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sabato 16 aprile 2022

Vortex di Gaspar Noè

Un film sull’alzheimer. Con Dario Argento nei panni del protagonista. E chi se lo perde? Ma soprattutto la mia prima occasione di mettere gli occhi su un film di Gaspar Noè. Dopo aver sentito meraviglie su pellicole introvabili – per me almeno che non sono un fan dello streaming – ma di culto come “Love” e “Enter The Void”, che spero, ora, verranno pubblicati per chi come me ama collezionare DVD o vedere film in sala, questa era l’occasione giusta.

Mi reco quindi in un cinemino di nemmeno periferia, ospitato da una parrocchia, che sono solito frequentare dallo scorso anno. Ragazzini molesti che hanno appena assistito svogliati a una funzione e che ora nel retro della chiesa barra oratorio si avviano a fare qualche tiro di pallone – come sono meccanici i giovani d’oggi, ma più che altro tutti i giovani – e che mi fanno pensare a come recepirebbero un film sul degrado cognitivo e sulla morte, ma forse è meglio non ne sappiano niente, loro.

La sala però è gremita di gente venuta apposta per Noè da tutta Milano credo, probabilmente anche da fuori città come il sottoscritto, tanto che la responsabile del cinema dopo una breve introduzione – la titolazione in italiano del film è stata curata direttamente dalla sala altrimenti il film non sarebbe stato distribuito – ci fa una fotina col cellulare da mettere probabilmente sulla pagina del cinemino in questione.


Ed ecco, si spegne la luce. Inizia la magia. Magia doppia, dato che lo schermo è diviso in due come ai bei tempi del cinema sperimentale di Andy Warhol. L’effetto è innanzitutto quello di non poter vedere tutto, ma di dover scegliere, di performare insomma il proprio film. Cosa che si fa sempre, solo che l’illusione dello schermo unico di solito ci fa pensare di essere occhi oggettivi, occhio di Dio, occhio desiderante e pulsionale. Qui invece la visione si fa più responsabile.

A un certo punto c’è un bellissimo dialogo telefonico tra Dario Argento, che interpreta il ruolo del protagonista maschile, un vecchio critico cinematografico in pensione che vorrebbe scrivere un libro su cinema e sogni, e un amico sul tema dello spettatore cinematografico come sognatore. Si parte da Edgar Allan Poe e si finisce a discettare come in certi film meravigliosi di Godard, ma non siamo dalle parti del metacinema: il tutto è più che altro un tentativo, per me riuscito, di dare allo spettatore consapevolezza del suo status e del suo ruolo, quello di sognatore conscio.


Ma veniamo, finalmente, alla trama dell’opera. Vortex racconta di una coppia di anziani, di lui abbiamo già parlato, mentre lei invece vive una condizione di progressivo allontanamento dalla realtà grazie all’alzheimer. I due hanno solo un figlio (Alex Lutz, mi si dice in passato attore prevalentemente di ruoli comici), tossicodipendente, con alle spalle qualche periodo di comunità, che li aiuta come può quando riesce a essere presente (anche a sé stesso). E’ la vita, solo la vita, nient’altro che la vita. Niente sensazionalismo.

E pian piano veniamo risucchiati anche noi nel mondo delle malattie neurodegenerative: a partire dalla sequenza iniziale, quella del risveglio della coppia, con lui che si fa un caffè e si richiude in studio a controllare gli appunti e lei che esce di casa e si perde, vagando per i negozi dei vicini finché lui non la recupera e le regala dei fiori. Lei gli butta via gli appunti, a un certo momento, presa dalla smania di fare ordine, e più avanti, quando lui verrà meno per un infarto, lei butterà via tutte le proprie medicine in un gorgo di WC che non vuole inabissarsi, mentre sull’altro reel vediamo il figlio che, nella propria casa, fuma una pipetta di crack in quella che è una delle scene (doppie) emozionalmente più forti del film.

Film che rifugge comunque da ogni sensazionalismo, come vi rifuggiva Abel Ferrara in Bad Lieutenant con quelle siringhe vere (almeno per Zoe Lund, mentre Harvey Keitel si iniettava innocua soluzione salina) che preludevano a monologhi su Cristi in croce e vampiri. Eppure in quel vortice ci finisci anche tu, spettatore, anzi, ci devi finire. Perché in fondo siamo tutti persone cui il cervello si smarrisce prima del cuore. Eppure.

Eppure c’è spazio anche per la tenerezza in Vortex, come quando Dario Argento muore e in ospedale il figlio si corica sul grembo della madre che, come può, a filo di voce, lo consola, recuperando così in un attimo la sua dignità di essere umano e dandoci una indicazione etica su cosa sono i rapporti prima ancora che la lucidità si mostri in tutto il suo immeritato fulgore o si perda. Solo per queste due scene, speculari e strettamente legate, vale la pena cercare disperatamente di vedere questo capolavoro. E ora, alla ricerca degli altri film di Noè, prima che sia troppo tardi – per me come individuo, voglio dire: i film salvano la vita, non lo sapevate?