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domenica 16 ottobre 2022

Gli Orsi non Esistono di Jafar Panahi

L’Iran è sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale da quando Hadis Najafi a settembre è stata uccisa dalla polizia per non aver portato correttamente il velo. Ci sono state rivolte in tutta la regione, con tanto di solidarietà internazionale (donne e perfino uomini che si sono tagliati i capelli pubblicamente in segno di protesta) ed è di ieri la notizia che nel carcere dove una nostra attivista, Alessia Piperno, è detenuta per aver partecipato ad alcune manifestazioni, è scoppiata una vera e propria rivolta. Era dunque il momento giusto per assistere a questa pellicola del regista Jafar Panahi, considerato l’erede di Abbas Kiarostami col quale aveva iniziato a lavorare nel mondo del cinema in qualità di aiuto regista all’età di 34 anni.

Col movimento femminista Panahi si era già confrontato col film Offside del 2011 dove un gruppo di ragazze tifose di calcio si travestono da ragazzi per poter assistere alla partita della loro squadra del cuore. Successivamente l’Iran ha lasciato alle ragazze la libertà di seguire nella realtà quelle partite senza doversi nascondere, ma al regista, condannato per attività sovversiva, le cose non sono andate bene. Egli è stato infatti privato della libertà di dirigere i suoi film, per realizzare i quali ha dovuto lavorare di nascosto come nel geniale Taxi Teheran, dove procuratosi un taxi si è finto operatore di quel veicolo trasportando persone e filmandole di nascosto, compresi dialoghi e litigate.

 


Ora con questo Gli Orsi non Esistono, Panahi realizza un’opera ambiziosa: realizzare un’opera di metacinema. I protagonisti del film nel film sono un uomo e una donna che dopo anni di repressione e prigionia hanno deciso in un momento di libertà di abbandonare il loro Paese, e per questo cercano di ottenere dei passaporti falsi e di espatriare. Ma non tutto può andare per il verso giusto, a partire dal fatto che Panahi deve dirigere il film a distanza, nascosto in un paese sulla linea di confine, osservando le riprese dallo schermo di un pc con una connessione internet che un po’ va e un po’ viene. Ecco che allora la curiosità del regista si sofferma anche su ciò che lo circonda.

In paese avviene una cerimonia, cui Panahi decide per opportunità di non partecipare ma chiedendo al suo ospite di fare delle riprese. Contemporaneamente Panahi si mette a fare delle fotografie, sull’onda dell’entusiasmo. Tra esse forse c’è una foto compromettente per una coppia, un ragazzo e una ragazza che si amano, ma la cui metà femminile è stata promessa in isposa sin dalla nascita a un altro uomo. Ed ecco che scatta il diverbio nel piccolo paese, diverbio in cui Panahi si trova immischiato, fino all’epilogo finale.

Come diceva Carmelo Bene, un vero attore cinematografico deve stare dai due lati della macchina da presa, come attore e come regista di sé stesso. Com’è Panahi in questa doppia veste? Intanto potremmo parlare di ‘avanguardia malgrado sé stessi’, o di ‘avanguardia forzata’, nel senso che Panahi è un po’ obbligato dagli eventi a portare avanti sé stesso in questa doppia veste, e un po’ questa stessa doppia veste non è tirata per le lunghe in quanto vezzo intellettuale. Si tratta più che altro di una questione di desiderio. Come di desiderio, sotto forma di curiosità e voglia di chiarezza, si tratta per quanto riguarda il coinvolgimento di Panahi nelle cose della vita, quelle che sceneggia e quelle che riprende dal vero.

 


Detto che in fondo anche la ‘vera’ storia è una ricostruzione filmica, il prisma attraverso cui vediamo tutti tutto, la videocamera, non è altro che un artificio che però restituisce una condizione di verità, ovvero quella di un microcosmo che è mosso dalle stesse tensioni e lacerazioni tra, appunto, desiderio e tradizione, del mondo maggiore. Ecco che dunque la coppia di giovani amanti in cui Panahi si imbatte è fatta della stessa stoffa della coppia del film che egli vuole riprendere. Realtà che sfugge alla videocamera, sia nelle difficoltà tecniche e nei fraintendimenti con la troupe sia nelle incomprensioni e tensioni con gli abitanti locali. La realtà, sembra dire il regista, è sempre più grande e più complessa dell’arte, ma essa deve rendere conto non solo di quella, ma anche della sua incompiutezza e parzialità.

Ecco che allora ci viene in mente Fellini e il suo 8 ½, solo che qui non c’è spazio per parate pacificatorie col proprio io, quanto piuttosto per un desiderio di intervenire che forse nel fuori campo del finale può finalmente avere luogo. Dichiarazione di amore per l’arte cinematografica, e nello stesso tempo presa d’atto dei suoi limiti, vivendo di questa tensione Gli Orsi non Esistono dimostra di non essere l’opera di un moralista bensì un lavoro vivo, palpitante, commovente, pieno di tensioni opposte dove nessuno è in fondo cattivo ma in fondo di ognuno si possono comprendere le ragioni a volerle ascoltare, pur permanendo quel fondo di incomunicabilità e inconciliabilità che prelude al dramma vero e proprio.