell’epoca post-moderna.

Leggi anche: narrazione classica e post-moderna in New Rose Hotel

Avevo del resto 28 anni quando mi recai al cinema per vedere questo film, e ricordo ancora la sala semideserta non ostante sullo schermo ci fosse l’allora chiacchieratissima e glamour – nel senso di famosa – Asia Argento, con cui Ferrara farà l’operazione opposta a quella di qualche anno prima con un altro personaggio molto di moda, ovvero la modella Claudia Schiffer. Se con quest’ultima infatti Ferrara lavorerà per togliere la patina lasciando all’attrice un ruolo marginale, di ‘grazia che non salva’, mettendo invece sotto i riflettori la meno conosciuta Béatrice Dalle – qualcuno di voi ha voglia di recuperare anche “La Visione del Sabba” di Bellocchio? – nella pellicola successiva invece la Argento sarà al centro degli sguardi desideranti delle videocamere e quindi dello sguardo mimetico, direbbe Girard, dello spettatore. 


 

Angelo – vedi il tatuaggio che è reale della stessa attrice – e diavolo allo stesso tempo, Sandii si becca gli insulti cinici di Fox e nello stesso tempo gioca come il gatto col topo con X, il quale crede di insegnarle “a innamorare senza innamorarsi a propria volta” ma in realtà cade vittima di una relazione che è sintomatica, come sintomatica era l’ossessione per Marylou del protagonista bianco e colonialista de “L’Homme à Tete de Chou” di Serge Gainsbourg. Non ci è dato sapere se X, perso nei propri ricordi e nei propri desideri, si ‘salverà’ a differenza di Fox, quel che sappiamo è che chi rifiuta l’introspezione alla fine ne viene risucchiato, a meno di non compiere un gesto di violenza.

Ma “New Rose Hotel” è importante perché segna l’inizio della collaborazione di Defoe con Ferrara, che durerà fino al nuovissimo “Siberia”, che ho avuto modo di vedere al cinema proprio questa estate e di cui ancora preferisco non anticiparvi nulla se non il fatto che, ora che Ferrara si è fatto buddista, rimpiango il cattolico che, anziché moraleggiare sul rapporto tra uomini e donne, vi si buttava a capofitto mostrandoci senza sconti non tanto una improbabile ‘battaglia dei sessi’ – per quella esistono le serie TV – quanto una lotta senza sconti degli individui con sé stessi e con gli altri in un mondo che non è fatto, e non lo sarà ancora per molto, a misura d’uomo. 


 

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Articolo di: Gian Paolo Galasi