giovedì 3 giugno 2021

Un Altro Giro di Thomas Vinterberg

Flashback. Era il 2011. Mi reco con un paio di amici a Oslo per vedere un festival di improvvisazione e musica elettronica sperimentale. Faccio il viaggio in aereo con uno dei due, che conosco per la prima volta proprio in volo, e nel tardo pomeriggio arriviamo in città. Ci ospita un ostello. Facciamo un giro, la prima sera, in attesa che inizi il festival il giorno dopo. Incrociamo un ragazzo adolescente che inizia a parlare col mio nuovo compagno di avventure. E’ ubriaco e molesto. Dopo mezz’ora riusciamo a sganciarlo.

Ma nel frattempo ha preso il mio amico per il cappello, glielo ha calcato bene sulla fronte, fino a nascondergli gli occhi, in quella che sembrava una gara di resistenza: voleva vedere fino a che punto poteva spingersi senza che l’altro, più adulto, più dentro gli schemi della ‘realtà’, reagisse. Era, in fondo un dialogo platonico quello, col mio amico a fare da Socrate immobile e paziente e il ragazzo più giovane nelle vesti di un Alcibiade pieno di vino come probabilmente era anche quello originale, che utilizzava il proprio corpo come immenso punto interrogativo nei confronti del reale. 

Rewind. 1998. Avevo lasciato Milano da poco. Ero tornato nella casa dei miei, pronto a cercare un lavoro, dopo aver abbandonato l’università, e un amore, magari, per sperimentarmi. Nel frattempo mi erano esplose due passioni: la musica e il cinema. Solo che per i concerti Milano era impraticabile per gli orari – non c’erano più treni dopo una certa ora – e così mi dedicai al cinema a tempo pieno. Perché l’home video non mi bastava.

 


Poco tempo prima, su un giornalino stampato in Statale da dei miei amici avevo pubblicato un paio di recensioni: un film di Ferrara e una breve analisi del manifesto di Dogma 95. E così tre anni dopo andai a vedere l’esordio di quel manifesto, il primo film prodotto da quel gruppo di cineasti che era tanto stanco dell’imborghesimento della Nouvelle Vague e che aveva fame di vita vera, e non di décor ben curati e luci studiate.

Il film era bellissimo. Quelle camere portate a mano, come fecero lo stesso anno anche i Dardenne che a Dogma non aderivano – ma era tutto nello spirito dei tempi – quella storia di abusi in una famiglia alto borghese, tra Pasolini e Bellocchio … Non era, a rigor di logica, un cinema nuovissimo. Ma infondeva linfa vitale a tematiche che in fondo ci ricordavano, vi ricordo l’anno, che stavamo perdendo la battaglia, se non la guerra, e che il ‘nemico’ era disposto a tutto. “Non eravate buoni per nient’altro” dice Henning Moritzen al più giovane Ulrich Thomsen, dopo che questi gli ha chiesto “Perché ci violentavi da piccoli”. 

Fart Forward. E’ il tre giugno 2021. Mi reco di nuovo in una sala, dopo aver passato un secondo lockdown praticamente da solo, coi miei sogni – li ho scritti tutti in un diario – una performance tenutasi in uno spazio occupati di Milano e durata tutta una notte ad opera di un collettivo di cui faccio parte, e alcune scoperte importanti che mi farebbero riscrivere le recensioni dei film di Lynch contenute in questo blog ad esempio.


Al cinema ci sono già stato due volte. La prima per vedere il documentario dedicato da Herzog a Bruce Chatwin con le musiche del fido Rejseger e dei Tenores e Concordu sardi, ma stavolta ha tutto il sapore di qualcosa di tirato via di fretta, persino le musiche sanno di maniera, la seconda invece per un documentario, decisamente più centrato, sull’omicidio Moro e sulle trame atlantiche, per citare un libro dell’ex senatore del PCI Sergio Flamigni. 

