mercoledì 13 aprile 2022

Watermelon Man di Melvin Van Peebles

E’ da mesi che non frequento le sale cinematografiche. In realtà non mi sembra sia passato granché, al cinema, tranne questo “Watermelon Man” del 1970 di Melvin Van Peebles (non so perché recuperato ai nostri giorni, anche se si tratta sempre di un’opera di qualità e di attualità sconvolgente, ma dall’appeal commerciale poverissimo: infatti ieri pomeriggio in sala c’ero solo io!) e, a breve, l’ultimo lavoro di Gaspar Noé che non vedo l’ora di poter visionare. 

Ma torniamo a Van Peebles. C’è chi ha sottolineato meglio di me le coordinate stilistiche di quest’opera, da qualche parte a metà strada tra Jacques Tati, Roger Corman e Blake Edwards, capace di smontare il modello virtuoso e mieloso di “Indovina Chi Viene a Cena” e mostrarci cos’è (cos’era?) l’America dei WASP dagli anni della fine della segregazione in poi. Non vi nascondo che da appassionato di jazz, soprattutto free e avanguardie a seguire, non posso fare a meno di sentirmi preso dalle dinamiche che vengono mostrate nel film. Dinamiche interessanti ma non appiattite nell’ottica della militanza come se la immaginano i bianchi, e ora vi spiego perché.

Partiamo dunque dalla trama. Jeff Gerber è un assicuratore bianco razzista e misogino. Il suo rapporto con la moglie Althea è inesistente. I figli lo prendono come un fenomeno da baraccone per via del suo attaccamento al fitness e a delle strane gare che l’uomo ingaggia con l’autobus che ogni mattina, passando da casa, lo accompagnerebbe al luogo di lavoro. Le battute non solo sessiste e razziste ma completamente surreali che l’uomo scambia con le colleghe e i superiori, che lo tollerano solo per via della sua bravura come venditore, completano il quadro.


Eppure qualcosa a un certo punto va storto. Una mattina infatti Gerber si sveglia e si ritrova … nero. Subirà il calvario che spetta quindi agli uomini di colore, tra tentativi di sbiancarsi facendo bagni nel latte e segretarie che improvvisamente si mostrano sessualmente attratte dal nostro, mentre l’uomo affonda negli stereotipi. E proprio qui sta l’anomalia di “Watermelon Man”: infatti Gerber, che nel corso del film si scoprirà essere effettivamente un uomo di colore, come testimonia la W. (per Washington) del secondo nome (tipico degli schiavi liberati che presero appunto come secondo nome quello dei defunti presidenti del Paese), non prenderà coscienza del proprio essere nero, ma all’opposto diventerà uno stereotipo vivente.

E’ questa l’anomalia del film: se per un attimo infatti Gerber mostra umanità e quasi una forma di possibile redenzione quando il suo capo gli propone di fare l’assicuratore per le famiglie di colore, ed egli inizia a fornire dati reali e non fittizi sulle polizze ai suoi nuovi clienti perché trovandoli brave persone pensa che meritino di più che essere trattati da meri clienti, per il resto Gerber non solo è vittima ma è anche attore (come nella scena in cui mangia cocomero e pollo fritto) di stereotipi razzisti.

Solo tramite la TV (ma ricordate “The Revolution Will Not Be Televised” di Gill Scott-Heron?) assistiamo all’introduzione di schegge di realtà, le famose rivolte nei quartieri popolari che negli anni Settanta segnarono l’immaginario di musicisti come Archie Shepp che le omaggiò ad esempio nel disco “Attica Blues”. Per il resto, Gerber era uno stereotipo vivente da bianco come lo è da nero. Sarebbe da chiedersi il perché, se si tratta solo di sottile ironia o se si tratta di altro, e mi stupisce che nessuno oltre a me abbia notato la cosa nelle recensioni che ho trovato in rete. 


Che la critica cinematografica, bianca eterosessuale e cisgender, sia forse troppo superficiale per andare un po’ al di là del mero lodale un autore, Van Peebles, che oltre alla regia del film ha curato e suonato in prima persona con un suo gruppo musicale anche la colonna sonora di questo scoppiettante film, che oltre a qualche gustoso affondo nel razzismo dei bianchi ci offre anche qualche sfondamento nel musical oltre che nella commedia più abrasiva e nel cinema indipendente?

Mentre ascolto Sun Ra in sottofondo ora, scrivendo, altro autore musicale dotato di una vena umoristica non colta da gran parte della critica (il senso della sua musica in fondo non è altro che “Non c’è spazio per l’uomo nero sulla terra, forse sarà il caso di cercarci uno spazio vitale nella galassia, su altri pianeti” … ), non posso fare a meno di pensare con Preciado che la nostra pelle non è altro che un contenitore che ci siamo trovati addosso nascendo, ma che si tratta di una pelle marchiata. Bianca o improvvisamente annerita, questa pelle è solo l’involucro e il contenuto siamo noi, con le nostre esperienze e i nostri vissuti, e i nostri tentativi di dare senso a tutto quello che ci è capitato da quando siamo nati.

E’ difficile pertanto vivere una vita realmente ‘nostra’ senza essere uno stereotipo vivente, come quando Gerber furbescamente intasca più soldi di quanti offertigli inizialmente per vendere la propria casa e andarsene (come nota la moglie, “ti comporti come un ne*ro”) per allontanarsi con la furbizia dal dolore di non essere più accettato. Anche quando Althea lascerà il marito per telefono, o quando la pettoruta segretaria norvegese lo accuserà di violenza carnale, Gerber continua a vivere come un privilegiato (non paga conseguenze legali o emotive per le sue azioni) e in questo, non ostante il colore della pelle, continua a essere un privilegiato rispetto alla maggior parte dei suoi pari. E’ forse questo il paradosso di Van Peebles: senza traumi, non si può fare esperienza della realtà e costruirsi come individui?

 



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