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venerdì 19 novembre 2021

Annette di Leos Carax

Doverosa premessa: questa settimana mi sono recato in sala due volte, una per rivedere Mulholland Drive restaurato con beneplacito dello stesso Lynch, la seconda per il nuovo capolavoro di Leos Carax, Annette, e devo dire che non ho percepito nessun calo di tensione tra una visione e l’altra. Dunque, lo dico a mio rischio e pericolo, con Annette il regista francese post Nouvelle Vague firma l’ennesimo capolavoro. Ho pianto copiosamente con Dancer in the Dark di Von Trier, e qui siamo da quelle parti per temperatura emotiva, sebbene lo stile registico sia molto diverso. Ma andiamo con ordine, ora. 

Carax ha sempre inserito numeri musicali in quasi tutti i suoi film. In Boy Meets Girl Mireille viene lasciata al citofono dal fidanzato mentre ascolta Holiday in Cambodia dei Dead Kennedys. Nel successivo Mauvais Sang, Denis Lavant vive il proprio innamoramento per Juliette Binoche sulle note di Modern Love di David Bowie. E ne Gli Amanti del Pont-Neuf sempre la Binoche e Lavant danzano sulle note di You’re Gonna Get Yours dei Public Enemy. Per non parlare poi di Pola X, a parere di chi scrive il capolavoro assoluto del regista, dove una superband comprendente Will Oldham aka Smog e Stephen O’ Malley dei Sunn O))) suona musica industriale in una fabbrica abitata da zingari provenienti dalla Bosnia.

Ma con Annette, Carax ha superato se stesso, mettendo in musica, dopo opportune modifiche, un intero disco degli Sparks, storica band alt rock. E per il suo primo lavoro in lingua inglese, con attori del calibro di Adam Driver e Marion Cotillard, Carax non si risparmia. Videocamere che volteggiano attorno ai personaggi, piani sequenza di dieci minuti, un linguaggio cinematografico rinnovato, rutilante ma funzionale insieme, per non parlare poi dalle citazioni dal proprio o dall’altrui cinema (Driver che viaggia in motocicletta come Guillaume Depardieu, ad esempio) o addirittura dal mondo della filosofia (l’abisso nietschiano) e della letteratura (il Pinocchio di Collodi).

 


Più prosaicamente Annette è la storia di una coppia di artisti, lo stand up comedian Henry (Driver) e la cantante lirica Ann (Cotillard), sempre sotto i riflettori nella carriera artistica quanto nella vita privata. I due vengono benedetti dal dono di una bambina, ma proprio con la nascita della creatura, la piccola Annette, inizia la china discendente. Henry sul palco inizia a farsi sempre più insofferente nei confronti dei meccanismi del business e a cercare sempre più di mescolare arte e vita, creatività e demoni interiori, fino a cadere in disgrazia. E così durante una vacanza su una nave da crociera personale, che dovrebbe rinsaldare l’amore della coppia, durante una tempesta in cui Henry è completamente ubriaco, egli perderà la compagna per sempre.

Non vogliamo anticipare troppo della seconda parte del film per non togliervi il piacere della visione, ma ci limitiamo a osservare come la vicenda umana dei protagonisti sia narrata con profondità, ironia (a tratti, dove si confà, come nell’interrogatorio dei sempre intelligenti poliziotti) e uno slancio lirico che sicuramente perviene alla musica, ma che non è estranea alle corde del narratore cinematografico. Di sicuro Annette, coi suoi riferimenti all’alcolismo di Driver e al MeToo, è anche un film su un certo tipo di mascolinità tossica cui Carax non fa sconti.

Anzi, di più: dato che il dolore di Driver è sincero ma le risposte che si dà e le azioni che compie sono disastrose, lo spettatore maschio è invitato dapprima a provare empatia e poi a inorridire, sentendosi a sua volta sporco. Si tratta quindi di una visione non sociologicizzante ma sicuramente catartica per lo spettatore di sesso maschile. Senza voler dimenticare poi la ‘crudeltà’ (in senso artaudiano?) della stessa Annette, la stessa dell’ex burattino collodiano alla fine del Pinocchio, quando incontra un Gatto e una Volpe provati dal tempo e li abbandona al loro destino. Essere bambini e anarchici ha sicuramente delle criticità, ci dicono entrambi gli autori, ma diventare adulti non è di certo questa passeggiata, insomma.

 


Il film inizia con una sessione in uno studio di registrazione dove vediamo lo stesso Carax nella veste di tecnico del suono, prima che tutti gli attori introducano il primo ‘numero musicale’ invitando il pubblico a prendere posto. Prima ancora, una voce fuori campo ci invita a prendere il respiro un’ultima volta e a trattenerlo poi per tutta la durata del film. Vivete le vostre emozioni, sì, cantate, piangete, ma nella vostra testa. Un invito a quella presunta passività della visione che lo stesso Wittengstein ha in realtà mostrato essere una forma di performatività da parte dello spettatore, il quale sprofondato nella sua poltroncina si emoziona e trova senso, ogni volta, a ogni visione di un’opera, che sia un film, un libro, una musica.

E dunque la voce fuori campo funziona come l’occhio tagliato di bunueliana memoria, mentre gli strumenti musicali devono in qualche modo riattivare le funzioni inconsce, non tanto il famoso ‘patetismo’ di cui si discettava decenni fa quando si consideravano opere quali la presente, ‘patetismo’ che da essa comunque è escluso. Infatti lo scopo di Carax non è tanto quello di ‘emozionare’, perché l’emozione è semplicemente un modo per aprire un canale comunicativo e lasciare tracce più profonde. In fondo, vedendo anche la piccola sala cinematografica dove ho fruito il film discretamente abitata, questo potrebbe essere una pellicola in attivo per il geniale ma solitamente non abbastanza remunerato regista – ricordiamo il flop de Gli Amanti del Pont-Neuf.

Oggi le carte sono cambiate. Dal cinema, anzi dall’arte in generale, ci si aspetta che ci faccia dimenticare la vita là fuori – siamo tornati negli anni dell’avanspettacolo da dopoguerra forse? – e quando le si chiede di farci riflettere, le si chiede di farci usare la testa e non l’emotività mescolata all’esperienza. Ma il film di Carax almeno superficialmente – un musical con il protagonista di Guerre Stellari e una attrice famosa anche in USA per aver lavorato con Woody Allen – risponde a questi requisiti, sebbene poi sia molto più profondo. E allora, magari, nell’equivoco si può anche navigare, purché si arrivi poi a lidi meno sicuri e più umani quali quelli verso i quali ci dirige Carax.