sabato 26 dicembre 2020

Fratelli di Abel Ferrara

Francamente, dopo aver rivisto la pellicola ieri notte, avrei preferito che a scrivere la recensione ci fossi non io ma una femminista. Perché, a 24 anni dalla sua uscita, “Fratelli”, uno dei massimi capolavori del cinema di Abel Ferrara, mi si è rivelato come un film, potente, sul patriarcato. Lo dico senza timore di smentita o polemica: tanti di voi lettori si sono sentiti chiedere, da critici più ‘furbi’ di me, cosa sarebbe il cinema oggi in giorni di “politicamente corretto” imperante, e questo film è qui per dirvi: ecco, io sono.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto va detto che “Fratelli” chiude degnamente, anzi oserei dire col botto – anche per via dei premi incassati da noi al Festival del Cinema di Venezia, Coppa Volpi a Chris Penn e un altro premio di una qualche commissione cattolica al regista – un periodo iniziato con la famosa ‘trilogia del peccato’ (“Il Cattivo Tenente”, “Occhi di Serpente” e “The Addiction”) e proseguito col rimake de “L’Invasione degli Ultracorpi” ed è anche l’ultimo film a vedere in fase di sceneggiatura la collaborazione con l’incredibile Nicholas St. John: poi toccherà a Christ Zois, che collabora col regista italoamericano fino ai giorni nostri.

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E ora veniamo al film. New York, anni Trenta del secolo scorso. Ray (Christopher Walken), Chez (Chris Penn) e Johnny (Vincent Gallo) sono tre fratelli di una famiglia malavitosa italoamericana che ha le mani in pasta con ogni tipo di traffici illeciti, che prendono il pizzo dai negozianti e offrono protezione ai grossi industriali che si vedono ‘costretti’ a licenziare gli operai durante la Grande Depressione, trovandosi così ai ferri corti coi sindacati. Ma c’è un ma: Johnny si converte al comunismo, e pertanto inizia a incendiare i carri pieni di merci portati di notte dai crumiri e a remare contro la famiglia. 


 

Un giorno Johnny viene colpito da alcuni colpi di arma da fuoco e muore. Con l’arrivo dei parenti al suo funerale, sulle note della tragica “Gloomy Sunday” di Billie Holiday, inizia infatti il film, presagio della tragedia che si compirà nel finale. Chi sarà stato a uccidere il più giovane dei fratelli Tempio – nomen omen? Forse Gaspare (Benicio Del Toro), cui Johnny il comunista rovinava gli affari e scopava la moglie tre volte a settimana? Forse un ragazzetto che ha accusato il più giovane dei tre fratelli di avergli violentato la fidanzata? Poco importa, perché a causa del ‘senso della giustizia’ di Ray e per via della follia di Chez, tutti moriranno. E quando intendo tutti …

Ma sono le donne, le incredibili Annabella Sciorra e Isabella Rossellini, le vere protagoniste del film. Subiscono i mariti, la loro incapacità di relazionarsi con le proprie emozioni se non per tentare di dare un ordine al mondo di cui sentirsi detentori, come ogni uomo schiavo del patriarcato e del maschilismo, ma non ne sono vittime. Infatti a un certo momento la Sciorra, che nel film interpreta la moglie del personaggio di Walken, fa un discorso alla Rossellini, moglie di Penn, in cui le dice sostanzialmente due cose: la prima, che ha studiato ma che ha imparato solo che esistono i libri – echeggiando un discorso di Vincent Gallo a un amico, nel quale egli afferma che il cinema ha salvato gli Americani dalla follia, non i libri, non la cultura, perché gli Americani hanno bisogno di distrarsi – la seconda, che non c’è nulla di romantico in una relazione d’abuso, gettando così un’ombra significativa su tutto un modo di intendere l’amore romantico che possiamo trovare anche ai nostri giorni in un personaggio come quello interpretato da Robert Pattinson nella saga di “Twilight”.

E’ in questa consapevolezza, in questo aver fatto una scelta sbagliata di cui ora le donne possono prendere le misure dalle conseguenze, che nasce una presa di coscienza che non salva le donne dalla tragedia – dalla furia omicidia di Ray e Chez le salva solo, ironia della sorte, il fatto di essere femmine e quindi tra chi non maneggia un arma e non fa la storia, né è veramente parte della famiglia – ma dà loro una profondità che i loro violenti e monodimensionali mariti non hanno. “Dove lo metti il mio senso di giustizia?” dice Ray al ragazzino che gli ha assassinato il più giovane tra i fratelli, quando quello che a momenti sputa è un più banale ma più umano “Che me ne faccio del dolore che mi hai dato?” che quasi gli esce dalle labbra a mezza bocca ma che non riesce a farsi non solo parola, ma nemmeno pensiero?


 

E allora, in questo clima greve e cupo, in queste famiglie rovinate dalla violenza prima identitaria che sociale, prima mentale che fisica, prima psicologica che dettata dal bisogno di potere, riscopriamo il senso vero e proprio della malavita, quel senso cui non sono arrivati né Brian De Palma con “Scarface” né Francis Ford Coppola col suo “Padrino”: questi ultimi infatti hanno delineato dei personaggi, tipici della mitologia Statunitense, Ferrara invece ci mostra come la maschera dell’uomo d’onore, che non è altro che una variante del fascistissimo uomo dell’ordine, una volta indossata diventa il tuo vero volto annullando ciò che prima stava sotto.

Non è un caso che quest’opera chiuda idealmente un periodo, forse il più mitologico di un regista come Abel Ferrara che, se ha prodotto ancora opere notevoli, frutto di una abilità a guardarsi dentro e a una capacità registica importanti, non si è mai più espresso a questi livelli di complessità e di umanità. Christ Zois infatti, lo psichiatra che sostituirà dal successivo “The Blackout” il teologo St. John, non è che un ottimo osservatore di fatti della vita altrui, mentre il buon vecchio Nicholas nel corso delle proprie esplorazioni narrative ha fatto molto di più, raggiungendo il cuore pulsante dei temi fondamentali dell’umanità: la capacità della coscienza di infettare la prassi di uomini e donne in “The Addiction”, il mondo del cinema come mondo di abusi – è molto importante la capacità che il cinema ha di riflettere su di sé – in “Occhi di Serpente”, la paura dell’altro e dell’unheimliche in “Ultracorpi: L’Invasione Continua” e per ultima la violenza nella relazione tra uomini e donne e l’incapacità di accettare la morte e relazionarsi col dolore in “Fratelli”.

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E allora, anche se oggi è difficile recuperare questi films, complice un mercato che non vi permette di mettere le mani su oggetti fisici a prezzi modici, quando non ve lo permette e basta, il mio consiglio è di cercare, anche clandestinamente, di lasciarvi macerare dentro le immagini create da questi incredibili facitori, Ferrara e St. John, perché raramente troverete nell’ambito della cinematografia mondiale opere di tale insostenibile intensità. Non è un caso che, proprio ora che Ferrara si è fatto buddista abbandonando il cristianesimo, sia emersa per una sorta di strano cortocircuito, tutta la problematicità di un certo modo di relazionarsi all’altro come è avvenuto con l’ultimo “Siberia”, di cui stiamo aspettando – cosa che avverrà a breve – una pubblicazione per l’home video per parlarvene estesamente. Nel frattempo, vi auguriamo una buona visione. 


 

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Articolo di: Gian Paolo Galasi

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