Eccolo dunque, Mads Mikkelsen. Un quarantenne fallito, insegnante di storia in una scuola danese dove non solo non riesce a trasmettere la passione per la storia, ma nemmeno la materia quasi – i genitori lo convocano preoccupati per la maturità dei figli, e lui abbozza di un futuro impegno. Una figura che mi ha fatto pensare a cosa ho schivato, non sposandomi e non finendo la tesi proprio in storia. Però questo è un punto per Vinterberg: transferalmente parlando, ha catturato la mia attenzione.

Mads, dicevamo. Un quarantenne fallito, con la moglie che lavora di notte probabilmente per evitarlo in turni d’ospedale massacranti, e due figli che altrettanto probabilmente non vede mai. Fino a quando uno dei suoi migliori amici, come lui insegnante, non compie gli anni. Al giro di boa del decennio, complice il vino – magistrale la scena in cui Mikkelsen beve e improvvisamente viene isolato dal dialogo degli amici, mentre sale da dentro una musica di voci polifoniche – il nostro protagonista si mette a piangere.

 


Eh sì, è bastato un bicchiere di vino e una vodka per riportarlo alla realtà. E così uno degli altri “quattro amici al bar” racconta di una teoria di uno psichiatra, il quale ha dichiarato in uno studio che all’uomo per essere “felice” manca del vino nel sangue. Una modica quantità, la cui assenza però lo rende eccessivamente rigido, poco aperto al prossimo e poco fiducioso in sé stesso. Visto che coll’amico un po’ piegato dalle norme sociali l’esperimento ha successo, perché non ripeterlo? 

Tutto sembrerebbe andare per il verso giusto: le lezioni di storia, gli allenamenti di calcio dei più piccoli, la vita famigliare dei nostri eroi, ogni tassello sembra incastrarsi perfettamente al disegno generale. Finché i quattro decidono di vedere che succede se aumentano ancora il tasso alcolemico. Film onesto, oseremmo dire Batailliano, nel senso che bere dalla mattina fino alle otto di sera e mai nei weekend significa mescolare le carte e quindi aprire la realtà all’ignoto, ma Vinterberg si allontana dalla retorica new age dei giorni nostri dello sviluppo dell’interiorità, che si tratti di percorsi spirituali o di spirito vero e proprio.

Tuttavia, nato come un “Gli Idioti” di Lars Von Trier 23 anni dopo, il film a un certo punto vira dopo il prevedibile caos intermedio verso un finale felliniano, alla “8 ½”. Non ci sarebbe nulla di male, se non che il problema della pellicola di Vinterberg è che partiamo con un setting eminentemente contemporaneo – lo sono le luci, l’uso della fotocamera, delle musiche, peraltro aspetti giocati in modo mediamente più interessante rispetto a tanti film che escono oggi – e atterriamo in quello che io chiamerei, inconsapevole se lo abbia già fatto qualcun altro, post cinema.

 


Non siamo infatti nel post moderno di Tarantino o dell’ultimo Lynch, dove il regista cita la storia del cinema passato allo scopo di mettersi in crisi di fronte allo spettatore. Siamo di fronte piuttosto a un cinema che si autofagocita nel tentativo di strizzare l’occhio a uno spettatore “inconsapevole”, e quindi a una innocenza che nessuno nel 2021 può permettersi di avere, pena l’autoalienazione che ormai tutti conoscono perché le tesi di Débord ormai sono di pubblico dominio, a meno che non siate irrimediabili consumatori delle reti televisive commerciali. 

A fronte quindi di un incipit coinvolgente e onesto, il film termina con una autoindulgenza strana per un autore come Vinterberg. Sarà stata la pandemia, saranno state le richieste della produzione, saranno stati i 23 anni che mi separano dallo sfavillante esordio del regista, ma “Un Altro Giro” non ci convince. Aspettiamo di recuperare altri lavori più vecchi del regista danese, per poterne comprendere meglio l’evoluzione e rendervi conto del perché di questo clamoroso mezzo tonfo. Intanto, vi incoraggiamo a recarvi al cinema allo scopo di farvi una vostra idea. Buona visione.  

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